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Il soul inafferrabile di Maxwell

Maxwell, 1996. (Carolyn Cole, Los Angeles Times via Getty Images)

Gerald Maxwell Rivera, noto solo come Maxwell, è un musicista newyorchese di origini haitiane e portoricane. Insieme a D’Angelo ed Erykah Badu è considerato uno degli iniziatori del cosiddetto neo soul di metà anni novanta. Dopo l’acclamato album di debutto Maxwell’s urban hang suite, del 1996, si ritrovò cucita addosso una lusinghiera ma ingombrante etichetta: era il “nuovo Marvin Gaye”. Il suo soul levigato e ispirato agli anni settanta faceva contenti tutti, ma rischiava di trasformarsi in un pezzo di modernariato, nel classico “chic che non impegna”.

Così nel 1998 Maxwell decise di dare uno scossone alla sua carriera con qualcosa di spiazzante. Quando uscì Embrya non piacque quasi a nessuno perché volutamente azzerava qualunque rimando agli anni settanta e altrettanto volutamente si teneva lontano dalle tendenze più in voga dell’r&b di fine anni novanta. Embrya è un meraviglioso e ambizioso album soul che non somiglia a nulla perché scorre come un fiume tranquillo e non si ferma mai: ci senti Stevie Wonder, ci senti Prince, ci senti Sade (il produttore del disco, Stuart Matthewman, è uno storico componente della sua band), ma è sempre in movimento, in continuo fluire. Maxwell è uno splendido cantante, forse una delle voci più belle del soul moderno, eppure in Embrya lascia volentieri spazio a lunghe divagazioni strumentali in bilico tra jazz e ambient, ma sempre saldamente ancorate a un groove proteiforme e inafferrabile.

I critici più ortodossi ci vedevano troppe idee, troppi spunti e non capivano dove Maxwell volesse andare. Semplicemente Maxwell era più veloce di loro. Oggi Embrya è un classico da riscoprire.

Maxwell
Embrya
Columbia, 1998

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