×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Le Bananarama e l’arte della sopravvivenza

Le Bananarama sulla copertina di Please yourself. (Dr)

Le Bananarama sono il girl group di maggior successo prodotto dal Regno Unito: le Spice Girls si sono difese ma la loro carriera, escludendo un paio di reunion, è durata sì e no sette anni. Quella delle Bananarama va avanti, ininterrotta, da più di quarant’anni.

Sara Dallin, Siobhan Fahey e Keren Woodward formano, quasi per scherzo, il loro trio nel 1980. Sara e Keren erano compagne di scuola a Bristol e a Londra conoscono Siobhan che, come Sara, studia giornalismo di moda. Keren invece già lavora alla Bbc. Le tre ragazze escono tutte le sere insieme e sono note nella scena post punk e new romantic. Il loro nome, Bananarama, vuole essere una sorta di omaggio tropicale e un po’ sfacciato alla canzone Pyjamarama dei Roxy Music. Quando si ritrovano, fuori corso, squattrinate e senza un tetto sulla testa, finiscono a squattare nell’appartamento di Denmark street sopra alla ex sala prove dei Sex Pistols. A invitarle lì un amico della scena dei club: Paul Cook, già batterista degli stessi Pistols.

Le Bananarama all’inizio non sembrano fare sul serio: sono più delle party girl che delle cantanti e in effetti per tutta la loro carriera, anche oggi che sono delle eleganti sessantenni, hanno sempre mantenuto quell’aria da uscita tra amiche un po’ incasinata. Anche all’apice del successo mantengono qualcosa di sfacciatamente amatoriale: balletti discutibili, costumi abborracciati e il rischio continuo di scontrarsi tra di loro o con ballerini ancora più scarsi di loro. Eppure il segreto della loro durata sembra proprio questo: nonostante i soldi, nonostante le tournée in Giappone, nonostante i singoli al numero uno (ben dieci nel Regno Unito, quando i dischi si vendevano), sono sempre rimaste tre esemplari di quella immortale genìa nota come “le mie amiche sono troppo delle pazze”.

Quando, nel 1986, il trio di produttori Stock Aitken e Waterman arrangia per loro una cover di Venus, una hit del 1969 degli olandesi Shocking Blue, le Bananarama cambiano marcia: il singolo va al numero uno in Australia, Canada, Finlandia, Nuova Zelanda, Sudafrica, Svizzera e, soprattutto, Stati Uniti. Per il terzetto di amiche comincia una carriera internazionale e un rapporto di dipendenza, non sempre roseo, con il trio di produttori che, nel frattempo, sforna numeri uno anche per Rick Astley, Mel and Kim e per una giovanissima Kylie Minogue.

Dopo un album di successo (Wow!) e una tournée mondiale che fece dire ai Pet Shop Boys “se possono andare in tour le Bananarama allora possiamo farlo anche noi”, le cose cominciano a incrinarsi. La prima a dare segni di cedimento è Siobhan Fahey: è stanca della formula troppo rigida di Stock Aitken e Waterman e nel 1987 sposa Dave Stewart degli Eurythmics, che la incoraggia a tentare nuove strade. Nel bel mezzo della promozione dell’album Wow! Fahey lascia le Bananarama e, con la cantante e chitarrista statunitense Marcella Detroit, fonda un duo pop di enorme successo: le Shakespears Sister.


Le Bananarama accusano il colpo ma tengono duro: dopo aver provato a inserire nel trio Jacquie O’Sullivan (anche lei ex punk e vecchia amica) e dopo un nuovo sfortunato album con Stock Aitken e Waterman (Pop life), decidono di proseguire come duo. Gli anni novanta sono molto diversi dagli anni ottanta e le Bananarama entrano in modalità sopravvivenza. La loro formula guarda sempre di più all’eurodance e all’europop, in un momento in cui la scena di casa loro è dominata da britpop e cultura rave.

Nel 1991 anche il trio di produttori Stock Aitken e Waterman si trova ridotto a un duo: Matt Aitken, a causa dell’eccessivo stress, se ne va. Decimati, stremati e musicalmente superati Stock e Waterman e le Bananarama decidono di resistere e di cambiare direzione. Basta cercare di inseguire le mode; la risposta può essere solo una: gli Abba.

Il revival della pop band svedese era cominciato nel 1991 con Abba-esque, un ep della band synthpop britannica Erasure che riprendeva, con tanto di video en travesti, quattro caposaldi degli Abba. Poi, dall’Australia erano arrivati i Björn Again, un po’ tribute band e un po’ sbandati eurotrash e dopo di loro il diluvio: la “cacca di Agnetha” e Mamma mia nel film Priscilla – La regina del deserto, Le nozze di Muriel e l’uscita trionfale dell’antologia Abba gold, ancora oggi uno dei dischi più venduti di tutti i tempi. Alle Bananarama, nel 1993, non resta che salire sul carrozzone.

Le sessioni per Please yourself erano cominciate con l’idea di fare un classico album disco. Durante la lavorazione Pete Waterman se ne esce con il concetto di “Abba Banana” e Sara e Keren cominciano la loro metamorfosi in clone dance anni novanta di Frida e Agnetha: ritornelli malinconici, qualche armonizzazione vocale e trascinanti arpeggi di pianoforte. Movin’ on e Last thing on my mind sono due tipici esempi di questa ibridazione tra eurodance e melodia svedese. Purtroppo però i due singoli non hanno alcun successo. E poco successo ha anche la cover di More more more di Andrea True Connection, che le vede spostarsi dal pop celestiale degli Abba all’eurodance delle Baccara. Peccato perché i pezzi originali valgono e solo riascoltati oggi rivelano tutta la loro ambizione e la loro portata: Give it all up for love è uno dei pezzi disco più trascinanti mai realizzati dalle Bananarama e You’ll never know what it means si muove in una direzione simile a quella in cui i Take That si stavano dirigendo, con molto più successo, in quegli anni.

Please yourself è un lavoro realizzato da gente che ha molta dimestichezza con i generi e con le sfumature, forse troppa per il pubblico di quell’epoca. Questo sfortunato album anticipa le sonorità nu disco che avrebbero riportato al successo Kylie Minogue con Spinning around e soprattutto cavalca con gusto e originalità la Abba mania senza cadere nell’ovvio e nel tributo caricaturale.

La prova definitiva che il materiale di Please yourself è più che solido è che Waterman, anni dopo, fa ricantare Last thing on my mind e Movin’ on agli Steps, un gruppo ultrapop britannico che porta questi due pezzi dimenticati al successo commerciale che meritano, con l’esito un po’ grottesco di far sembrare due malinconiche canzoni sulla fine di una relazione due tormentoni da baby dance. Please yourself era semplicemente troppo sofisticato per i primi anni novanta e suonava troppo nostalgico e svenevole alle orecchie di un pubblico che impazziva per l’eurodance pompata di 2 Unlimited, Culture Beat e Snap!

Alla fine però Please yourself è stato anche un banco di prova per le Bananarama come duo: se sono uscite vive dalla formula “Abba Banana” possono resistere a qualunque epoca e a qualunque moda. E così è stato: il loro dodicesimo album di inediti, Masquerade è uscito il 22 luglio e Sara Dallin e Keren Woodward non hanno alcune intenzione di smettere di uscire e di fare le sessantenni per bene.

Bananarama
Please yourself
London, 1993

pubblicità