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Cannes, dal concorso solo delusioni

Non vogliamo annoiare il lettore con giudizi negativi su brutti film, mentre le sezioni parallele straripano di ottimi film, e forse perfino un capolavoro: la trilogia delle Mille e una notte che ha dato luogo a tre film molto forti diretti da Miguel Gomes, e coprodotti da Arte France di Olivier Père, sulla crisi dettata dalle politiche di austerità imposte dall’Unione europea in Portogallo. Ne parleremo più avanti.

Parleremo anche di un ottimo film, pura poesia, presentato in Un certain regard, Rak ti khon kaen - Cemetery of splendour del tailandese Apichatpong Weerasethakul, il cui ultimo lungometraggio, il visionario Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, vinse la Palma d’oro nel 2010. Intanto la notizia è che a Cannes sono arrivati gli asiatici, quelli di alto livello, e hanno tirato su il livello di festival e concorso: sono il cinese continentale Jia Zhangke, con Shan he gu renMountains may depart, e il maestro taiwanese Hou Hsiao-hsien con Nie Yinniang - The assassin. Due film di grande profondità e raffinatezza.

Intanto qualche riga sul terribile film Sicario presentato nel concorso, firmato dal canadese Denis Villeneuve (ma la produzione è statunitense). Un viaggio così tra i narcotrafficanti messicani e l’opacità delle agenzie governative statunitensi (Dea, Fbi, Cia e Pentagono) non si era mai visto prima, e in questo senso il film è una primizia.

Nonostante ciò troviamo ignobile la presenza di Sicario non solo in concorso ma anche al festival tout-court, soprattutto in questo momento storico. Il personaggio interpretato da Benicio Del Toro – un mercenario al soldo degli Stati Uniti (ma anche dei cartelli contrapposti, con le agenzie nordamericane complici) che per vendicare la sua famiglia barbaramente uccisa è disposto a fare qualsiasi nefandezza e considera la vita umana del tutto senza valore (come quando uccide di un giovane poliziotto, corrotto ma cresciuto in un quartiere terribile e la cui stella polare è l’amore per il figlioletto che rimarrà quindi orfano, contribuendo così alla spirale infinita di morte e disperazione) – è esattamente speculare a coloro che combatte. Alla fine, però, si rivela lui il vero vincitore nel confronto con l’agente dell’Fbi (interpretata da Emily Blunt) schierata dalla parte della legge, delle procedure e, più semplicemente, dell’umanità.

Lasciamo perdere che tutto è manicheo, e lasciamo perdere che il film non ha la finezza di sviluppare quel potenziale interessante di antitesi anche fisica tra i due personaggi, e lasciamo anche perdere che gli Stati Uniti non facciano una bellissima figura: il punto vero è che certo spettatore sicuramente uscirà dalla sala dopo aver visto un film così spettacolare, e coinvolgente quasi a un livello “fisico” nelle azioni di guerra, ritenendo che questa è l’unica soluzione: la fine del diritto, la fine della legge. Quindi la fine della civiltà.

L’ibrido tra film di denuncia e film fascistoide alla Charles Bronson: questa ancora ci mancava. Ma con una logica simile la rivalutazione di Guantánamo è dietro l’angolo. Dietro a un’apparente mestizia il film celebra il trionfo della politica securitaria (si veda a questo proposito quanto abbiamo scritto a proposito del film di Alice Winocour), senza contare che il personaggio nobile, ma debole in questo contesto, è una donna. L’ambiguità del film e di quella del potere statunitense qui sono saldati in una cosa sola.

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