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Past lives non è il solito film d’amore

Past lives. (Dr)

Arriva in sala un film magico ma non scontato per gli innamorati. È Past lives, esordio di Celine Song, nata in Corea del Sud, ma poi emigrata con la famiglia in Canada e ormai residente da tempo a New York, negli Stati Uniti, dov’è diventata una commediografa riconosciuta.

Il film è ispirato alla sua vita. Tuttavia, è trasfigurato in una sorta di viaggio sensoriale e spaziotemporale, filtrato dalla sfera intima. Mantiene sempre un tocco leggero e sognante, senza nulla togliere però alla profondità della dimensione introspettiva, anzi. Diviso in lunghe sequenze che sembrano come delle capsule, o astronavi ovattate, è anche un cinema d’ambiente, così come esiste la musica d’ambiente.

Nora (Greta Lee) e Hae Sung (Teo Yoo) sono due ragazzi profondamente legati, ma a un certo punto la vita li divide radicalmente, come se in una storia di fantascienza – a cui la cineasta si richiama esplicitamente – ci fosse stata una frattura e due universi paralleli si incrociassero, generando in maniera del tutto imprevista una storia altra, una rottura netta rispetto alla linearità temporale conosciuta. Se si considera questo, la sequenza della parte iniziale, in cui i due protagonisti si salutano prendendo strade opposte – quella di lei tutta in salita – acquisisce un senso più sottile e profondo di quanto una metafora didascalica lascerebbe intendere a prima vista. Così come la melassa retorica o di maniera, in agguato perché la cineasta si muove su un filo molto sottile come un’equilibrista, è sempre evitata: fin dall’inizio, Nora e Hae Sung, ancora dodicenni, si dicono già in faccia le cose con una franchezza un po’ cruda. E già si percepisce l’ansia della riuscita e dell’oppressione sociale che, sottotraccia, attraversa un film dominato dalla dimensione intima.


Poi, in sequenze che riescono a essere miracolosamente lente e veloci, fluttuanti come lo siamo noi durante la visione, vediamo i due ragazzi ritrovarsi grazie a internet: Nora intanto è emigrata con i genitori in Canada. I protagonisti sono ora maggiorenni, ma ancora molto giovani. Segue una nuova cesura netta, un po’ cruda, richiesta da Nora. Ed eccoci a New York – siamo nel presente, per quanto l’atmosfera sempre sospesa renda tutto labile – dove Nora è una scrittrice sposata con un altro artista, lo statunitense Arthur (John Magaro), e aspetta l’arrivo di Hae Sung, che ha deciso di andarla a trovare. Gradualmente si crea uno strano legame fra i tre.

In questo film i fili della temporalità o della narrazione equivalgono a quelli del destino, in un senso molto orientale. Ed è il prologo, l’enunciazione di tutto. Spesso i film, soprattutto quelli degli ultimi anni, cominciano con sequenze del genere. Past lives si apre in un bar dal lusso scintillante e dalle luci dorate che non sappiamo dove collocare, al pari delle tre persone sedute a parlare al banco. Una voce femminile e una maschile, non identificabili perché fuori campo – ma a posteriori si può presumere che siano quelle di altri clienti che osservano i tre a distanza – si interrogano su chi siano, su cosa li leghi tra loro. Il ragazzo bianco e quella asiatica sono una coppia, e il ragazzo asiatico è il fratello di lei? Sono i due ragazzi asiatici a essere una coppia e il ragazzo bianco l’amico? O sono turisti e il ragazzo bianco è la loro guida? Oppure sono colleghi? In verità nessuna delle spiegazioni li soddisfa, nessuna funziona davvero. Il mistero resiste, per loro come per lo spettatore. Ma in compenso noi spettatori sapremo, a fine film, che la vita vera supera l’immaginazione.

Dopo il prologo si torna indietro con un salto temporale, a 24 anni prima, quando Nora e Hae Sung sono ragazzini. Quindi l’apertura è ambientata nel presente, e in verità è quasi la fine della vicenda. Tutto quel che segue è un flashback di frammenti di vita. Compresa la stessa parte nel presente. Quel prologo è un enunciato, cioè “l’affermazione di una verità a cui fa seguito una dimostrazione”, secondo il dizionario. In perfetta coerenza con l’opera, dietro alle apparenze e all’evidenza di quella sequenza che il dialogo fuori campo vorrebbe scompaginare, Celine Song afferma ed enuncia l’essenza del film. Perché Past lives è fondato su una dislocazione altra. È questa la sua verità, relativa ed assoluta insieme. Come ha dichiarato Song, lo spettatore conosce la risposta, ma al contempo non ne ha una definitiva. Perché non esistono risposte certe nella vita e nell’interpretazione della realtà, ma solo parziali.

Altre vite possibili, un’altra storia possibile. Ci si interroga sul “se”: quali biforcazioni può prendere la storia, la nostra e per estensione quella dell’intera umanità. Cosa sarebbe accaduto se? E di nuovo si torna all’immagine leitmotiv, quella dei due ragazzi che prendono strade diverse. Il film è anche il “se” delle narrazioni e dei personaggi possibili, delle tante potenziali varianti, coerentemente al lavoro teatrale della regista, dove la metanarrazione è importante, se non centrale.

Si è sempre su una frontiera sottile di sentimenti profondi ma ingarbugliati, a lungo repressi e ora faticosamente espressi, felicemente ma anche dolorosamente. “In questa vita, tu e Arthur avete gli ottomila strati di in yun” necessari per stare insieme, dice Hae Sung a Nora. Lo in yun, che deriva dal buddismo e dal concetto di reincarnazione, non è tra i due coreani, ma tra un uomo bianco e una donna coreana. Perché se tutto è altro, allora l’altro è come noi, pur nella sua diversità, culturale e filosofica: anche Hae Sung e Arthur sentono che si piacciono – Hae Sung confessa di essere al contempo contento e addolorato per questo – non sono nemici e potrebbero essere invece amici ma, ancora una volta, in una situazione altra: e quindi anche il triangolo amoroso è apparenza nel reale, o un potenziale narrativo. Così come è impossibile definire Hae Sung e Nora degli ex amanti, ma allo stesso tempo non sono neanche definibili come amici, perché nutrono entrambi l’uno per l’altra sentimenti diversi dall’amicizia. E ovviamente sono troppo connessi nel profondo per essere degli estranei. Fuori da ogni catalogazione, fluttuano tutti e tre nell’etere dell’indefinitezza perpetua, esprimendo tuttavia la loro unicità. Viaggiatori privilegiati del tempo e dello spazio.

La duplicità e l’indefinitezza creata dai riflessi continui su mobili, pozzanghere, vetri, che sottolineano un reale indecidibile e invisibile – altrettanti riferimenti ad Antonioni, la cui influenza caratterizza gran parte del cinema asiatico d’autore – si coniugano nell’opposto: in una regia ampia e generosa sul mondo, che coglie e ritaglia gli spazi esterni e anche interni, come la residenza d’artista dove Nora e Arthur si conoscono. A sua volta riflesso perfetto di uno sguardo libero che vuole andare oltre ogni limite, essere sempre altro.

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