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Papa Francesco prova a contrastare lobbisti e banchieri dello Ior

Piazza San Pietro, Città del Vaticano, il 17 febbraio 2015. (Alessia Pierdomenico, Bloomberg/Getty Images)

Tre anni dopo l’elezione di papa Francesco, l’Istituto per le opere di religione (Ior) non è più un pozzo nero di operazioni finanziarie opache o illecite, strumento di transito per capitali riciclati, deposito discreto per somme che sfuggono al controllo del fisco, luogo d’arrivo e partenza di valigette di denaro in contanti il cui uso, in epoca di terrorismo internazionale, può risultare sospetto per varie ragioni. È forse questo il risultato più significativo di un’azione di trasparenza e adeguamento legislativo e tecnico in materia finanziaria, di rispetto delle regole valide per laici e cardinali, ottenuto dall’azione di riforma interna ai sacri palazzi portata avanti dal papa e da suoi collaboratori.

C’è però anche un cambiamento più profondo e sottile, quello di mentalità e abitudini, che è ancora in corso ma le cui conseguenze sono determinanti per la riuscita della riforma. I nuovi manager laici del Vaticano la raccontano così: l’alto prelato potente, quando fa un versamento o opera presso lo Ior, ora deve riempire tutti i moduli. Reverenze ed esenzioni per il rango, l’abito, la porpora del cliente (anche laico) non sono più ammesse; lo sa anche l’impiegato, che non ha più timori e anzi ha più paura delle conseguenze della mancata applicazione del regolamento.

Ma la questione della corretta gestione finanziaria della Santa Sede non si risolve solo con il nuovo corso dell’istituto che ha sede nel massiccio torrione di Niccolò V, dentro la cittadella vaticana. Anzi, sono molti i capitoli in sospeso, di cui si sa poco, molte le zone d’ombra ancora da illuminare mentre il work in progress in fondo è solo al suo inizio.

Lobbisti e banchieri

La storia dello Ior, nella realtà e nell’immaginario, coincide con una serie storica di scandali nazionali e internazionali la cui portata ha avuto un’eco clamorosa prolungatasi per decenni senza mai spegnersi.

Il periodo più nero, sotto questo profilo, è quello a cavallo tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso: il rapporto della Santa Sede con il banchiere mafioso Michele Sindona, la vicenda di Roberto Calvi e del crack del Banco ambrosiano, il coinvolgimento dello Ior, i capitali illeciti affluiti nelle casse d’Oltretevere per finanziare Solidarność, il ruolo di personaggi spregiudicati e approssimativi come monsignor Paul Marcinkus o il cardinale venezuelano José Castillo Lara ai vertici delle istituzioni finanziarie vaticane, ne sono simboli noti.

Il tempo è passato, alcuni protagonisti sono morti, altri sono usciti di scena. L’idea di fondo era quella che la chiesa potesse agire, in campo economico e finanziario, al di sopra della legge (quasi le spettasse, per l’unicità del suo ruolo e funzione, un trattamento diverso, non da istituzione come le altre); un simile meccanismo portava con sé, quasi naturalmente, rapporti preferenziali con affaristi, lobbisti, potenti di vario orientamento, faccendieri, banchieri e rappresentanti della finanza internazionale; una scia di denaro e potere spesso dal profilo antidemocratico.

E certo si fa fatica a pensare che lo stesso Ior dove aveva i suoi conti la “cricca” dei grandi eventi – quella di Angelo Balducci, dell’imprenditore Diego Anemone, di Guido Bertolaso e di molti altri (siamo già nel 2010) – fosse lo stesso istituto in cui transitavano i soldi destinati a una congregazione religiosa missionaria, al sostegno di un ospedale in Africa, agli aiuti per una popolazione indigena in America Latina o a costruire un dormitorio per i poveri a New York. La funzione caritativa e quella accumulativa e illecita si mischiavano fino a generare un corto circuito in cui i nomi di fondazioni per i più bisognosi servivano in realtà da copertura per attività di riciclaggio.

Lo Ior ha funzionato a lungo come macchina da riciclaggio: questo era il nodo da sciogliere

Questo il mondo che non c’è più: ormai la trasparenza finanziaria è diventata una necessità mondiale per contrastare evasioni colossali, finanziamenti al terrorismo, collassi finanziari di intere nazioni. E certo a fronte di vicende come quella dei Panama papers, gli scandali finanziari vaticani impallidiscono. Lo Ior ha un patrimonio di sei miliardi di euro, poca roba anche per una banca. Tuttavia ha funzionato a lungo come macchina da riciclaggio: questo era il nodo da sciogliere.

Dal 2012 sono stati cancellati migliaia di clienti, un esodo (molti erano i cosiddetti conti “dormienti”, cioè poco o per nulla attivi da molto tempo, eppure potenzialmente utilizzabili per ogni operazione), e di sicuro circa cinquemila rapporti sono stati chiusi solo tra il giugno del 2013 e il settembre del 2015, ma il numero complessivo è assai più alto. I bilanci dell’istituto oggi sono pubblici, e presto verranno resi noti quelli della Santa Sede. Di questi ultimi sono stati diffusi dal Vaticano, per diversi anni, solo dati incompleti e lacunosi.

Un’altra novità è stata l’istituzione in brevissimo tempo di organismi come l’Autorità d’informazione finanziaria (Aif), cioè il controllore dello Ior, sul modello delle Uif delle banche centrali. L’Aif blocca le operazioni sospette (che non sono sparite, come risulta dal rapporto 2015 dell’Aif), comunica con i suoi omologhi a livello internazionale, è diretta da un management laico e opera la cosiddetta “vigilanza preventiva”, strumento decisivo per scongiurare illeciti.

Fondi in Svizzera e Vatileaks 2

Accordi per scambi d’informazione e collaborazione in campo fiscale sono stati sottoscritti con con l’Italia e gli Stati Uniti, mentre i rapporti con i servizi d’intelligence di altri paesi stanno diventando una prassi. Non tutto è ancora a posto, dicevamo. L’Apsa, meno nota dello Ior, è l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica e gestisce un piccolo tesoro in immobili e in titoli, la cui entità non è mai stata ben definita. Prima della riforma funzionava pure – irregolarmente, stando al proprio statuto – come banca per clienti eccellenti, offriva interessi migliori di quelli dello Ior e risultava ancora più discreta come strumento per operazioni riservate.

Ora tutti i conti personali – di laici e chierici – sono stati chiusi, ma dall’Apsa fino a non molto tempo fa passavano per esempio i soldi di Giampietro Nattino, presidente della banca Finnat, indagato dallo stesso Vaticano per operazioni finanziare sospette. Da notare che Nattino in passato fu consultore, cioè consulente, della Prefettura per gli affari economici della Santa Sede, l’ufficio – oggi cancellato dalla riforma di Bergoglio – che provvedeva a revisionare i bilanci della Santa Sede (molte funzioni sono passate alla nuova segreteria per l’economia, guidata dal cardinale australiano George Pell). Il riciclatore, insomma, era di casa.

La stessa prefettura, inoltre, è stata la centrale operativa di quel comitato parallelo, formatosi nei primi mesi di pontificato di Francesco, di cui facevano parte monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, Francesca Immacolata Chaouqui, il tecnico informatico Nicola Maio – tutti e tre imputati nel processo Vatileaks 2 in corso in Vaticano – e monsignor Alfredo Abbondi, ciellino doc, altro dirigente della prefettura. Il gruppo ha operato, in base alle testimonianze fornite finora da diversi funzionari vaticani nel corso delle udienze, trafugando carte riservate e password, costruendo archivi riservati con materiale da utilizzare chissà come, consegnando documenti all’esterno, tradendo insomma il proprio mandato e la fiducia del papa. Non sono mancati incontri con Luigi Bisignani e Paolo Berlusconi, il che di per sé ovviamente non costituisce un reato, ma di certo aiuta a capire il clima generale.

Oltretevere si procede dunque a strappi, tra indagini, novità normative e operative mentre di larghi settori del patrimonio – si pensi ancora ai beni immobiliari del dicastero delle missioni di Propaganda fide – si sa ancora poco o nulla. Bisogna poi tenere conto dell’ambiente circostante, come i vari organismi dal nome altisonante e antico in cui s’incontrano, per una raccolta di fondi o la consegna di un premio in qualche sontuoso palazzo romano, pezzi di nobiltà, contesse e duchi, cardinali ultraconservatori, esponenti della finanza e della politica: ambienti in cui si spera che in qualche modo Francesco inciampi, ne devii il corso e magari provi a collocare qualche pietra d’inciampo lungo il percorso.

Non è detto per altro che Bergoglio e i suoi riescano a portare a termine l’impresa. Sono infatti innumerevoli i fronti aperti oltre quello finanziario ma, di certo, un processo storico è stato avviato.

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