×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Politica

David Graeber al festival di Internazionale a Ferrara, ottobre 2012. (Alesi e Leonardi)

David Graeber è stato un intellettuale fuori dal comune. Era un antropologo, nato negli Stati Uniti, vissuto a Londra, morto a Venezia il 2 settembre all’età di 59 anni. Veniva spesso definito anarchico, ma di sé diceva: “Vedo l’anarchismo come qualcosa che fai, non come un’identità, quindi non chiamatemi antropologo anarchico”.

Graeber era un militante e l’impegno politico è stato parte integrante della sua attività di studioso. Aveva la capacità di unire una produzione accademica di altissimo livello a un coinvolgimento nei movimenti di base, di cui a volte era uno dei principali organizzatori.

Graeber si offriva come canale di comunicazione e di scambio tra il mondo della militanza e quello accademico, ma anche tra discipline di studio e tra generazioni di militanti: dalle proteste noglobal degli anni novanta a Occupy Wall street, dal movimento contro il debito studentesco negli Stati Uniti alla resistenza curda nel Rojava. Chi lo ha letto su Internazionale in questi anni ha apprezzato la chiarezza dei suoi ragionamenti e della sua scrittura, che non erano casuali: “Lo chiamo ‘essere gentile con il lettore’, che è un’estensione della politica, in un certo senso”.

Riusciva a parlare di idee considerate radicali in un modo che le faceva diventare idee di buon senso. Come quando, nell’introduzione a una raccolta di saggi, raccontava in poche righe perché aveva scelto di fare l’antropologo: “Ho deciso di chiamare questa raccolta ‘Possibilità’ perché la parola racchiude gran parte di ciò che mi ha ispirato originariamente a diventare un antropologo. Sono stato attratto da questa disciplina perché apre finestre su altre possibili forme di esistenza sociale umana; perché serve a ricordarci che la maggior parte di ciò che riteniamo immutabile è stato, in altri tempi e luoghi, organizzato in modo molto diverso, e quindi che le possibilità umane sono quasi sempre più grandi di quanto normalmente immaginiamo”.

Questo articolo è uscito sul numero 1375 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

pubblicità