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Epocale

Un test nucleare statunitense, aprile 1954. (Reuters/Contrasto)

Intanto nel mondo. Il trattato delle Nazioni Unite che vieta le armi nucleari ha raggiunto le cinquanta ratifiche e potrà quindi entrare in vigore il 22 gennaio 2021. Approvato il 7 luglio 2017 da una conferenza dell’Onu, il trattato prevede, per i paesi che l’hanno ratificato, il divieto di usare, sviluppare, testare, produrre, fabbricare, comprare, immagazzinare, trasferire, ricevere, minacciare di usare, installare o dispiegare armi nucleari. Era necessaria la ratifica di almeno cinquanta paesi e il 24 ottobre l’Honduras ha annunciato la sua adesione. Le organizzazioni che fanno parte dell’Ican, la International campaign to abolish nuclear weapons che nel 2017 ha ricevuto il Nobel per la pace, hanno parlato giustamente di “svolta epocale”.

Si tratta di una vittoria soprattutto simbolica, perché nessuno dei grandi paesi che hanno le armi nucleari ha aderito: Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina e Francia si son ben guardati dal firmare. Anzi, l’amministrazione Trump ha detto ai cinquanta aderenti che hanno commesso “un errore strategico” e li ha esortati a fare marcia indietro spiegando che statunitensi, britannici, russi, cinesi e francesi “sono uniti nella loro opposizione alle potenziali ripercussioni” del trattato.

Com’era in parte prevedibile, non hanno aderito neppure i trenta paesi della Nato, tra cui l’Italia, uno dei cinque stati europei che ospitano testate nucleari (nelle basi di Aviano e di Ghedi). I promotori del trattato sperano che, oltre al grande valore simbolico, possano comunque esserci degli effetti concreti, per esempio nello scoraggiare gli investimenti in aziende che producono testate nucleari.

“Ho dedicato la mia vita all’abolizione delle armi nucleari. Quando ho saputo che era arrivata la ratifica del cinquantesimo stato sono scoppiata a piangere per la gioia”, ha detto Setsuko Thurlow, 88 anni, sopravvissuta al bombardamento di Hiroshima, la città giapponese rasa al suolo da un’atomica statunitense nel 1945.

Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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