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Il prepuzio e la lotta con l’angelo in tre film di giovani europei

Tre film gradevoli di tre registi bravi e onesti – uno belga (anche se lavora in Francia), uno francese e uno italiano – sollecitano riflessioni parallele, che vanno oltre il loro valore. Hanno tutti e tre un limite, proprio nel senso di confine, sul quale è opportuno dire dopo avere però detto le loro qualità.

Questi lavori raccontano con sincera partecipazione storie di giovani, le loro inquietudini, la loro ricerca di amore e di serenità, di accordo con il mondo, un mondo che si presume, nei suoi costumi, adulto. Destano nello spettatore la stessa simpatia che, in modo evidente, i giovani registi hanno per i loro protagonisti. Registi che peraltro sono solo un po’ più adulti dei loro attori.

Vediamoli uno a uno, partendo dal film più “adulto”, quello di Lucas Belvaux, Sarà il mio tipo? (è migliore il titolo originale, Pas son genre). È la storia di un incontro che risulta infine impossibile tra un giovane professore di filosofia molto parigino, molto borghese e molto intellettuale con una provvisoria cattedra di liceo ad Arras, e una parrucchiera che è di Arras, ci vive con un bambino (che resta sempre sullo sfondo) ed è molto vitale, estroversa e simpatica. Il film segue la loro storia dal primo incontro alla decisione della ragazza di rompere il rapporto e insiste sulle differenze di classe e di cultura, che sarebbero superabili, e su quelle di sensibilità, che invece non lo sono. Tanto cerebrale e infine algido è il professore, tanto appassionata e infine viva è la parrucchiera. Dalla rottura ci rimetterà soprattutto il prof: è questo il giudizio del regista, che lo spettatore è portato a condividere in pieno. Un bel film, una storia di sentimenti con un sottofondo sociale non demagogico in un’Europa tutto sommato tranquilla e benestante.

Sarà il mio tipo?, di Lucas Belvaux


Il secondo si chiamava in originale Les combattants ed è stato tradotto per l’Italia, in un ridicolo modo da colonizzati degli Stati Uniti, The fighters. Il regista si chiama Thomas Cailley, e racconta l’incontro piuttosto combattivo tra due ventenni che possiamo definire, dal punto di vista delle origini sociali, entrambi piccoloborghesi, anche se lei studia e lui lavora in una piccola impresa di famiglia. Siamo ancora in provincia, e i due s’incontrano e scontrano (lei ha un caratteraccio) attorno a una sorta di corso di addestramento organizzato dall’esercito per sollecitare i giovani ad arruolarsi. La ragazza ha un’ossessione, quella della sopravvivenza, immagina futuri disastrosi dal punto di vista ecologico e bellico e vuole essere preparata a tutto. Ma il suo pessimismo verrà infine placato dall’incontro col ragazzo, più tranquillo di lei. Il tema della sopravvivenza risulta un modo di giustificare gli aspetti nevrotici della ragazza, non viene preso molto sul serio dal regista (come accadeva con conseguenze tragiche in un capolavoro di Bresson, Il diavolo probabilmente, un film che col passare degli anni mi sembra abbia acquistato in attualità).

Les combattants, di Thomas Cailley


Il terzo è l’esordio nel lungometraggio di Duccio Chiarini, un giovane e animoso fiorentino che sembrerebbe di buona borghesia e già inserito nei giri giusti. S’intitola Short skin: ancora un titolo “americano”. Siamo dalle parti di Pisa e della sua marina, anche qui ceto medio benestante, una famiglia giovane, due figli, maschio e femmina, perfettamente inseriti in quell’ambiente e nell’oggi ma lui, diciassettenne, con un problema: il prepuzio. Avrebbe bisogno, per liberare il glande, di un intervento chirurgico che il ragazzo rifiuta per paura, ma così non può avere rapporti sessuali senza sofferenza (per di più ha un amico che gli parla solo ossessivamente di sesso). Quando si decide, tutto si risolve felicemente, anche se nel frattempo sono gli adulti, i genitori, ad aver avuto un loro crollo, da cui probabilmente si riprenderanno. Chiarini racconta per tocchi precisi e delicati, sa fare cinema bene e dimostra una notevole sensibilità psicologica e ambientale, conosce l’arte del racconto.

Short skin, di Duccio Chiarini


Ma dei tre film il suo è quello che si chiude più decisamente nel privato, che sta tutto nel privato, è il più “opera chiusa”, si sarebbe detto un tempo, e sembra non sentire il peso dell’epoca e del mondo, sceglie di non aprire spiragli su nessun esterno, su nessuna difficoltà che non sia psicologica, dentro un ceto che sembra non avere rapporti con gli altri, con quanto accade là fuori e anche vicino, e non ne sente il peso, non se ne preoccupa, non se ne interessa. Racconta un mondo che potrebbe essere – franchezza sessuale a parte – quello delle commedie sentimentali degli anni del boom che tanto irritavano Italo Calvino per la loro chiusura alla dimensione psicologica (parlava, ricordo, di “melassa psichica”).

Questi film mi sono piaciuti, tutti e tre. Però mi sembrano ugualmente secondari e in qualche modo evasivi rispetto ai problemi dei giovani veri, alle contraddizioni loro e della società in cui crescono. Le loro difficoltà sono solo quelle psicologiche di sempre. Manca ai loro protagonisti la “lotta con l’angelo”, che fu di Giacobbe e di una quantità di giovani nel corso dei secoli, sensibili alla dimensione della storia, ai limiti della condizione umana, al rifiuto di accettare il mondo come gli si presenta e gli si impone, alle castrazioni dell’età adulta e della collettività.

C’erano un tempo i “racconti crudeli della giovinezza”. E ci sono, ci sono eccome, nella vita dei più, e sono quelli che i giovani spettatori dovrebbero chiedere ai giovani registi di raccontare.

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