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Kreuzweg affronta i misteri (e i dubbi) della fede

Una scena di Kreuzweg. Le stazioni della fede. (Outnow)

La traduzione di Kreuzweg è via crucis. E infatti il film diretto dal giovane Dietrich Brüggemann, che lo ha scritto insieme alla sorella Anna, narra le quattordici stazioni della via crucis in quattordici episodi, ma a percorrerle è Maria, una ragazzina di 14 anni. La sua famiglia (madre forte e fanatica, odiosa, padre debole), cattolica ma lefebvriana, vive in una parrocchia dove regnano i lefebvriani. Con questa corrente integralista e anticonciliare della chiesa Wojtila tentò un accordo, ma certamente non è amata da Bergoglio, che predica l’opposto e sembra lottare per il regno di Dio su questa terra.

Le stazioni della via crucis di Maria sono tutte, tranne due, raccontate con inquadrature fisse (anche molto lunghe). La prima, che già riassume e lascia prevedere il resto, è una lezione di catechismo: un giovane prete, quattro ragazzine e due ragazzini da preparare alla cresima. Tra di loro è Maria quella che si pone più domande e che ne cerca la risposta. La sua via crucis è quella di una rinuncia ai piaceri del mondo sollecitata, anzi imposta, da una madre fanatica. E anche l’amore con un coetaneo ugualmente cattolico, ma più aperto alla vita, alla terra. I suoi tormenti si accentuano, e la via d’uscita è quella della rinuncia, del sacrificio del bello e del sano in nome della fede e nella speranza che i suoi sacrifici portino alla guarigione del fratellino di quattro anni, che non parla.

Kreuzweg. Le stazioni della fede


Maria “cade sotto la croce” le tre volte canoniche e di rinuncia in rinuncia va diritta alla morte. Le due inquadrature non fisse sono quelle della cresima, quando la macchina da presa mostra con due rapidi movimenti laterali i cresimandi che si accostano al vescovo (e qui Maria cade svenuta), e l’ultima, che parte dal basso verso l’alto per mostrare il cimitero dove Maria verrà sepolta e il ragazzino che non ha voluto amare che si allontana nei campi.

Il rigore della regia è assoluto e convincente, Brüggemann sa quel che vuole e si rivela regista di alto valore, perché ogni regia dovrebbe esser mossa da una scelta e dalla coerenza nell’applicarla e queste sono qualità molto rare. A tratti fa pensare a Bresson e ai nordici più “protestanti”. Sa costruire una storia quasi per atti unici drammaturgicamente autosufficienti, e ciascuno di un’intensità e di una pregnanza inusitate, ha un’idea di cinema non compiacente che invita insieme più alla riflessione che all’identificazione. Sa comunicare allo spettatore la tensione intima di Maria, che è spirituale più che sociale o culturale. Ma, come in un bel film di qualche anno fa, Lourdes dell’austriaca Jessica Hausner, Kreuzweg termina con il dubbio, nella giusta esigenza di rispettare chi ha la fede: è certo che Maria muore perché vittima di un’educazione intransigente e crudele (il giovane prete e sua madre sono figure antipatiche, anzi odiose), ma nel momento in cui muore il fratellino parla. Il suo sacrificio ha prodotto un miracolo? Si resta nel dubbio, e gli autori non scelgono fino in fondo la loro parte.

Per rispetto, certamente, più che per opportunità. Lo fanno probabilmente anche in reazione al disgustante materialismo capitalista in cui sguazziamo in attesa della fine e alle disgustanti scorciatoie dei fanatismi religiosi. Ma qualcuno avrebbe dovuto far leggere ai fratelli Brüggemann la Lettera a un giovane cattolico di Heinrich Böll, che probabilmente il papa attuale conosce bene e che probabilmente Wojtila ignorava. Parlo da non credente. Il mistero ci sovrasta, sempre, ma il regno di Dio – ognuno lo chiami come vuole – va costruito su questa terra.

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