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La riunificazione di Cipro è vicina?

Una manifestazione a favore della riunificazione di Cipro, a Nicosia, l’11 maggio 2015. (Yiannis Kourtoglou, Reuters/Contrasto)

Più che un segno, è stato un formaggio premonitore. Un formaggio molle e salato, buonissimo se cotto alla griglia: halloumi, come lo chiamano nella parte di lingua greca della Repubblica di Cipro, o hellim, come lo chiamano nella Repubblica turca di Cipro nord.

I due governi rivali dell’isola hanno presentato domanda congiunta all’Unione europea per far ottenere all’halloumi/hellim lo statuto di “denominazione di origine protetta”, come per lo champagne francese o la feta greca, in modo che nessun altro produttore possa usare il nome. È stato un piccolo miracolo.

Cipro è divisa fin dal 1974 quando, a un sanguinoso colpo di stato sostenuto dal regime militare di Atene per riunire l’isola con la “madre patria”, seguì l’invasione della Turchia per proteggere la minoranza turcocipriota. Alla fine la Turchia ha preso possesso del terzo settentrionale dell’isola. I grecociprioti che vivevano in quella parte di Cipro sono fuggiti a sud mentre i turcociprioti della parte sud si sono spostati a nord.

Quando le acque si sono calmate, esistevano due Cipro: la Repubblica di Cipro, riconosciuta dalla comunità internazionale e oggi quasi esclusivamente di lingua greca, e la Repubblica turca di Cipro nord (Trnc), riconosciuta unicamente dalla Turchia. Quarantun anni dopo, Cipro è ancora divisa, ma forse non per molto.

I turcociprioti affrontano anche l’islamizzazione strisciante della loro società tradizionalmente laica

I grecociprioti se la sono passata molto meglio dopo la divisione. Con uno stato riconosciuto che è oggi membro dell’Unione europea, possono viaggiare e commerciare liberamente e il reddito pro capite della parte greca è il doppio di quella turca. Ma non sono state tutte rose e fiori: le banche grecocipriote hanno fatto follie durante gli anni del boom e il paese sta da poco uscendo da un dolorosissimo piano di salvataggio sostenuto dall’Ue.

Per i turcociprioti, il tempo sta per finire. Sono rimasti in centoventimila, ormai una minoranza rispetto agli immigrati turchi, molti dei quali scarsamente istruiti e non qualificati, che si sono riversati nell’isola dal 1974. Negli ultimi dieci anni, con la presenza di un governo islamico conservatore in Turchia, hanno anche dovuto affrontare l’islamizzazione strisciante della loro società, tradizionalmente laica.

Per questo i turcociprioti hanno buoni motivi di cercare un accordo che garantisca un loro stato all’interno di una Cipro riunificata e federale. Per i grecociprioti l’accordo è meno urgente ma con trentamila soldati turchi ancora sull’isola, e dei vicini la cui identità sta diventando sempre più turca e meno cipriota, il loro futuro è incerto. Il problema è che i presidenti vanno e vengono ed è raro che ci siano presidenti da entrambe le parti che desiderano raggiungere un accordo nello stesso momento.

Corsa contro il tempo

Adesso ci sono. Mustafa Akıncı è stato eletto presidente del Trnc ad aprile e ha subito chiesto di avviare delle trattative per la riunificazione con il suo collega, il presidente Nicos Anastasiades, che ha subito accettato. “Il passare del tempo non aiuta a trovare una soluzione. Più il tempo passa, più la divisione diventa un fatto assodato”, ha dichiarato Akıncı.

Dopo tre mesi di discussioni, inclusi sette incontri personali tra i due presidenti, le trattative sembrano ben avviate. Talmente bene, in realtà, che entrambi si sono fatti vedere un martedì sera, insieme a settecento ospiti di entrambe le parti, per una serata di musica cipriota eseguita dal complesso greco-turco Kyprogenia alla torre di Otello a Famagosta.

Si è trattato di un evento altamente simbolico, poiché Famagosta era una città grecocipriota, celebre per le sue spiagge, che ha finito per trovarsi svuotata e dalla parte sbagliata dei confini tracciati dopo il cessate il fuoco del 1974. Da allora la città si è progressivamente deteriorata ma la torre di Otello, una fortezza del quattordicesimo secolo, è appena stata restaurata da un gruppo di ciprioti greci e turchi che hanno lavorato insieme per ripristinare il patrimonio condiviso dell’isola.

C’è molto ottimismo intorno a questi negoziati, perché entrambi i leader capiscono che è impensabile tornare indietro ai “bei tempi andati” precedenti al 1974 (bei tempi per i grecociprioti, forse, visto che molti turcociprioti vivevano sotto assedio, barricati dentro dei ghetti). La maggior parte dei rifugiati del 1974 (o i loro discendenti) non tornerà più a “casa”. Sono successe troppe cose e anche oggi i turcociprioti non si sentirebbero sicuri in uno stato unitario.

Continuare con le vecchie ostilità interne sarebbe una pessima idea

Però, una repubblica federale con due stati, ciascuno ampiamente ma non esclusivamente comunitario, è possibile. Porrebbe fine al lungo isolamento dei turcociprioti e amplierebbe le opportunità economiche per gli abitanti delle due comunità. L’esercito turco se ne tornerebbe a casa, il filo spinato e le trincee della “linea verde” scomparirebbero e Nicosia, l’ultima capitale divisa del mondo, tornerebbe a essere un’unica città.

È solo una questione di buon senso e i presidenti Akıncı e Anastasiades raggiungeranno probabilmente un accordo. Akinci ritiene che ciò avverrà prima della fine dell’anno. C’è solo un problema. Una riunificazione molto simile a questa era già stata negoziata tra il 2003 e il 2004, con l’aiuto dell’Unione europea e la benedizione sia delle Nazioni Unite sia degli Stati Uniti.

Nel referendum del 2004 i turcociprioti votarono a favore della riunificazione con una maggioranza di due terzi ma una schiacciante maggioranza dei grecociprioti, i tre quarti, lo rifiutò (il sì turco fu del 65 per cento ; il no greco del 76 per cento). Dopo tutto, questi ultimi sono molto più numerosi e molto più ricchi dei turcociprioti. È tutto tranquillo ora, quindi perché dovrebbero scendere a compromessi?

La risposta è che Cipro vive in una regione molto pericolosa e continuare con le vecchie ostilità interne è davvero una pessima idea.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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