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Dalle urne esce un Regno Unito intossicato dalla Brexit

Il primo ministro britannico Boris Johnson dopo l’annuncio dei risultati elettorali, a Londra, il 13 dicembre 2019. (Ben Stansall, Afp)

Non c’è un lieto fine al termine degli anni dieci. Le elezioni con cui cala il sipario su questo decennio occidentale portano un risultato brutale. Stamattina, molti di noi a Londra si sono svegliati attoniti, stravolti, perfino più del mattino seguente al referendum del 2016.

La scelta posta agli elettori britannici era binaria, quasi elementare. Da un lato, Boris Johnson e il suo stratega Dominic Cummings hanno trasformato i tory in un partito a tema unico, sotto il motto ossessivo di “Get Brexit done”. Dopo tre anni e mezzo di convulsione politica permanente (uno stato di crisi che loro stessi hanno cominciato con la vittoria dei pro Brexit al referendum), hanno sfruttato un nuovo potente sentimento politico: il desiderio di un taglio netto, di soluzione definitiva a ogni costo. Procedere con la Brexit e farla finita.

Il messaggio sottinteso era che la Brexit è tutto ciò che conta. Durante la campagna elettorale Johnson non ha parlato quasi di altro, e si è sottratto alle interviste per non essere interrogato su altri temi scivolosi.

All’opposto, il leader laburista Jeremy Corbyn ha tentato la stessa operazione delle elezioni del 2017: spostare il dibattito sui temi sociali. Allora, nel 2017, una campagna elettorale miracolosa e l’inettitudine dell’avversario Theresa May gli avevano permesso di sfiorare una quasi vittoria. Per ripetere l’impresa, in queste settimane Corbyn ha parlato di condizioni di vita, di ospedali privi di fondi, ha promesso immensi investimenti pubblici. Un programma ambizioso e molto articolato, un compendio di sogni socialisti. Il messaggio sottotraccia era che la Brexit in fondo fosse un falso problema. Socialismo contro Brexit. Ma questa volta l’operazione è riuscita a metà.

Una disperata domanda inconscia
Nei due anni trascorsi dalle scorse elezioni, l’incancrenirsi della Brexit come questione identitaria ha schiacciato la risonanza di ogni altro discorso. Non ha lasciato spazio, in questa campagna elettorale, neppure al tema in apparenza popolare dell’emergenza climatica. Chi sperava che queste elezioni, nel paese di extinction rebellion, sarebbero diventate delle climate elections è rimasto deluso.
Ciò che resta, invece, sembra soltanto l’esasperazione di un paese esausto, diviso, incapace di riconoscersi, allettato dalle prospettive di “taglio netto”, pronto a fidarsi dell’allucinazione obliquamente nazionalista della Brexit più che delle promesse di un programma di cambiamento socialista.

Lassù, in Galles e nel “muro rosso” di roccaforti laburiste nel nord dell’Inghilterra, le perdite per il Labour sono state particolarmente dolorose. Luoghi come Workington, Darlington, Blyth Valley, cittadine dal passato operaio o minerario, circoscrizioni che non votavano per i tory dai tempi della seconda guerra mondiale, luoghi fondamentali nell’identità sindacalista del Labour. Il trauma simbolico di questo crollo è incalcolabile.

Tutto questo conferma ciò che è stato sempre evidente: la Brexit è una trappola tossica, un’equazione a risultato unico. Nel profondo, corrisponde a una disperata domanda inconscia (”chi vogliamo essere come nazione?”) cui sembra impossibile dare una risposta univoca, oggi, in una democrazia matura e complessa. E apre la strada al trionfo di messaggi falsi e semplicistici.

Di fatto, Boris Johnson non ha vinto oggi, ha vinto la sua battaglia per controllare la società britannica già nel 2016, quando al referendum si improvvisò cinicamente capopopolo del risentimento delle province inglesi e gallesi e sdoganò l’uso esplicito della menzogna (la disinformazione diffusa da fonti tory e dai tabloid alleati è stata una spina nel fianco dei laburisti anche in queste elezioni). E i laburisti non hanno perso oggi. Hanno perso nel 2016, quando Corbyn, europeista tiepido, fece una campagna insufficiente per spiegare le ragioni dell’appartenenza europea.

Un uomo cocciuto
Molte cose sono andate male in queste elezioni, ma una delle più controverse non ha riguardato la Brexit. Almeno negli ambienti urbani e progressisti, le divisioni create dalla Brexit erano state di impatto relativo: in quegli ambienti, in genere, si era tutti dalla stessa parte. Ma la furiosa polemica sull’antisemitismo nel Labour ha colpito più vicino, ha provocato rotture, incrinato amicizie, creato una nuova dolorosa faglia di divisione.

Di fronte alle decine di denunce di casi di antisemitismo tra militanti ed esponenti corbynisti, di fronte alla clamorosa inchiesta della Equality and human rights commission, molti hanno ritenuto che si trattasse di polemiche ingigantite in modo strumentale. Hanno additato manovre dei tory o le solite presunte cospirazioni dei blairiani. Hanno ricordato (giustamente) la lunga militanza antirazzista di Corbyn.
Altri invece hanno desiderato che il leader mostrasse di prendere più a cuore le preoccupazioni della comunità ebraica. Soprattutto, che mostrasse più leadership. Che in certe interviste dicesse con chiarezza: è vero, c’è questo problema, è terribile, mi dispiace e farò di tutto per eliminarlo. Ma di fronte alle domande, Corbyn ha risposto spesso nel suo tipico modo – mezze risposte, reazioni stizzite.

I dubbi sulle capacità di leader di Corbyn sono affiorati ciclicamente, in questi anni, anche tra chi appoggiava in pieno il suo messaggio socialista. È difficile dire con precisione quanti voti siano stati persi dal Labour a causa della controversia sull’antisemitismo. Ma la polemica, forse, ha fiaccato molti umori, contribuito alla sensazione che qualcosa fosse svanito. Più volte, nelle ultime settimane, ci si è ritrovati a chiederci: dov’era finita la Corbynmania del recente passato? Dov’erano finiti i comizi oceanici, dov’erano i video virali di Momentum (l’associazione di militanti pro Corbyn) che ci galvanizzavano alle scorse elezioni?

I bassi indici di popolarità con cui Corbyn termina la sua parabola politica sono un epilogo amaro. Corbyn ha avuto chiaroscuri, atteggiamenti penosamente ambigui sull’Europa. Rimane però fra i politici occidentali più influenti di questi anni dieci. Ha ridato passione alle sinistre di mezzo mondo, cambiato il clima culturale nel Regno Unito, riacceso la lotta ad austerity e ineguaglianze sociali. Sarebbe un peccato se il prossimo o la prossima leader laburista non ripartisse da qui – mentre Johnson e Cummings, da parte loro, non perderanno tempo e apriranno gli anni venti provando a ristrutturare la società britannica, trasformandola in un nuovo far west ultraliberista. Brexit, in fondo, è sempre servita a questo.

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