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Perché l’Arabia Saudita vuole isolare il Qatar

Doha, Qatar, novembre 2013. (Lutz Jaekel, Laif/Contrasto)

Ho seguito da vicino, anche leggendo decine di analisi di autori arabi e non arabi, le nuove tensioni scatenate dalla pressione che vari paesi stanno esercitando sul Qatar, su iniziativa dell’Arabia Saudita. Tra le misure evocate ci sono la rottura dei rapporti diplomatici e l’isolamento del paese tramite l’interruzione delle rotte aeree, marittime e terrestri vitali per il paese. Non sorprende che i mezzi d’informazione stiano speculando sui possibili motivi per cui l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti (Uae), l’Egitto, il Bahrein e altri stati più piccoli si stanno muovendo in tal senso.

Le congetture, in simili casi, rimangono tali perché si tratta di analisi di decisioni politiche prese da governi arabi che agiscono in segretezza e senza l’obbligo di rendere conto del loro operato.

E quindi permettetemi di aggiungere le mie riflessioni, anche se mi concentrerò su posizioni politiche ampie e comprovate invece che su obiettivi politici specifici e di natura ipotetica, legati a questioni come i rapporti con l’Iran, la libertà di stampa, le relazioni strategico-militari con gli Stati Uniti oppure il sostegno a gruppi islamisti del mondo arabo come i Fratelli musulmani o Hamas.

Libertà ai minimi termini
Ai miei occhi la vicenda appare come il tentativo di un gruppo di autocrati arabi, guidati dai sauditi, di mantenere il controllo della regione e completare la loro controrivoluzione dopo le rivolte arabe del 2011, durante le quali uomini e donne della regione hanno manifestato per chiedere maggiori libertà, diritti, giustizia e dignità nelle loro vite. Proprio la libertà, i diritti, la giustizia e la dignità sono i valori che spaventano i sauditi e altri autocrati arabi i quali, a quanto pare, ritengono di doverli ridurre ai minimi termini, come hanno fatto negli ultimi sei anni.

L’Arabia Saudita e la sua manciata di alleati che oggi usano tecniche d’assedio contro il Qatar sembrano avere qualcosa da ridire sulle politiche di quest’ultimo. Eppure, nessuna delle attività del Qatar che sembrano aver scatenato quest’assedio, colpisce davvero e in maniera significativa l’Arabia Saudita. E lo stesso si può dire per l’Egitto e gli altri stati. Che il Qatar abbia dei rapporti ufficiali con l’Iran o con Hamas, e sostenga alcuni organi d’informazione relativamente liberi e aperti in patria e all’estero, al massimo può essere un fastidio, non un’effettiva minaccia alla sicurezza.

Il crimine del Qatar, agli occhi dell’Arabia Saudita, sta nel rifiuto di mettere a tacere ogni voce critica

La verità è che le “minacce” percepite dai sauditi e dagli emiratini non sono né tangibili né pericolose. Sono semmai il segno di una politica indipendente perseguita da un altro membro del consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc), che l’Arabia Saudita fatica ad accettare.

I dirigenti di Riyadh hanno adoperato tattiche simili in passato e in altre occasioni, esercitando una pressione finanziaria sul Libano alcuni anni fa, fornendo armi e denaro ai ribelli contro il regime in Siria, tentando di indebolire i crescenti legami tattici dell’Iran nel mondo arabo, spendendo svariati milioni di dollari per migliorare la propria immagine sui mezzi d’informazione in occidente e nel mondo arabo. Tentativi che sono quasi tutti falliti.

L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno usato i metodi più drastici per imbavagliare tutti i mezzi d’informazione indipendenti nel mondo arabo e, da questo punto di vista, il Qatar è uno dei bersagli ideali della loro ira. Non possono infatti accettare che opinionisti, giornalisti e analisti indipendenti esprimano in pubblico pensieri contrari alle politiche definite dall’Arabia Saudita e mirate al mantenimento dello status quo autoritario che ha definito (e devastato) il mondo arabo nell’ultimo mezzo secolo.

Il crimine del Qatar, agli occhi dell’Arabia Saudita, sta nell’insubordinazione e nel rifiuto di mettere a tacere ogni voce critica con armi e denaro. Il Qatar è particolarmente sensibile alle tecniche d’assedio che subisce oggi, vista la sua posizione geografica: una piccola penisola attaccata all’Arabia Saudita dal suo unico confine terrestre. Se l’assedio continuasse potrebbe essere costretto a rinunciare alle sue politiche indipendenti. Nei prossimi giorni sarà più chiaro come intende rispondere alle pressioni.

Quel che è già evidente, tuttavia, è la determinazione di alcuni paesi arabi, guidati dall’Arabia Saudita, a ricorrere alla guerra economica e militare, a tattiche di deprivazione alimentare e ad altri mezzi pur di mantenere il mondo arabo nella sua fatiscente condizione attuale. È questa la reale minaccia che pende sui cittadini e le società del mondo arabo. Anche se lo spazio politico per esprimere simili opinioni, nella regione e altrove, si fa sempre più esiguo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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