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La nuova geopolitica del Medio Oriente

Un camion colpito in un raid saudita a Sanaa, nello Yemen, il 30 agosto 2017. (Hani Al-Ansi, Ap/Ansa)

Le dinamiche politiche del Medio Oriente sono state completamente capovolte. Per cercare di capire cosa sta succedendo oggi nella regione bisogna prima osservare la situazione in Russia, ad Ankara, a Teheran, a Tel Aviv e nel sobborgo di Dahieh, a sud di Beirut, per poi concentrarsi su Abu Dhabi, Riyadh e il Cairo, con qualche sguardo fugace a Washington e Bruxelles.

Le questioni che un tempo calamitavano la nostra attenzione sembrano meno urgenti. Chiedersi come si evolverà la situazione nelle regioni curde dell’Iraq e della Siria, cosa faranno le decine di migliaia di jihadisti in tutta la regione dopo la distruzione del gruppo Stato islamico (Is) e quale sia il destino di Yemen, Libia e Palestina è ancora affascinante, ma forse meno preoccupante rispetto a pochi anni fa. La questione più importante della settimana è ancora il destino di qualche piccolo centro abitato lungo il confine turco-siriano? O è meglio chiedersi chi avrà il controllo della regione del basso Eufrate tra Siria e Iraq? Fino a quando sauditi ed Emirati Arabi Uniti proseguiranno le due campagne fallimentari, quella militare in Yemen e l’assedio del Qatar?

Non possiamo prevedere quali fattori influenzeranno gli eventi dei prossimi anni, anche perché i rapporti politici tra le diverse potenze che operano in tutto il Medio Oriente sono in continua evoluzione. Ma su una cosa non c’è dubbio: la singola dinamica che sovrasta le altre riguarda l’imprevedibile impatto di questo lungo periodo di guerra su una decina di paesi. Le forze locali, regionali e globali si combattono tra loro, valutando parallelamente nuove possibili alleanze con potenze non arabe come Russia, Turchia e Iran.

Sovranità, autorità, legittimità e potere militare in alcune terre non sono più nelle mani dei governi centrali arabi

Tutti i grandi interrogativi non possono più essere valutati alla luce di interessi e comportamenti prevedibili, come succedeva fin dagli anni trenta. Oggi Turchia, Iran e Russia coordinano la loro presenza militare all’interno della Siria per salvare il regime di Bashar al Assad, poi cercheranno un modo di gestire l’esercito americano, i resti dello Stato islamico, le decine di piccoli gruppi militanti jihadisti, le coalizioni tribali e le aspirazioni dei curdi.

Intanto il re saudita va in Russia per valutare nuovi accordi militari, commerciali e politici, anche se forse sta solo bluffando. La Turchia, che fa parte della Nato, sta acquistando avanzati sistemi missilistici dalla Russia. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto lavorano insieme per riconfigurare il sistema di governo a Gaza, permettendo a un ex criminale palestinese di basso profilo, Mihama Dahlan, di condividere il potere nella Striscia insieme ad Hamas, Fatah e chiunque sia disposto a offrire i suoi servizi in cambio di denaro. La loro sopravvivenza collettiva è in gioco in Palestina, e forse non hanno nessun altro a cui rivolgersi: semplicemente non sanno cosa fare in questi tempi complicati, se non cercare un nuovo uomo forte, uno qualsiasi, che possa salvarli incassando il denaro di qualcun altro.

La stupidità scandalosa della politica statunitense a proposito del conflitto israelo-palestinese è incarnata dalla determinazione di Donald Trump ad affidarsi a suo genero Jared Kushner (che apparentemente non ha idea della situazione), mentre l’ambasciatore americano in Israele continua a rilasciare dichiarazioni che negano l’occupazione israeliana delle terre palestinesi e santificano la colonizzazione illegale delle terre arabe. Le Agenzie delle Nazioni Unite, nel frattempo, hanno preparato una lista delle società israeliane che sfruttano le terre arabe colonizzate, così che il mondo possa evitare di fare affari con loro.

Questi e altri bizzarri sviluppi paralleli alle molte guerre in corso indicano che la natura della sovranità nazionale basata sul controllo territoriale continua a sfilacciarsi in molte aree di confine. La storia degli stati indipendenti che controllano solidamente il loro territorio, la loro economia, le loro risorse e la violenza con le loro forze armate e la polizia, lunga meno di un secolo, sta gradualmente scivolando via dalle dita della storia moderna, che tra l’altro non hanno mai dato prova di avere una presa salda nella nostra regione.

Il potere spezzettato
Per questo continuiamo a domandarci, senza intravedere risposte credibili: chi comanda nel nordest della Siria questa settimana? Come si evolverà la situazione nel resto della Siria e dell’Iraq, nelle regioni curde, nello Yemen e in Libia? Cosa faranno i militanti che hanno sostenuto la breve avventura estremista e violenta dello Stato islamico? Qual è il futuro di Gerusalemme?

Sovranità, autorità, legittimità e potere militare in alcune terre non sono più nelle mani dei governi centrali arabi. Questa disfunzione araba ci fa vivere in una regione di stati sovrani, semi-stati, quasi-stati, stati mozzati, stati-dentro-lo-stato, stati invasori, stati virtuali, mini-stati, stati etnici e settari e stati vuoti, poveri e disperatamente dipendenti che farebbero qualsiasi cosa per soldi. Questi stati sono tutti in competizione tra loro per la terra, per le risorse e per l’autorità, in una regione che abbonda di terre e risorse, ma ha poche autorità nazionali credibili, con decine di altre forme di potere, sovranità, territorialità e legittimità che saltano fuori e aumentano la cacofonia.

Non c’è niente di misterioso o imprevisto in tutto questo. I paesi gestiti in modo orribile, le cui popolazioni sono umiliate e prive di una speranza di cambiamento, non vogliono rimanere in uno stato di angoscia permanente. Alcuni resistono. Alcuni si ribellano. Pochi cercano, più o meno, di riformare. Molti si spaccano per rinascere in un migliaio di pezzi più piccoli, o in un manipolo di milizie, o sotto forma di esecutori del volere delle potenze straniere o ancora semplicemente come nuove bande criminali finanziate dai paesi vicini.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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