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Un reddito di base e un’eredità per tutti

Bulandshahr, nello stato indiano dell’Uttar Pradesh, 15 gennaio 2021. (Anindito Mukherjee, Getty Images)

La crisi del covid-19 ci obbliga a ripensare gli strumenti della ridistribuzione e della solidarietà. Un po’ ovunque fioriscono proposte: reddito di base, lavoro garantito, un’eredità per tutti. Diciamolo subito: queste proposte sono complementari e non alternative. A lungo termine dovranno essere applicate tutte, per gradi e in quest’ordine. Cominciamo dal reddito di base. Oggi questa misura è insufficiente, soprattutto nel sud del mondo, dove in assenza di un salario minimo le persone non possono rispettare il lockdown. In India durante le elezioni del 2019 i partiti d’opposizione avevano proposto d’introdurre un reddito di base, ma i nazionalisti-conservatori al potere a Delhi continuano a rimandare.

In Europa esistono molte forme di reddito minimo, ma con inadeguatezze di vario tipo. In particolare è urgente renderlo accessibile anche ai cittadini più giovani e agli studenti (come succede già da tempo in Danimarca) e soprattutto alle persone senza domicilio o senza conto in banca, che spesso devono affrontare un percorso a ostacoli insormontabile.

Inoltre non dobbiamo sottovalutare l’importanza delle discussioni sulle valute digitali delle banche centrali, che idealmente dovrebbero portare alla creazione di un servizio bancario pubblico e gratuito, agli antipodi dei sistemi sognati dai privati (Bitcoin, Facebook, le banche). Tra l’altro è fondamentale estendere il reddito di base a tutti i lavoratori a basso salario, con un sistema di versamenti automatici in busta paga e sui conti bancari, senza che le persone coinvolte debbano farne richiesta, e collegati al sistema di tassazione progressiva.

Il reddito di base è uno strumento essenziale ma insufficiente. Il suo importo, in particolare, è sempre limitato: generalmente è compreso tra la metà e i tre quarti del salario minimo dei lavoratori a tempo pieno. Questo significa che, fin dalla sua concezione, può essere solo uno strumento parziale di lotta alle disuguaglianze. Per questo è preferibile parlare di reddito di base e non di reddito universale (un concetto che promette più di quanto possa garantire).

Quando si studiano le disuguaglianze, l’elemento più sorprendente è il persistere della concentrazione della proprietà

Uno strumento più ambizioso, che potrebbe essere istituito a complemento del reddito di base, è il sistema di garanzia dell’impiego proposto nel quadro delle discussioni sul new deal verde. L’idea è di proporre a tutte le persone un impiego a tempo pieno, con un salario minimo decente (15 dollari all’ora negli Stati Uniti). Il finanziamento sarebbe garantito dallo stato e i posti di lavoro nel settore pubblico e nelle associazioni (comuni, amministrazioni locali, enti senza scopo di lucro) sarebbero proposti dalle agenzie pubbliche per l’impiego. Un simile sistema potrebbe contribuire al processo di demercificazione e di ridefinizione collettiva dei bisogni, in particolare in materia di servizi alla persona e di transizione energetica. Permetterebbe anche di rimettere al lavoro i disoccupati durante le recessioni a costi limitati.

L’ultima misura che potrebbe completare questo insieme, accanto al reddito di base, alla garanzia dell’impiego e ai diritti derivanti da uno stato sociale esteso (istruzione e sanità gratuite, pensioni e sussidi di disoccupazione, diritti sindacali), è garantire un’eredità a ogni cittadino.

Quando si studiano le disuguaglianze, l’elemento più sorprendente è il persistere della concentrazione della proprietà. Il 50 per cento più povero della popolazione mondiale non ha praticamente mai avuto niente: oggi in Francia possiede il 5 per cento del patrimonio totale, mentre il 55 per cento è nelle mani del 10 per cento più ricco dei francesi. L’idea secondo la quale basta aspettare che la ricchezza si diffonda non ha senso: se fosse vero, sarebbe successo già da tempo.

La soluzione più semplice è una ridistribuzone delle eredità che permetta alla popolazione nel suo insieme di ricevere una somma minima. Per dare un’idea, questa eredità potrebbe essere di 12omila euro (ovvero il 60 per cento del patrimonio medio di ogni adulto). Versata a tutti i cittadini di 25 anni, sarebbe finanziata da un misto di tassazione progressiva sui patrimoni e sulle successioni. Chi oggi non eredita niente avrebbe 120mila euro, mentre chi eredita un milione di euro ne avrebbe 600mila. Siamo ancora lontani da una situazione di pari opportunità, un principio spesso difeso a livello teorico, ma che le classi privilegiate vedono come la peste.

L’obiettivo dell’eredità universale è aumentare il potere di contrattazione di chi non ha niente, permettendogli di rifiutare alcuni lavori, di avere una casa e di fare progetti. Questa libertà spaventa i ricchi e i datori di lavoro perché renderebbe i loro dipendenti meno arrendevoli, ma fa felici tutti gli altri. Ci stiamo riaffacciando sul mondo dopo essere stati a lungo in isolamento. Un motivo in più per rimetterci a pensare e a sperare.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1411 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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