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Per gli iracheni non è la fine della guerra

Iracheni festeggiano in piazza Tahrir, a Baghdad, dopo l’annuncio della riconquista di Mosul, il 10 luglio 2017. (Karim Kadim, Ap/Ansa)

Cosa succederà dopo? Nella piazza Tahrir di Baghdad migliaia di ragazzi sono scesi in piazza per celebrare la liberazione di Mosul mentre l’orchestra sinfonica nazionale suonava all’aperto brani di musica tradizionale irachena.

Un manifestante ha dichiarato all’agenzia Rudaw: “Intanto festeggiamo la fine della guerra. Poi ci faremo anche le domande scomode e rifletteremo sulle responsabilità di questa tragedia”. Alcuni giornalisti hanno criticato le “ingenue celebrazioni della vittoria militare”, facendo notare che queste scene sono ormai ricorrenti nella storia dell’Iraq contemporaneo e che non si fa altro che “passare di guerra in guerra”, come ha scritto Fatima al Muhsin su Facebook. La gioia della vittoria è sempre “temporanea”. È sempre la fine di una battaglia, “non della guerra”. Altri ritengono che “la colpa della disfatta di Mosul nel 2014 sia tutta del governo”.

Indeboliti
Il giornalista Issam Khafaji sostiene che “la sconfitta dei jihadisti a Mosul non significhi anche la fine del loro progetto”. Secondo lui, il vero obiettivo del gruppo Stato islamico (Is) non era governare le città, ma promuovere il jihad internazionale, alimentando questa narrazione per renderla duratura ed efficace: vogliono “creare una nuova generazione di jihadisti in tutto il mondo. Migliaia di simpatizzanti che possono trasformare la loro sete di vendetta in atti terroristici in Iraq, in Siria e in occidente”.

Ma tra chi celebra la vittoria di Mosul molti sono convinti che sia stata una sconfitta per il progetto del califfato. Il fallimento del catastrofico piano che i jihadisti volevano mettere in atto nell’estate del 2014, con la certezza assoluta della vittoria imminente, farà nascere critiche e revisioni nei ranghi dell’Is, e alcuni si allontaneranno dall’ideologia jihadista. Di certo questa retorica perderà parte della sua attrattiva.

Tutto questo dipenderà anche da come deciderà di agire il governo di Baghdad. Se, sotto la pressione della società civile, si deciderà a far dialogare persone in lotta tra loro, sarà all’altezza di un compito così delicato?

(Traduzione di Francesca Sibani)

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