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Spiragli di dialogo tra il governo iracheno e le autorità curde

Un soldato delle forze di sicurezza irachene smonta una bandiera curda a Kirkuk durante le operazioni per la riconquista della città, 16 ottobre 2017. (Ahmad Al-Rubaye, Afp)

Mesi dopo la sconfitta del gruppo Stato islamico a Mosul, il centro della tensione è diventato, com’era prevedibile, Kirkuk. In due giorni di scontri i peshmerga curdi hanno perso in Iraq un territorio di 36mila chilometri quadrati, che va dalla frontiera con la Siria, a ovest, a quella con l’Iran, a est. Si tratta del 40 per cento della zona sotto il controllo curdo e comprende la ricca provincia petrolifera di Kirkuk, quattro grandi città e una quarantina di villaggi.

“È peggio della sconfitta del 1975”, dice l’attivista Kawa Baisarani. “Allora eravamo dei guerriglieri sulle montagne mentre ora siamo uno stato semi-indipendente”.
Dopo il referendum del 25 settembre le cose sono precipitate e ora nessuno sa cosa aspettarsi.

I due principali partiti, l’Unione patriottica del Kurdistan e il Partito democratico del Kurdistan, si accusano reciprocamente di essere i responsabili della tragica sconfitta e della fuga da Kirkuk di centomila curdi spaventati dalla possibile repressione dell’esercito iracheno e delle milizie sciite Hashd al Shaabi. Appena un giorno prima della sconfitta, entrambi i partiti avevano deciso di ritirarsi da Kirkuk e da altre zone contestate perché non avevano alleati in grado di aiutarli durante l’avanzata delle truppe di Baghdad.

Schieramenti interni
Intanto aumentano le pressioni interne ed esterne perché si dimetta il presidente della regione del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, accusato di aver causato la caduta di Kirkuk organizzando il referendum.

La città è al centro della battaglia sia tra l’esercito iracheno e i peshmerga curdi sia tra i curdi che hanno votato al referendum e la popolazione araba e turcomanna che lo ha boicottato.

Tra tutte questi echi di guerra c’è una piccola speranza di pace. Il governo curdo ha concordato con il primo ministro iracheno Haider al Abadi di risolvere il conflitto con delle trattative dirette che dovrebbero riguardare la costituzione del paese. Quando e dove? Questo è il problema.

(Traduzione di Stefania Mascetti)

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