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Alla scoperta dell’inestimabile archivio di Mario Dondero

Conversazione tra una giovane madre che vive a Berlino Ovest e una guardia di frontiera della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr), 1989.
(Mario Dondero, Archivio Mario Dondero, Fototeca Provinciale di Fermo/Altidona Belvedere - Altidona, Fermo)

Quante foto ha scattato Mario Dondero? Se lo chiedono soprattutto ad Altidona, dove ha sede la Fototeca provinciale di Fermo, e dove stanno rimettendo in ordine l’archivio marchigiano del fotoreporter. “La nostra è una vera e propria inchiesta”, spiega Pacifico D’Ercoli, uno dei volontari.

Si tratta non solo di sapere quali e quante foto emergono dalle migliaia di casse e scatoloni trasportati dalla sua ultima abitazione alla sede fermana, ma anche di rimettere in ordine i reportage, ricostruirne il contesto e le date, verificare se si tratta di foto inedite o meno. Impresa ardua, mancando il protagonista – scomparso il 13 dicembre scorso – anche perché ogni scatto va ben oltre ciò che racconta.

A ogni fotografia, perfino a quelle mancate, Dondero associava una storia: chi l’ha conosciuto può ricordare il racconto del giorno in cui andò a bussare alla porta dell’inafferrabile Samuel Beckett. Elettrizzato dal fatto di essere riuscito a immortalarlo nel suo più celebre scatto – quello che per la prima volta ritrae insieme davanti alle Éditions de Minuits a Parigi, nel 1959, gli scrittori del nouveau roman Nathalie Sarraute, Alain Robbe-Grillet, Claude Mauriac, Claude Simon, Jérôme Lindon, Robert Pinget, Claude Ollier e naturalmente Beckett – si era deciso ad andare a bussargli a casa, nella campagna francese. Ma tornando con le pive nel sacco.

Un giorno, tra le pieghe di uno dei suoi ultimi viaggi, sulle tracce di Robert Capa nell’Italia meridionale, raccontò di un bizzarro incontro in ascensore con Fidel Castro, alla conferenza di Algeri del 1973. In quel periodo una sua foto era finita sulla rivista americana Life, facendo il giro del mondo: ritraeva un toro di razza chianina con un allevatore. “Sono diventato il più grande fotografo bovino”, amava ironizzare. Faccia a faccia con il leader maximo, Dondero scoprì che a quest’ultimo interessava particolarmente la zootecnia italiana e fu costretto a improvvisarsi esperto della materia.

Da quella miniera di valore inestimabile che è l’archivio di uno dei più grandi fotoreporter del novecento italiano, ecco spuntare la prova dell’avvenuto incontro: Fidel Castro ritratto ad Algeri, e subito dopo un’altra foto che immortala Yasser Arafat. E altre ancora che dimostrano la sua attenzione per gli animali: il poeta salernitano Alfonso Gatto ritratto con un gatto, un gorilla nello zoo, un servizio sui bovini francesi.

Carlos Rafael Rodríguez e Fidel Castro alla conferenza dei paesi non allineati, Algeri, 1973.

I volontari che stanno catalogando e digitalizzando le centinaia di migliaia di diapositive e pellicole custodite in casse e scatole nella sua casa di Fermo e ora trasportate nella sede della Fototeca ad Altidona non possono affermare di svolgere un lavoro noioso.

Non è chiaro se ci fosse del metodo in tutto questo disordine

“Ogni giorno è una sorpresa, spunta sempre fuori qualcosa di sorprendente”, racconta D’Ercoli: si va dalla festa di maggio ad Accettura, in Lucania, alla redazione di Charlie Hebdo, immortalata nel 1970. “Solo quest’anno ne abbiamo digitalizzate diecimila”, racconta. Si tratta di un lavoro non da poco. Innanzitutto, è necessario guardarle una per una per identificare il soggetto.

Poi bisogna contestualizzarle, un lavoro non facile perché le diapositive, per esempio, “erano tutte conservate nelle scatolette dello sviluppo”. Sono migliaia e “su alcune c’è scritto qualcosa, molte altre invece sono anonime”. Non è chiaro se ci fosse del metodo in tutto questo disordine. Quel che è sicuro è che il fotoreporter, già d’indole poco avvezza alla disciplina, non aveva mai avuto tempo per curare il suo archivio, tanto il suo sguardo era rivolto al presente e ai progetti futuri.

In questi giorni, alla Fototeca stanno studiando i taccuini sui quali Dondero annotava informazioni, numeri di telefono, e con l’aiuto di un professore di storia dell’arte in pensione stanno cercando di collegare gli appunti alle immagini, riversando tutto il lavoro in un database.

Yasser Arafat alla conferenza dei paesi non allineati, Algeri, 1973.

Difficile dire con precisione quanto imponente sia il materiale a disposizione. D’Ercoli stima “tra duecento e trecentomila diapositive”, più altrettanti scatti su pellicola in bianco e nero, molti degli ultimi anni, sempre con la fedele Leica. Assente invece il digitale: Dondero, reporter della vecchia guardia analogica, non lo ha mai utilizzato “se non per curiosità o per scherzo con gli amici”, nonostante fosse solito affermare che non conta il mezzo, bensì l’occhio del fotografo. Ecco dunque una prima, parziale, risposta alla domanda iniziale: Mario Dondero ha lasciato più o meno 600mila immagini nella sua abitazione di Fermo.

Viaggio tra le pieghe del novecento

I volontari della Fototeca stanno lavorando a un software che permetta di raccogliere tutte le informazioni in loro possesso e incrociare i dati. Hanno cominciato a lavorare con lui nel novembre 2013, “ma è stato molto difficile rispettare una tabella di marcia precisa perché lui era sempre in viaggio”.

Il risultato sono state quaranta sedute da due ore e mezza l’una, le cui registrazioni sono oggi preziose per dare un nome e una data a 70mila fotografie. Si è trattato di un’importante base di partenza, nonostante il lavoro sia stato complesso non solo per la proverbiale inafferrabilità di Dondero, quanto perché per ognuna di esse c’era un dettaglio da aggiungere o un aneddoto da raccontare, al punto da lasciar pensare che non gli sarebbe bastata un’altra vita per raccontare il suo lavoro.

Fotografare tanto, disperdere molto, costringendo generazioni di esperti a studiare e interrogarsi

Chi ha partecipato racconta quelle “sedute” come un’esperienza unica, una sorta di viaggio tra le pieghe del novecento, attraverso uno dei reporter che meglio lo hanno raccontato, anche se qualcuno più di una volta si spazientiva per l’eccessiva perdita di tempo e provava a riportare la discussione sulle fotografie da esaminare.

Marco Cruciani, anche lui presente, ha seguito Dondero per sei anni prima di tirarne fuori un documentario, Calma e gesso, un on the road nel quale, tra una puntata in Svizzera e una a casa Bertolucci, il fotografo rivela i retroscena di alcuni suoi scatti, come quando “mi è capitato di stare con Helmut Schmidt per un quarto d’ora mentre si aggiustava la cravatta, prima di fotografarlo, e questo mi ha permesso di coglierne l’umanità” o una sera con Roman Polanski in una delle mitiche “cene del mercoledì” da Otello alla Concordia, a Roma.

Trailer di Calma e gesso


O ancora, la chicca del documentario Comunisti, sul Partito comunista emiliano degli anni cinquanta, per la tv svedese, e la sua attività di autore per il cinema, alla quale preferiva però l’immediatezza del giornalismo, che spiegava così: “Se il cameraman era di provenienza cinematografica, per ogni ripresa impiegavamo due ore, se era invece un giornalista tre minuti. Ecco, per capirci, io sono per i tre minuti contro le due ore”.

Quando Dondero si è ammalato, gli archivisti della Fototeca hanno cambiato strategia: “Gli portavamo le foto scansionate su un tablet e lui scriveva le didascalie”. Per questo oggi conosciamo con precisione la genesi e le date di almeno 70mila scatti.

Gli scrittori del nouveau roman, (da sinistra) Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriac, Jérôme Lindon, Robert Pinget, Samuel Beckett, Nathalie Sarraute e Claude Ollier, davanti alla sede delle Éditions de Minuit, Parigi, ottobre 1959.

La figlia milanese Maddalena e i due francesi Bruno ed Elisa, che hanno ereditato l’imponente archivio, stanno provando a ricostruire l’intera opera donderiana. La Fototeca li sta aiutando per la parte depositata nella sua casa marchigiana. Ma lontano da Fermo – suo buen retiro da quando con la moglie Annie Duchesne, storica e assistente di Fernand Braudel, decisero di prendervi casa perché lei si era innamorata della biblioteca locale con la splendida sala del Mappamondo – c’è una sorta di archivio diffuso di proporzioni non ancora quantificate.

Un luogo dell’anima

Si trova disperso nelle numerose redazioni dei giornali per i quali ha lavorato, in Italia e all’estero, presso i suoi stampatori di fiducia (in particolare il romano Claudio Bassi, “uno di famiglia”), nonché nelle case di tanti compagni di viaggio, spesso occasionali, ai quali aveva regalato una foto o a volte interi servizi.

“Vorremmo recuperare tutto quello che c’è in giro, metterlo in ordine e poi utilizzarlo per valorizzare il suo lavoro di fotografo. Ci piacerebbe che nostro padre fosse raccontato al di là della sua simpatia umana. Per noi figli è l’unico modo che abbiamo per averlo un po’ con noi, visto che in vita è stato spesso imprendibile”, dice Maddalena Fossati.

Lo scrittore Raffaele La Capria.

“Inafferrabile e ubiquo”, come lo definisce lo scrittore napoletano Ermanno Rea, che con lui aveva condiviso un periodo da fotoreporter, Dondero non era tipo da restar fermo a lungo, neppure quando cominciava ad avvicinarsi alle novanta primavere. “Nella provincia italiana ci s’impigrisce facilmente e io mi muovo spesso per evitare questo rischio”, sosteneva, citando forse involontariamente gli Essais di Michel de Montaigne:

Il viaggiare mi sembra un esercizio giovevole. L’anima vi si esercita continuamente a notare le cose sconosciute e nuove; e non conosco scuola migliore, come ho detto spesso, per formare la vita che di metterle continuamente davanti la diversità di tante altre vite, idee, usanze, e di farle gustare una così perpetua varietà di forme della nostra natura. Il corpo non vi rimane né ozioso né affaticato, e questo moto moderato lo mette in allenamento.

Eppure per lui, genovese trasferito a Milano, partigiano sedicenne in val d’Ossola e parigino d’adozione, Fermo era una sorta di luogo dell’anima: animava puntualmente le serate del premio Volponi, partecipava a un cenacolo intellettuale che si componeva di personaggi più o meno noti (lo scrittore Angelo Ferracuti, il critico letterario Massimo Raffaeli, il disegnatore Mauro Cicarè, il poeta Massimo Gezzi, una piccola schiera di fotografi guidata da Ennio Brilli). Potevi incontrarlo in qualche trattoria fino a tarda ora, incurante dei rimbrotti della sua ultima compagna di viaggio, Laura Strappa.

La processione di sant’Antonio Abate, Montelparo (Fermo), 18 gennaio 2015.

È qui che è stato sepolto, vicino ad Annie. Pure l’ultimo reportage è ambientato da queste parti: è datato 18 gennaio 2015 e immortala la festa di sant’Antonio Abate, nel paesino di Montelparo. Ancora una volta non lo aveva tenuto per sé, ma aveva donato tutto alla comunità locale. L’impressione è che abbia voluto comportarsi come il suo mito, Robert Capa: fotografare tanto, disperdere molto, costringendo generazioni di esperti a studiare e interrogarsi. Sulle tracce del grande fotografo americano, nel gennaio 2013, Mario Dondero aveva voluto trascorrere una giornata nel Museo dello sbarco di Eboli, nel salernitano. Nessuna delle foto alle pareti era firmata. “Ecco, io saprei dirti quale di queste è di Capa e quale no”, esclamò, entusiasta, al momento di andar via.

Mario Dondero sarà ricordato sabato 6 febbraio alla Triennale di Milano (viale Alemagna, ore 17, ingresso gratuito fino a esaurimento posti). Interverranno, tra gli altri, Gianni Berengo Gardin, Angelo Ferracuti, Corrado Stajano, Uliano Lucas, letture di Toni Servillo e un ricordo di Maddalena Fossati Dondero.

A Roma, domenica 7 febbraio, alla Tevere Art Gallery di Roma (via di Santa Passera 25, ore 18) ci sarà un altro ricordo con Tano d’Amico, Erri de Luca, Danilo de Marco, Attilio Giordano, Antonio Gnoli e la proiezione di una videointervista realizzata nella biblioteca di Fermo.

Le foto contenute nell’articolo, tra cui alcune inedite, sono state gentilmente concesse dalla Fototeca di Altidona/Altidona Belvedere - Altidona, Fermo.

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