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Marsiglia riparte dalle macerie del 5 novembre

Marsiglia, maggio 2019. Il vuoto lasciato dai crolli in rue d’Aubagne. (Anthony Micallef)

Sono le 9 di mattina di sabato 5 novembre. Il clima è sereno ma fresco, anche se fino a una settimana fa qui a Marsiglia si andava al mare.

Poche centinaia di persone sono raccolte davanti a un buco bianco, il vuoto che un tempo era riempito dalle palazzine del civico 63 e del 65 di rue d’Aubagne, nel quartiere di Noailles, tra la Canébière – il corso che porta dalla stazione al vecchio porto – e il cours Julien, la zona della street art e dei locali. Siamo nel pieno centro della seconda città francese, in un quartiere-emblema della mixité (la mescolanza), dove coesistono il mercato della verdura e le macellerie halal, i magazzini di spezie e uno storico negozio di articoli per la casa che sta trasformandosi, come tutto il resto, in meta turistica.

La ragione del piccolo assembramento, in cui si vedono gruppi di amici, militanti più o meno giovani, qualche musicista e un paio di reporter, è l’anniversario del crollo di due palazzi, avvenuto esattamente quattro anni fa. Davanti a otto fiaccole accese si osservano otto minuti di silenzio, uno per ogni vittima.

Otto minuti per pensare
I loro nomi sono incisi in una targa di bronzo affissa pochi metri più in là nel centro della piazzetta che un tempo portava il nome del poeta Omero e che da due anni è stata ribattezzata place 5 novembre. Quei nomi, come i loro volti, ritratti in fotografie su un cartello che li sovrasta, fanno capire che anche le vittime del crollo erano un buon campione della mixité del quartiere. Quattro cinquantenni: una madre di famiglia di origini comoriane, una donna e un uomo francesi e un tunisino; due trentenni: un algerino e un peruviano; e due ventenni, un senegalese e una italiana, venuta qui per studiare all’università. Otto minuti sono lunghi: rimanere in silenzio permette di pensare a tante cose anche perché da allora, a Marsiglia, tante cose sono successe.

Bernard Eynaud, presidente della locale Ligue des droits de l’homme, capelli rasati e barba bianca cortissima, racconta che, anche se poco prima si erano verificati altri incidenti, la zona centrale e l’identità delle vittime hanno scosso profondamente la città. “Ci si è accorti all’improvviso che quel crollo non era avvenuto per caso”. Ma questa presa di coscienza ha provocato reazioni diverse.

Marsiglia, 2019. A sinistra: Fabien, 51 anni, tre figli. È potuto tornare a casa dopo quattro mesi. A destra: Julie sul balcone del suo appartamento in corso Lieutaud. Ha dovuto vivere in un hotel con i suoi tre figli per cinque mesi, a causa del muro di un edificio accanto che rischiava di crollare.

La municipalité (il comune) guidata allora dal sindaco di centrodestra Jean-Claude Gaudin, in carica da più di vent’anni, e la metropole (l’ente locale che in Francia ha importanti poteri nelle aggregazioni urbane più estese) in un primo momento hanno cercato di rimpallarsi le responsabilità, di nascondersi dietro il fatto che in quei giorni c’erano state forti piogge, invocando lo statuto di “catastrofe naturale”.

Poi hanno cominciato a sgomberare persone e famiglie da alcuni appartamenti usando per la prima volta in modo massiccio lo strumento dell’arrêté de péril imminent, una sorta di ingiunzione che permette lo sgombero tramite la polizia. Più di 4.500 persone che abitavano in palazzi pericolanti o vicini, sono state così costrette a trasferirsi in alberghi o altre residenze secondarie, in modo affrettato e violento.

In città, intanto, si è cominciato a organizzare proteste contro coloro che, pur conoscendo il pessimo stato delle abitazioni, avevano consentito a persone come le vittime del 5 novembre di vivere in condizioni disumane. Un video ancora visibile su YouTube mostra un appartamento di uno dei due palazzi crollati. È stato girato da un cittadino preoccupato, poche ore prima del crollo. Gli abitanti hanno cominciato a riflettere sulle diverse responsabilità: quelle dei proprietari, i cosiddetti “mercanti di sonno”, delle autorità pubbliche, che allora disponevano per tutta la città di soli due funzionari addetti alla verifica dello stato degli alloggi, fino alle agenzie immobiliari. Si sono dati due obiettivi: sul medio periodo, proteggere gli sfollati, su un periodo più lungo, fare in modo che una simile situazione non si ripeta più.

Il tentativo è stato quello di trasformare la gestione di un’emergenza in un’occasione per riflettere su un problema sociale

È nato così il Collectif du 5 novembre che in qualche mese è riuscito a far firmare al prefetto e all’intero consiglio municipale (solo l’estrema destra ha abbandonato l’aula) una Charte de relogement des personnes evacuées (un protocollo per fornire alloggio alle persone evacuate) che ha stabilito una serie di diritti per quanti avevano dovuto rinunciare alla propria abitazione (risarcimenti, tipo di alloggi provvisori, condizioni per tornare dopo i lavori di ripristino).

Secondo Bernard, si trattava di diritti già stabiliti dalla legge, ma che è stato necessario ribadire, riscrivere nero su bianco perché potessero essere efficacemente rivendicati.

Il punto sui cambiamenti
Verso le cinque di pomeriggio, al centro sociale Coco Velten, comincia una tavola rotonda per fare un bilancio di quattro anni di lotte. Kevin Vacher, attivista trentenne del Collectif, presenta gli ospiti confessando che per quest’anno temeva un po’ la smobilitazione, ma che la sala piena lo rassicura. Tra i partecipanti, spetta a Molly Fournel, della commission délogé·es, il compito di spiegare quali novità contiene la nuova charte des délogés, che i movimenti sono riusciti a far firmare nel 2020 alla nuova giunta di centrosinistra.

Fournel spiega che ai diritti acquisiti sono stati aggiunti quelli relativi alla protezione di sfollati che non disponevano di affitti registrati, di quanti avevano bisogno di interpreti e di quanti, pur essendo proprietari degli appartamenti, non avevano i soldi per ripararli.

Dopo di lei parlano in tanti, facendo il punto sui molti cambiamenti che il crollo ha innescato: i vari processi che si sono svolti (civili, amministrativi e penali); la collaborazione tra amministrazione e associazioni, che ha permesso da allora di centralizzare le informazioni sugli affitti insalubri prima sparpagliate, di moltiplicare il numero degli ispettori (oggi sono un centinaio) e che sta suggerendo una nuova idea di alloggi sociali, diversa da quella della segregazione, che qui a Marsiglia ha prodotto alcune delle cités più povere d’Europa. Quando le passano il microfono, Sophie Camard, sindaca del settore urbano a cui afferisce Noailles, spiega di aver provato a trasformare la gestione di un’emergenza in un’occasione per riflettere su un problema sociale.

I problemi sono ancora tanti, ma nella sala si coglie una certa fierezza rispetto a questi quattro anni di impegno, sul palco si esprime l’auspicio che l’esperienza relativa al caso marsigliese possa diventare utile per produrre nuove leggi e nuovi indirizzi al livello nazionale. La maggior parte dei presenti ha avuto una lunga giornata.

Nonostante l’anniversario, sono tanti quelli che non hanno rinunciato a passare davanti al palazzo comunale per accogliere Mimmo Lucano, giunto all’ultima tappa della sua carovana di solidarietà partita da Riace, in occasione della quale il nuovo sindaco di Marsiglia, Benoît Payan, gli ha offerto una medaglia. Il clima politico è cambiato rispetto al 2018. Secondo l’opinione di molti le proteste dei movimenti sorti in conseguenza del crollo di Noailles hanno avuto un ruolo determinante.

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