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I testimoni silenziosi della scomparsa di un ghiacciaio

Virginia Toscano Rivalta e Giacomo Ambrosini. Val Cedec, agosto 2025 (Marco Franchi)

Il rumore delle rocce che franano si sovrappone a quello degli scarponi che scricchiolano su un terreno di pietre e ghiaccio. Virginia Toscano Rivalta, che sta facendo un dottorato di ricerca all’università Statale di Milano e al Museo delle scienze di Trento (Muse), cammina sul ghiacciaio del Cedec, nell’omonima valle, in Lombardia, a 2.700 metri di d’altezza. Si volta verso il punto da cui proviene il suono della frana, scruta la lingua di ghiaccio e poi riprende il lavoro.

“Non è vero che sul ghiacciaio non c’è vita: ci sono i batteri e diverse specie animali e vegetali. Stiamo cercando di capire di più della diversità biologica di questi ambienti”, racconta.

Per molto tempo, la biodiversità dei ghiacciai è rimasta fuori dall’immaginario collettivo e anche dalle priorità della ricerca. “Per almeno due motivi”, spiega. Il primo è culturale: il ghiacciaio è stato a lungo considerato un luogo estremo e inospitale, una semplice riserva d’acqua. Il secondo è logistico: spesso è difficile da raggiungere, richiede competenze tecniche, tempo, risorse economiche, fatica. “Vent’anni fa eravamo in pochi a occuparci di questi ambienti e, soprattutto, della loro biodiversità. Oggi oggi c’è molto più interesse”, aggiunge Mauro Gobbi, ricercatore del Muse e tra i pionieri italiani dell’ecologia glaciale.

Perdita di memoria

Il ritiro dei ghiacciai è uno degli indicatori più evidenti della crisi climatica. Significa perdita di acqua, di stabilità dei terreni, ma anche di memoria: nel ghiaccio sono conservati segnali del passato che nessun altro archivio naturale custodisce allo stesso modo. È infine una perdita di habitat e di specie che si sono adattate all’ambiente glaciale. “Una volta che un ghiacciaio scompare, non lo puoi ricreare. Non è come un bosco che puoi ripiantare”, afferma Gobbi.

Lui e un team di ricercatori e ricercatrici, di cui fa parte anche Toscano Rivalta, stanno lavorando a un progetto che si chiama PrioritIce, coordinato dal professore Francesco Ficetola della Statale. L’obiettivo è studiare come cambiano le comunità biologiche mentre il ghiacciaio si ritira, così da individuare aree prioritarie per la conservazione della biodiversità.

“La domanda non riguarda solo chi vive qui, ma come cambia l’insieme di specie che ci vivono con la fusione del ghiaccio, così da comprendere come stanno evolvendo gli ecosistemi di alta montagna”, spiega Ficetola. È questo il lavoro che Toscano Rivalta sta portando avanti su tre ghiacciai alpini: Cedec (gruppo Ortles-Cevedale), Trobio (Alpi Orobie) e Vedretta d’Amola (gruppo della Presanella).

Una corsa contro il tempo

Sulle Alpi, anche negli scenari climatici più ottimistici, una parte consistente dei ghiacciai è destinata a scomparire. In Italia, la maggior parte dei ghiacciai ha perso più della metà del proprio volume rispetto alla fine della Piccola era glaciale, intorno al 1850. Uno studio recente pubblicato a dicembre del 2025 su Nature indica che sulle Alpi la scomparsa dei ghiacciai potrebbe arrivare già nei prossimi decenni.

Finora molti studi sulle conseguenze del riscaldamento globale sugli ambienti glaciali si sono concentrati soprattutto sul volume e sulla superficie di ghiaccio persi. Si conosce invece ancora poco sul rischio di estinzione delle specie che si sono adattate a questi ambienti e sulle conseguenze della perdita di questi habitat esclusivi.

“Il paradosso è che i ghiacciai sono stati riconosciuti come habitat solo ora che li stiamo perdendo”, dice Gobbi. “Il lavoro di mappare, campionare e descrivere le specie e l’ambiente di un ghiacciaio è una corsa contro il tempo”, prosegue. “Non riusciremo a farlo per tutti i ghiacciai, perché alcuni stanno diventando pericolosi a causa dell’instabilità dei versanti, proprio per la crisi climatica, e altri nel frattempo scompariranno”.

Trappole a caduta

Sul campo, anche quando il ghiacciaio e il sentiero per raggiungerlo sono relativamente sicuri, il lavoro è impegnativo e faticoso. Una volta raggiunta la lingua di ghiaccio, Toscano Rivalta posiziona trappole a caduta: piccoli bicchieri inseriti nel detrito roccioso che, riempiti con una soluzione non tossica per i vertebrati, ma in grado di attirare e conservare insetti e altri artropodi, organismi fondamentali all’interno della catena alimentare delle specie che vivono su e intorno al ghiaccio.

L’interesse del gruppo è soprattutto per coleotteri, ragni e collemboli: organismi bioindicatori, cioè strumenti di lettura indispensabili per comprendere gli effetti dei cambiamenti climatici sulla biodiversità. Queste specie hanno dei legami: per esempio i collemboli, piccoli e numerosi, imparentati con gli insetti, si nutrono di alghe e poi diventano prede di ragni e coleotteri, che a loro volta lo sono per gli uccelli d’alta quota. Questa rete cambia struttura e robustezza quando il ghiaccio arretra.

Ghiacciaio del Cedec, agosto 2025

Capire come cambia, però, non è semplice, soprattutto perché i dati storici sulla presenza di queste specie in questi ambienti sono limitati. Per questo si utilizza una sorta di trucco metodologico: trasformare lo spazio in tempo. Lo si fa sfruttando le piane proglaciali, le aree che il ghiacciaio libera progressivamente ritirandosi.

Il team di ricerca posiziona i siti di campionamento a distanze crescenti dalla fronte del ghiacciaio, la parte più bassa della lingua glaciale. Più ci si allontana, più il terreno è antico. Davanti alla fronte del ghiacciaio si cammina su suoli liberati da pochi anni, più a valle su superfici emerse anche duecento anni fa. A ogni sito di campionamento è possibile associare un’età, ovvero l’anno in cui il ghiacciaio era in quel punto durante una fase di avanzata o di ritiro.

Questo permette di ricostruire una cronologia ecologica. Quando una zona era coperta dal ghiaccio, era abitata da organismi simili a quelli che oggi si trovano in prossimità della fronte.

Con il progressivo ritiro del ghiacciaio, queste comunità “inseguono” la massa di ghiaccio. È probabile che tra duecento anni gli studiosi troveranno gli esseri viventi che oggi si osservano lungo alcune piane proglaciali, per esempio a circa un chilometro dalla fronte.

Quando il ghiacciaio si ritira, con l’aumentare della distanza dalla fronte compaiono praterie, arbusteti, poi boschi. Le montagne diventano più verdi. In molti casi la biodiversità aumenta. “Ma non è necessariamente una buona notizia”, afferma Gobbi. “Questo aumento di diversità può rendere gli ambienti d’alta quota più uniformi, perché a scomparire sono soprattutto le specie che si sono sviluppate per vivere sul ghiaccio. Molte di loro sono endemiche, cioè esistono solo in aree precise e costituiscono un patrimonio naturale unico”.

Gli organismi endemici hanno una capacità di risposta molto limitata. In un mondo che si scalda rapidamente, specializzazione significa fragilità. È per questo che Gobbi e il Muse stanno collaborando anche con il progetto Cold case, coordinato dal professore Roberto Ambrosini della Statale di Milano.

Lo scopo è quello di analizzare la biodiversità del ghiacciaio dei Forni, il secondo più grande d’Italia. “Il nostro ruolo, come ricercatori museali, non è solo fare ricerca su campo, ma anche conservare nelle collezioni i campioni delle specie che potrebbero non esistere più. Al Muse si trova una delle più grandi raccolte di invertebrati degli ambienti glaciali”.

Ogni programma di conservazione deve però passare anche da azioni che tutelino la sopravvivenza delle singole popolazioni. Toscano Rivalta lavora infatti anche sulle valutazioni di rischio di estinzione delle specie glaciali, seguendo i criteri dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), un’organizzazione indipendente che collabora con l’Onu e che si occupa di conservazione della natura. Lo fa incrociando dati di collezioni museali e ricostruzioni ambientali. “Le specie degli ambienti glaciali”, spiega, “non compaiono nelle liste di specie protette e questo è un problema, perché non esistono obblighi legislativi per monitorarle e tutelarle, come invece accade per altre specie”.

Sul Cedec, mentre gli scienziati sistemano le trappole tra pietre e ghiaccio, e il tempo si misura in gradi che aumentano, la domanda ricorrente è: quante specie stiamo perdendo prima ancora di conoscerle, e cosa significa per le Alpi e per le persone?

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