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Il calcio in Africa è una passione imbattibile

Nello stadio Maracanna ad Ajegunle, nel distretto di Lagos, in Nigeria, 2010. (Andrew Esiebo)

“Il sogno dei ragazzini è lo spiazzo con i piloni del cavalcavia: è riparato dal sole, se piove stai coperto e magari con i blocchi di cemento ci fai pure i pali”. Con la sua macchina fotografica Andrew Esiebo è andato a colpo sicuro. Sapeva che sotto il Third mainland bridge avrebbe trovato una partitella. Love of it, storia di una passione imbattibile, è cominciato qui.

Tra la terraferma e gli isolotti della laguna, a Lagos, la megalopoli più popolosa d’Africa, giungla d’acqua e cemento che secondo le stime delle Nazioni Unite nel 2050 avrà 35 milioni di abitanti. “Il calcio scavalca il perimetro degli stadi e si appropria dei luoghi più improbabili, in apparenza incompatibili con il divertimento o il tempo libero”, spiega Esiebo, fotografo nigeriano di 38 anni, affascinato dal pallone e dai paradossi subsahariani. E nei suoi scatti, premiati in Francia, in mostra alle biennali di San Paolo e Dakar, in Bangladesh o a New York, ne trovi davvero tanti.

La scuola elementare di Makoko, a Lagos, in Nigeria, 2010.

Basta fare una sosta a Makoko, lo slum galleggiante tra l’aeroporto e il quartiere degli affari di Lagos. Nelle baracche sorrette da pali di legno e bidoni di plastica, dove non arriva né l’elettricità né l’acqua corrente, vivono in 200mila. C’è chi fa il pescatore e chi si tuffa con i secchi portando in superficie sabbia da rivendere alle aziende edilizie. Ma un calcio al pallone lo danno un po’ tutti. A cominciare dai cento alunni della floating school, la scuola galleggiante realizzata grazie ai fondi dell’Onu. “Appena suona la campanella, con le loro divise gialle e blu si precipitano in canoa per raggiungere la spiaggia sulla laguna”, racconta Esiebo: “Improvvisano campetti e inventano traverse senza arrendersi, perché sanno che senza fantasia sono perduti”.

In un parcheggio vicino al mercato Oluwole di Lagos, in Nigeria, 2010.

Che sia la Nigeria o il Ghana, Accra o James Town, non cambia granché. Palazzoni e cemento, poco spazio per i pedoni, figurarsi per due tiri. “Le partite le fanno nel piazzale dei pullman o accanto al mercato, dove non ci sono marciapiedi e passa un fiume di automobili”, dice Esiebo: “Quando chiedo perché non cercano un posto meno pericoloso mi guardano a bocca aperta come per dire ‘Ma dove lo vedi?’”.

Love of it nasce da risposte come queste. È un racconto in divenire della popolarità del calcio e allo stesso tempo una denuncia di politiche di sviluppo che, in un continente sempre più urbanizzato, dimenticano le persone e calpestano l’ambiente. Prendete Lagos, ma potrebbe essere Luanda, Kinshasa o Dar es Salaam. Ogni giorno arrivano duemila nuovi residenti, mentre in strada finiscono 1.200 tonnellate di bottigliette e sacchetti di plastica. “Pesa la mancanza di visione dei politici e c’è il nodo della coscienza ambientale diffusa, un cammino ancora da percorrere”, sottolinea Esiebo. Convinto che il calcio incroci tutte queste emergenze avvicinando le persone tra loro, alimentando unità, entusiasmo e speranza.

In una strada del quartiere Ikoyi di Lagos, in Nigeria, 2010.

Proprio i sentimenti che respiri chiedendoti se riusciranno il dribbling di Naledi o la finta di Mandisa, ragazze sudafricane palla al piede. “Nei campetti di periferia ci sono tante giocatrici”, recita una didascalia di Love of it: “Il calcio sfida i pregiudizi e gli stereotipi, contribuendo addirittura a colmare il divario di genere”. Per capire che sia davvero così basta guardare gli scatti di un altro progetto del fotografo nigeriano. È il 2010 e l’idea, insieme con 15 colleghi africani, è raccontare in modo diverso i primi Mondiali a sud del Sahara. La scelta cade su Orange Farm, una township a 45 chilometri da Johannesburg, in Sudafrica. Sulla terra rossa dietro le baracche di lamiera corrugata non sgambettano i soliti ragazzini ma le loro nonne. Non hanno l’aria afflitta, schiacciate dal peso della tradizione, vittime di carestie, degrado o disastri. “Orgogliose e felici, indossano la divisa della loro squadra, maglietta rossa e bordi bianchi”, spiega Esiebo: “Il calcio fa parte della loro vita e rappresenta anche una risposta ai problemi di salute, all’alcolismo, al diabete o all’alta pressione”.

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