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                <title>Internazionale - Opinioni</title>            
                
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        <lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 13:00:00 +0000</lastBuildDate>
        <pubDate>Fri, 10 Feb 2012 13:00:00 +0000</pubDate>
        
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Sette giorni senza figli &ndash; Claudio Rossi Marcelli]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p><em>Mio marito mi ha convinta a partire per una settimana lasciando nostro figlio piccolo con la nonna. C’è un modo per rendere il tutto meno traumatico? –Fabiola</em></p>
<p>Per risponderti ho ripescato un articolo della mia amica Kissy Dugan, che si era trovata in una situazione simile. “Quando è giunto il momento (e il taxi), sono riuscita a sopportare le urla dei miei figli ma non quelle della mia coscienza, che mi gridava: ‘Sei una pessima madre!’. Ho cercato di razionalizzare, il mondo è pieno di donne che partono senza figli. Mi aspettavo che per i bambini sarebbe stato difficile, ma perché era così dura anche per me? Poi ho capito: avevo sviluppato una dipendenza dai miei figli. </p>
<p>La maternità era una droga che avevo assunto senza sosta per tre anni. Era una pozione inebriante nei momenti belli e una sostanza allucinogena dopo varie notti in bianco. E ora sarei stata in astinenza per una settimana. Al check-in avevo la nausea: cominciava la disintossicazione”. Se accettiamo la provocazione di Kissy, dobbiamo pensare che stai andando in un centro di riabilitazione ed è quindi comprensibile che tu non abbia alcuna voglia di partire. Ma convinciti che lo fai per il tuo bene. Appena avrai sconfitto la dipendenza, starai molto meglio e ne beneficeranno anche tuo marito e tuo figlio. Perché, ammettiamolo, non è mai facile avere in casa una drogata.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/935/">935</a>, 10 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Fri, 10 Feb 2012 09:23:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Il risveglio dei sindacati &ndash; Amira Hass]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Buone notizie: l’8 febbraio il grande sindacato Histadrut ha proclamato uno sciopero generale in Israele, il primo da sei anni. L’obiettivo è combattere il diffuso fenomeno del lavoro in subappalto. Il sindacato chiede l’assunzione diretta di 400mila lavoratori, in maggioranza impiegati nella pubblica amministrazione, a livello sia locale sia centrale.</p>
<p>Il governo sembra disponibile a migliorare le loro condizioni, ma senza vietare il subappalto. Non c’è da stupirsi, perché lo stato è il principale beneficiario di una forma di lavoro che permette di ridurre la spesa pubblica. Inoltre, le aziende che forniscono la manodopera hanno stretti legami con il potere. Le donne sono il 65 per cento tra i lavoratori in subappalto e gli immigrati sono il 50 per cento. Si occupano principalmente di pulizia, sicurezza, scuola e servizi sociali.</p>
<p>I loro stipendi sono scandalosamente bassi, spesso sotto la soglia del salario minimo. Le aziende fornitrici sono famose per i ritardi nei pagamenti e per il rifiuto di concedere i sussidi di maternità e le indennità per malattia. Se un lavoratore osa ribellarsi rischia il licenziamento. Per qualcuno è una gallina dalle uova d’oro, ma per molti altri è una forma moderna di schiavitù.</p>
<p>Il fenomeno è diffuso da più di vent’anni, ma solo di recente i sindacati hanno deciso di affrontare il problema. Fino a poche settimane fa la lotta la portavano avanti gruppi di attivisti e di volontari, che accusavano i sindacati di ignorare i problemi reali del paese.</p>
<p><em>Traduzione di Andrea Sparacino.</p>
<p>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/935/">935</a>, 10 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Thu, 09 Feb 2012 17:19:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Monotono &ndash; Giovanni De Mauro]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Il posto è importante. Il posto dove nascono le idee, per esempio: se Mark Zuckerberg non avesse frequentato l’università di Harvard, probabilmente Facebook non avrebbe mai visto la luce. Il posto dove si vive: se Zuckerberg non si fosse trasferito a Palo Alto, in California, forse Facebook non sarebbe mai diventata una startup di successo.</p>
<p>Facebook ha solo otto anni, ma secondo gli investitori vale più di colossi come la Boeing. Marc Andreessen, il fondatore di Netscape, racconta: “Zuckerberg è molto determinato a costruire un’azienda che duri a lungo”. Ed è molto concentrato su due cose, spiega il New York Times: Facebook ed essere il capo di Facebook. “Dopo il collocamento in borsa è improbabile che Zuckerberg prenda i suoi miliardi e lasci l’azienda”.</p>
<p>Ha un quarto delle azioni della società e grazie agli accordi con gli altri soci ha un potere di voto che equivale al 60 per cento delle quote. “Nell’eventualità in cui controlli la società al momento di morire”, ha addirittura il potere di designare il suo successore. Mark Zuckerberg ha 27 anni. A lui il posto fisso non sembra affatto monotono.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/935/">935</a>, 10 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Thu, 09 Feb 2012 16:24:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Piccoli stati crescono &ndash; José I. Torreblanca]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>In poco più di vent’anni gli stati europei sono aumentati di numero, passando da trenta a quarantanove. Chiaramente quest’aumento così importante non è passato inosservato tra quelli che vorrebbero creare un loro stato indipendente. Sullo scioglimento dell’Unione Sovietica c’era stato poco da obiettare, dato che in fin dei conti non era altro che la “prigione dei popoli”. Ma le indipendenze dei paesi baltici hanno alimentato le speranze di alcuni movimenti secessionisti e separatisti e hanno ovviamente suscitato qualche preoccupazione in alcuni paesi dell’Europa occidentale.</p>
<p>All’improvviso l’indipendenza, che durante la guerra fredda era considerata una chimera, non solo è diventata possibile, ma è stata anche accettata e sostenuta dalla comunità internazionale. Come se non bastasse, i nuovi stati hanno ottenuto come premio la prospettiva di poter aderire all’Unione europea. Solo in termini culturali il fatto che le loro lingue siano diventate lingue ufficiali dell’Unione europea è considerato un enorme successo, a cui si aggiungeva la possibilità di sedere al Consiglio europeo, di ottenere una rappresentanza al parlamento di Strasburgo e di poter contare su un proprio commissario a Bruxelles. E tutto questo è avvenuto, come nel caso dell’Estonia, in paesi con appena un milione e mezzo di abitanti.</p>
<p>Nonostante l’invidia sollevata dai paesi baltici tra molti indipendentisti, la loro storia, con l’occupazione e l’annessione da parte dell’Unione Sovietica, ne faceva un caso <em>sui generis</em>. L’entusiasmo di molti movimenti separatisti e la tolleranza degli stati è venuta a mancare dopo la traumatica dissoluzione della Jugoslavia, che ha trasformato la festa del crollo del muro di Berlino in un tremendo bagno di sangue nel cuore di un continente convinto di essersi lasciato alle spalle fenomeni come la pulizia etnica o il genocidio. Vero è che il “divorzio di velluto” tra cechi e slovacchi aveva fatto intravedere la possibilità di ottenere l’indipendenza senza ricorrere alla violenza. Ma in quel caso è stato evidente a tutti che, subordinando l’accettazione della comunità internazionale a un accordo tra le parti, la creazione di uno stato sarebbe stata l’eccezione e non la regola.</p>
<p>Nel 2008, quasi vent’anni dopo la fine della guerra fredda, quando i movimenti indipendentisti sembravano essere rientrati nei ranghi, c’è stata la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, a cui sono seguite quelle dell’Abkasia e dell’Ossezia del sud (sostenute da Mosca) dopo la guerra della Georgia nell’estate del 2009. Questo ha riportato la questione all’ordine del giorno. Ma ancora una volta si è trattato di casi eccezionali, segnati da conflitti preesistenti, e difficilmente qualcuno potrebbe usarli a sostegno delle proprie pretese di indipendenza. Se per meritarsi l’indipendenza bisogna vivere quello che hanno vissuto gli albanesi del Kosovo (vent’anni di soppressione dei diritti, un’occupazione militare e una deportazione di massa) è meglio lasciare le cose come stanno. Nonostante la lettura ipersensibile fatta in Spagna della situazione del Kosovo (a causa della questione basca), quel caso dimostra fino a che punto il modello spagnolo sia un riferimento importante per quanto riguarda le possibilità che offre uno statuto d’autonomia ben articolato e rispettoso delle identità locali.</p>
<p>Il problema è che, anche se il progetto europeo aspirava in teoria a rendere più facile la vita delle nazioni senza stato, nella pratica molti movimenti secessionisti sono rimasti delusi dal cammino unitario del continente. Invece di diluire gli stati, dicono, l’Unione europea li ha consolidati, svuotando di contenuto il decentramento su cui loro avevano scommesso tanto. Che la colpa sia dell’Unione europea, della globalizzazione, degli stati o della manipolazione dei sentimenti di identità da parte delle élite di questi movimenti, il fatto è che molte di queste forze secessioniste sembrano uscire perdenti dal processo di integrazione.</p>
<p>La Catalogna, la Scozia, le Fiandre, la Padania o il Paese Basco sono tutte regioni ricche che fanno parte di stati democratici e che potrebbero ottenere l’indipendenza, almeno teoricamente. Non è mai stato chiaro se una volta indipendenti i nuovi stati rimarrebbero nell’Unione europea o dovrebbero chiedere l’adesione, anche perché alle considerazioni giuridiche si unirebbero quelle politiche. Alle difficoltà di un futuro indipendente si aggiunge poi la questione monetaria. Il giorno dopo la loro indipendenza i nuovi stati dovrebbero emettere una loro moneta o usare l’euro senza far parte dell’unione monetaria come fa il Montenegro, in attesa della sua adesione ufficiale. In ogni caso i nuovi stati dovrebbero rivolgersi ai mercati per finanziare i debiti ereditati e i loro bisogni finanziari. </p>
<p>Oggi non è difficile indovinare quale valutazione otterrebbero dalle agenzie di rating, con quali tassi di cambio sarebbero accolti o quale interesse dovrebbe gravare sui loro titoli. A breve termine questa crisi può rafforzare i vecchi stati europei di fronte ai movimenti secessionisti. Ma a lungo termine non rischia di indebolirli?</p>
<p><em>Traduzione di Francesca Rossetti.</p>
<p>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/935/">935</a>, 10 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Thu, 09 Feb 2012 16:19:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[L&#8217;altro papa &ndash; Yoani Sánchez]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Mancano diverse settimane allʼarrivo di papa Joseph Ratzinger a Cuba, ma in giro si sente già odore dʼincenso. A Cuba molti di quelli che di giorno pregano nelle chiese, la sera accendono candele in onore di una divinità africana e la visita del papa suscita entusiasmo, ma anche curiosità. I cattolici preparano liturgie in pompa magna per accogliere Benedetto XVI e molti si domandano se il suo arrivo porterà qualche cambiamento nella situazione politica o sociale del paese. </p>
<p>I cubani sperano che il santo padre possa aiutare il processo di riforme economiche messe in campo da Raúl Castro, accelerandolo e allargandolo ad altri ambiti della società. Ma ci sono troppe differenze tra il viaggio di Ratzinger, a marzo prossimo e il viaggio di Giovanni Paolo II, nel gennaio del 1998. Lʼarrivo del “papa viaggiatore” era legato al crollo dei regimi dellʼEuropa dellʼest.</p>
<p>Ora invece unʼintera generazione di cubani, nata dopo la caduta del muro di Berlino, non sa neanche cosa significa la sigla Urss. Alla fine degli anni novanta Karol Wojtyla accese il cuore di noi cubani – anche degli agnostici come me – pronunciando molte volte la parola “libertà” in plaza de la Revolución. Ma adesso lʼapatia e lo scoraggiamento renderanno più difficile che le frasi di Ratzinger provochino la stessa emozione. Non siamo più gli stessi.</p>
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                <pubDate>Thu, 09 Feb 2012 10:00:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[A me gli occhi &ndash; Giuliano Milani]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p><strong>Walter Benjamin, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8857209148/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8857209148">Piccola storia della fotografia</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8857209148" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Skira, 45 pagine, 9 euro</em></p>
<p>Nel 1931 la fotografia esisteva da quasi un secolo. Da pratica quasi magica, usata nelle fiere per stupire il pubblico, era diventata un’industria. Le persone si erano abituate molto rapidamente e ormai non ci facevano più caso. </p>
<p>Nel frattempo però la riflessione sul nuovo mezzo non si era sviluppata in modo altrettanto intenso. Si era continuato a discutere se la fotografia andasse considerata un’arte, al pari della pittura, o addirittura se fosse lecito e raccomandabile riprodurre le fattezze dell’uomo, che era stato creato da Dio, per mezzo di una macchina. Per questo il terreno di ricerca che in quel momento si schiudeva a Walter Benjamin era immenso e inesplorato. Il filosofo, che di lì a qualche anno avrebbe scritto L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, cominciò ad avventurarcisi scrivendo alcuni brevi articoli con il suo stile illuminante e misterioso, qui riproposti in traduzione italiana. </p>
<p>Analizzando le immagini (qui riprodotte con cura) di pionieri come Hill, Dauthendey, Blossfeldt, Atget, Sander, Benjamin comincia a scoprire che la fotografia riesce a catturare una verità che ai pittori sfugge, e per capire come ciò possa avvenire, riflette sulla relazione tra i limiti tecnici cui i fotografi sono costretti, la loro voglia di superarli o aggirarli, le domande di un pubblico che da spettatore si sta facendo protagonista.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Wed, 08 Feb 2012 11:27:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Barbiana a Parigi &ndash; Tullio De Mauro]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Nelle scuole medie e nei licei francesi gli allievi più in difficoltà avranno un “accompagnamento personalizzato” in modo che tra cinque anni il numero di ragazzi che abbandonano la scuola senza aver raggiunto un titolo, oggi circa 150mila, sia dimezzato. Le Monde ha dato massimo rilievo a questa affermazione fatta dal candidato socialista alle presidenziali, François Hollande, nel discorso di apertura della campagna elettorale nel grande salone di Le Bourget il 22 gennaio. L’idea del recupero specifico e personalizzato dei più deboli è un perno del programma quinquennale, poi ufficialmente pubblicato per intero il 26 scorso. </p>
<p>Premessa generale delle sue sessanta proposte è battere il nemico invisibile, i potentati occulti della finanza internazionale, restituendo alla Francia l’orgoglio di camminare sulla via “repubblicana” della costruzione di condizioni d’eguaglianza. Discendono di qui propositi di provvedimenti finanziari e sociali, ma soprattutto la centralità assegnata al terreno educativo. Hollande, aderendo a un’idea di Claude Thélot, non pensa a rivoluzioni globali ed epocali, ma ad azioni singole mirate: creazione di 60mila nuove cattedre, scuola materna aperta ai bambini sotto i tre anni, offerta di un percorso di formazione-lavoro ai ragazzi descolarizzati tra i 16 e 18 anni. Secondo Hollande azioni concrete del genere faranno sì che dopo i cinque anni del suo mandato presidenziale i giovani vivranno meglio di oggi e la Francia intera vivrà una maggiore eguaglianza.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:24:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Sparalimoni per tutti &ndash; Nick Hornby]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p><strong>Libri letti</strong><br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1447202384/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=1447202384"><i>The family Fang</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=1447202384" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Kevin Wilson<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1400066840/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=1400066840"><i>Wild abandon</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=1400066840" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Joe Dunthorne<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/0330518313/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=0330518313"><i>The end of everything</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=0330518313" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Megan Abbott<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1416599096/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=1416599096"><i>Bury me deep</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=1416599096" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Megan Abbott<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1408815133/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=1408815133"><i>Your voice in my head</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=1408815133" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Emma Forrest</p>
<p><strong>Libri comprati</strong><br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1447202384/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=1447202384"><i>The family Fang</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=1447202384" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Kevin Wilson<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/0571239102/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=0571239102"><i>Letters to Monica</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=0571239102" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Philip Larkin<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1416599096/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=1416599096"><i>Bury me deep</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=1416599096" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Megan Abbott<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1400066840/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=1400066840"><i>Wild abandon</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=1400066840" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Joe Dunthorne<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/0747599580/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=0747599580"><i>Brother of the more famous Jack</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=0747599580" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, Barbara Trapido<br />
&bull; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/031604301X/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=031604301X"><i>Those guys have all the fun</i></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=031604301X" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />, James Andrew Miller e Tom Shales</p>
<p>Uno dei motivi per cui vado volentieri a trovare il mio fratellastro, che vive in una bella casa nel Sussex, è che conosce un tizio che intrattiene i bambini sparando limoni da un bazooka fatto in casa. Non spara i limoni contro qualcosa, ma è proprio questo il bello: un frutto giallissimo sparato a decine di metri nel cielo azzurro è uno degli spettacoli più fantastici che madre natura possa offrire (anche se, diciamocelo, si serve di un congegno esplosivo fatto dall’uomo).</p>
<p>Nel primo romanzo di Kevin Wilson, <i>The family Fang</i>, Buster Fang resta ferito gravemente quando, mentre sta lavorando a un articolo per una rivista, viene colpito da una patata sparata da un congegno simile, che gli cambia i connotati. Sono sicurissimo che <i>The family Fang</i> mi sarebbe piaciuto comunque, ma a volte hai proprio bisogno di quel collegamento del tutto inaspettato e così azzeccato da sembrare sospetto.</p>
<p>Buster viene investito dalla patata a pagina 32 della mia edizione, proprio al punto in cui, se siete di quelli che lasciano i libri a metà, vi state chiedendo se andare avanti o no. E poi, all’improvviso, come fosse un segno divino, vi ritrovate a pensare: “Ehi! Ma è lo sparalimoni di Sam! Solo che loro usano patate!”. In passato, scrivevo regolarmente recensioni per alcuni dei giornali più rispettabili in circolazione: ora capite perché ho smesso. Non riuscivo mai a trovare il modo di infilare lo sparalimoni nelle mie sobrie e accurate valutazioni. Eppure a volte ce n’è bisogno.</p>
<p>Ho scoperto <i>The family Fang</i> curiosando un po’ in giro, una buona vecchia abitudine che internet, la crisi delle librerie e la mia politica di acquisti dei libri ridicolmente ottimistica (vedi tutte le mie precedenti rubriche) ha reso quasi obsoleta. L’ho preso in mano attratto dalla generosa ed entusiastica segnalazione di Ann Pratchett in copertina – “In una parola: geniale” – e non l’ho rimesso a posto perché, a una più attenta indagine, sembrava un romanzo che almeno in parte parlava di arte e del perché la facciamo, e io adoro i libri su questo argomento.</p>
<p>L’ho portato fino alla cassa perché ero da poco arrivato alla conclusione che avevo bisogno di leggere libri di autori più giovani, non tanto per dovere professionale, ma perché sentivo una certa carenza di gioventù nella mia dieta narrativa. Negli ultimi due mesi avevo letto Next di James Hynes e Fuori a rubar cavalli di Per Petterson, due romanzi su uomini anziani che ripercorrono la loro vita passata, e la magistrale vita di Dickens dell’esperta biografa Claire Tomalin: e all’improvviso avevo voglia di sapere cosa pensano i giovani. Questo mese, tutti gli autori che ho letto hanno fra i trenta e i quarant’anni, che è il massimo del giovane a cui posso spingermi senza che mi venga voglia di impiccarmi.</p>
<p><i>The family Fang</i> è proprio il tipo di romanzo che uno sogna di trovare gironzolando per venti minuti in libreria. È ambizioso, è divertente, prende sul serio i suoi personaggi e ha un’anima: nel senso di quel meraviglioso dolore che la narrativa può dare quando vorrebbe il meglio per tutti noi e contemporaneamente accetta il fatto che il più delle volte non si arriva neppure alla sufficienza. Buster e Annie Fang sono i due figli adulti degli artisti di strada Camille e Caleb Fang, che li coinvolgevano nei loro spettacoli quando erano piccoli, mettendoli spesso e volentieri in imbarazzo. Una serie di calamità (il bazooka sparapatate per Buster, un’imprevista nudità con sesso poco saggio per Annie) costringono fratello e sorella a tornare a casa nel Tennessee, dove i genitori continuano a lavorare e sperano ancora di convincere i figli che gli happening familiari sono la loro vera vocazione artistica.</p>
<p>Capite che nelle mani sbagliate un soggetto del genere poteva finire molto male: poteva diventare stucchevolmente stravagante, o troppo compiaciuto, o tutto fumo e niente arrosto. Ma Kevin Wilson aggira ogni ostacolo con grande sicurezza. Si diverte con le premesse – le imprese dei Fang sono fantasiose e credibili – ma alla fine il suo è un romanzo su genitori e figli, quindi tutto è al servizio di uno scopo più serio, anche se la serietà non appesantisce mai il libro. <i>The family Fang</i> è stato e sarà paragonato a un film di Wes Anderson, anche se Anderson non mi è mai sembrato molto interessato al lato psicologico dei suoi personaggi.</p>
<p>E in ogni caso, nonostante l’ambientazione beatnik, Wilson racconta la sua storia in modo molto coerente. Mi ha ricordato, invece, il minuzioso realismo di Anne Tyler, l’amore che dispensa ai suoi personaggi, e il modo in cui i loro passi falsi, le loro incomprensioni e i loro rimpianti possono riassumere in qualche modo i tanti modi diversi in cui tutti sbagliamo. </p>
<p>“L’arte, se ti sta a cuore veramente, vale tutta l’infelicità e la sofferenza che può procurare. Se per raggiungere quel traguardo devi ferire qualcuno, è giusto farlo. Se il risultato è abbastanza bello, abbastanza strano, abbastanza memorabile, non ha importanza: ne sarà valsa la pena”. Così la pensa Caleb Fang, subito dopo aver sparato al suo compagno in una performance particolarmente audace. Ho il sospetto che molti di noi tra quelli che passano le giornate a inventare storie, a un certo punto abbiano sposato una filosofia del genere. O almeno abbiano sperato di essere abbastanza crudeli e determinati da poterlo fare. <i>The family Fang</i> è un romanzo che si domanda se questo particolare mito della creazione artistica sia davvero una cosa buona, dimostrando contemporaneamente che l’arte dotata di senso morale non deve per forza essere convenzionale.</p>
<p>Il secondo romanzo di Joe Dunthorne, <i>Wild abandon</i>, è ambientato in una comune del Galles, ma somiglia un po’ a <i>The family Fang</i>. Dunthorne e Wilson condividono la convinzione che le battute non compromettano necessariamente la serietà di un romanzo e, anzi, possano aiutare ad accorciare la distanza tra scrittore e lettore rendendo più godibile il libro. Tutti e due gli autori sono interessati al modo in cui l’eccentricità dei genitori possa complicare la vita dei figli. In <i>Wild abandon</i>, Kate, un’adolescente gallese cresciuta in una comune, si scopre sempre più attratta dalla periferia suburbana fatta di villette a schiera, dove risiede la famiglia del suo ragazzo, un tipo piuttosto insignificante. Nel frattempo Albert, suo fratello minore, precoce ma inevitabilmente ingenuo, si prepara all’apocalisse imminente, attesa con fiducia da una delle tante persone che gli fanno, un po’ precariamente, da genitori.</p>
<p>Mia cognata e la sua famiglia vivono nel Galles (è qui che entra in scena lo sparalimoni) e, come i personaggi di Dunthorne, hanno regolarmente a che fare con <i>polytunnel</i> e Wwoof. Wwoof! <i>polytunnel</i>! Parole che prima di leggere questo romanzo non avevo mai visto scritte da nessuna parte. E di sicuro non immaginavo che una di loro cominciasse con un’improbabile e inutile doppia vu doppia (il <i>polytunnel</i> è una serra tubolare dove si coltivano piante recalcitranti e infelici; e il Wwoof è un’organizzazione per giovani agricoltori biologici inspiegabilmente desiderosi di lavorare la terra gratis). Come Wilson, neanche Dunthorne è interessato a fare della satira, anche se il mondo che descrive gliene offrirebbe più di un’occasione: entrambi non disdegnano una calamità ogni tanto, ma solo per poter scrutare più da vicino quello che succede nella testa e nel cuore della gente. Dunthorne è anche poeta e organizzatore di eventi di spoken word, ed è una bella persona. E qui dimostra di avere tutte le carte in regola per durare. È uno scrittore comico elegante, accessibile e interessante, e credo proprio che il suo lavoro darà gioia a un sacco di persone per molti anni ancora.</p>
<p>È imprudente affidarsi alla narrativa contemporanea come fonte d’informazione? Perché la sorprendente notizia che ho appreso leggendo <i>Wild abandon</i> e <i>The end of everything</i> di Megan Abbott è che le ragazzine adolescenti vogliono andare a letto con gli uomini di mezza età (i romanzi non sbagliano mai, che io sappia. Ma se, come me, siete uomini di mezza età, vi consiglio comunque di fare un paio di verifiche prima di prendere iniziative di qualsiasi tipo). In <i>Wild abandon</i>, Kate cerca di sedurre il padre del suo ragazzo, Geraint, che trova più attraente del figlio. E in <i>The end of everything</i> c’è un caos sessuale trasgressivo e a tratti inquietante, che ha per protagoniste ragazzine che hanno a malapena raggiunto la pubertà. Abbott è una scrittrice straordinaria, che ho scoperto attraverso un mezzo insolito, Face­book, anche se non saprei dirvi esattamente come. Ora sono a metà di uno dei suoi quattro romanzi noir, <i>Bury me deep</i>, che è intelligente, malinconico e convulso, e paragonabile alla narrativa storica di Sarah Walters per come rispetta e insieme reinventa le sue influenze di genere. Ma <i>The end of everything</i> è un’altra cosa: è a metà tra il giallo tradizionale e il romanzo letterario, ed è psicologicamente sofisticato e coraggioso.</p>
<p>Il mistero al centro di <i>The end of everything</i> è la scomparsa di un’adolescente di nome Evie. E anche se il mistero viene risolto, non è di questo che parla il romanzo. Durante l’assenza di Evie, la sua migliore amica e vicina di casa, Lizzie, che è anche la voce narrante, cerca di ricostruire quello che è successo: fornisce alla polizia informazioni cruciali ma in modo poco collaborativo e un po’ subdolo, insinuandosi nella vita e nel dolore della famiglia della ragazza. Ci prova con il padre di Evie – anche se non è del tutto consapevole delle sue azioni – e fa di tutto per essere al centro dell’attenzione. Intanto sembra sempre più probabile che Evie sia fuggita con un padre di famiglia del quartiere, forse volontariamente, mentre la madre divorziata di Lizzie intrattiene una relazione clandestina notturna ma sconvolgentemente visibile.</p>
<p>Il sesso aleggia sulla periferia come una specie di nebbia tropicale: sfuma i confini di ogni cosa, rallenta il passo di tutti, confonde i pensieri e i sentimenti, la consapevolezza istintiva di quello che è giusto e sbagliato. Ognuno, o piuttosto ognuna, sembra contemporaneamente vittima e artefice della sua stessa sventura. Solo una donna potrebbe aver scritto un romanzo così, questo è certo. Nessun uomo avrebbe avuto il coraggio di insinuare che ragazzine poco più che adolescenti possano essere così complici, così corresponsabili di questa cappa di desideri sessuali repressi. Abbott si muove su questo terreno scivoloso con grande perizia: al contrario dei suoi personaggi, lei sa quello che fa.</p>
<p>Mi ero appena ripreso da <i>The end of everything</i> quando ho cominciato a leggere l’autobiografia di Emma Forrest, <i>Your voice in my head</i> Anche in questo libro c’è parecchia sessualità oscura e dannata, insieme ad autolesionismo, tentati suicidi, disturbi alimentari e una profonda, inguaribile tristezza. E appena ho finito di leggerlo ho giurato a me stesso di non rivolgere mai più la parola a una ragazzina o anche solo a chi lo è stata, per paura di dire qualcosa che possa essere frainteso e usato contro di me. Sono quasi sicuro di non essere in alcun modo responsabile dei problemi di Forrest, ma quando una ragazza così giovane e carina si trova in guai così grossi, è difficile, come uomo, non sentirsi oscuramente colpevoli.</p>
<p>Ci sono due uomini al centro di questo libro scarno, lieve in modo ammirevole e appassionante. Uno è lo psicoterapeuta di Forrest, il saggio e amabile dottor R.; l’altro è un fidanzato divo del cinema, citato solo con le lettere GH, che stanno per Gypsy Husband (marito zingaro). Tutti e due la lasciano: il dottor R. muore, a soli 53 anni, di un cancro che con grande generosità tiene nascosto fino alla fine ai suoi pazienti; GH cambia idea sul loro rapporto intenso e appassionato nel bel mezzo, sembra, di un volo transatlantico. Una recensione estremamente irritante apparsa sul mio giornale preferito accusa Forrest di essersi “vantata” di GH: eppure è chiaro che la sua celebrità ha inciso sul loro rapporto e sulla sua brusca fine. Se fossi oggetto di una campagna d’odio su internet solo perché ho una fidanzata bella e famosa, anch’io vorrei scriverne. </p>
<p>Sembra che Emma si sia lasciata alle spalle le sue terribili crisi depressive, e questa autobiografia lo dimostra. Ma la vicinanza di certi riferimenti legati a quel periodo tormentato è preoccupante: una canzone dei Beirut, l’insediamento di Obama, e Russell Brand. Il dolore peggiore potrà anche essere passato, ma non da molto. Emma Forrest è una scrittrice talmente brava e affascinante che si può solo sperare che veda quel dolore rimpicciolirsi sempre di più nel suo specchietto retrovisore, e che continui a scrivere tanti altri romanzi e sceneggiature in cui le sue cicatrici saranno sempre meno visibili.<br />
Be’, a me i giovani piacciono.</p>
<p>Quattro libri fantastici, pieni di vita, riflessioni e idee, e soprattutto senza ombra di astuzie narrative. Cosa che per me non è necessariamente un male, e non solo perché nutro un’avversione profonda per la sperimentazione letteraria. Questi ragazzi non hanno tempo da perdere. Hanno troppe cose da dire, troppi personaggi da raccontare, troppe battute da fare. Solo uno di loro, purtroppo, parla di un congegno fatto in casa che spara frutti e ortaggi, ma il bello della letteratura – dell’arte in generale – è proprio questo: ognuno deve trovare il suo sparalimoni.</p>
<p><em>Traduzione di Diana Corsini.</p>
<p>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 11:18:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Niente di eccezionale &ndash; Goffredo Fofi]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p><strong>Laurent Mauvignier, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807018764/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8807018764">Storia di un oblio</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8807018764" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Feltrinelli, 64 pagine, 8 euro</em></p>
<p>Mauvignier, classe 1967, è uno dei più interessanti scrittori europei, e già ne segnalammo su queste pagine la corale storia di disagi e di rimozioni <em>Degli uomini</em> (Feltrinelli), ma si vedano anche <em>La camera bianca</em> e <em>Lontano da loro</em> (Zandonai), ritratti di una donna comune e di un comune ventenne, comunemente disadattati al contesto in cui tutti ci dibattiamo. Breve e intensissimo, <em>Storia di un oblio</em> è piuttosto un <em>récit</em> che un racconto e si presta a una lettura da teatro di narrazione. Spostandosi tra più punti di vista, compreso quello della vittima, l’autore evoca un comune caso di pestaggio, alle porte di un supermercato, di quattro vigilanti a danno di un giovane marginale che vi ha rubato e bevuto una birra. </p>
<p>Il giovane è morto, per una lattina di birra si può morire. “&#8230; alla polizia… alle mogli, agli amici, alla famiglia… hanno ripetuto che non hanno picchiato così forte, hanno colpito perché il tipo li insultava, era lui che menava e gridava e parleranno di un coltello che nessuno troverà mai…”. Questo bellissimo monologo a più voci colpisce particolarmente quando al suo centro ci sono i quattro vigilanti, giovani come la vittima e che avrebbero potuto esserne, chissà, perfino amici. Nulla di eccezionale, dice l’autore, perché tutto è eccezionale nel nostro mondo brutale, anche se preferiamo fingere di non saperlo, per sopravvivere.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 09:09:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[50 per cento &ndash; Tito Boeri]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Secondo un’analisi dei dati Istat sulla forza lavoro, il 50 per cento dei lavoratori con un contratto a tempo determinato ha più di trent’anni. Nel caso delle donne si arriva a più di 35 anni. Quindi il contratto di apprendistato (che si applica solo a chi ha meno di 29 anni) non potrebbe riguardare questi precari. Nel caso dei co.co.co., l’età mediana (cioè l’età al di sopra della quale c’è il 50 per cento dei nuovi ingressi) è ancora più alta.</p>
<p>Il precariato in Italia non è solo legato a un difficile ingresso nel mercato del lavoro, ma anche al fatto che si resta precari a lungo. In ogni caso i contratti di apprendistato e di inserimento (o reinserimento) non possono affrontare efficacemente il precariato, un fenomeno che ormai è esteso anche al di sopra dei 40 anni e interessa persone con lunghe esperienze lavorative.<br />
La riforma del lavoro dovrebbe facilitare anche il reinserimento dei disoccupati che aspettavano il prepensionamento prima della riforma di dicembre. Come dimostra l’esperienza di Austria e Francia, la scelta di far crescere i costi di licenziamento con l’età (invece che in base alla durata del rapporto di lavoro) fa aumentare la disoccupazione tra i lavoratori più anziani. Le imprese tendono a non prendere impegni di lungo periodo con lavoratori vicini all’età del pensionamento.</p>
<p>Riformare ogni nuovo contratto a tempo indeterminato, con tutele gradualmente crescenti in base alla durata dell’impiego, servirà anche a dare opportunità e tutele ai lavoratori bloccati dalla riforma delle pensioni varata dal governo a dicembre.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 14:04:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Phnom Penh, la città verticale &ndash; Christian Caujolle]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Come si può modificare l’immagine di una città? A questa domanda, a cui cercano di dare una soluzione eserciti di esperti di comunicazione e di turismo, la capitale cambogiana offre una risposta eclatante. Basta cambiare il senso di lettura. Fino a cinque anni fa, atterrando a Phnom Penh, contrariamente a quanto succedeva in tutte le altre capitali asiatiche, si era colpiti per la visione della dolce estensione della città, adagiata senza forti contrasti sulla riva del fiume Tonlé Sap. Una città in cui quasi nessun edificio superava i due piani di altezza. Questa fluidità urbanistica, immediatamente visibile davanti e intorno al visitatore, si ritrovava per le strade, dove regnava la cortesia e il rispetto degli altri, anche se gli imbottigliamenti e un’infinità di veicoli a due ruote rendevano talvolta faticosa la circolazione. </p>
<p>Poi la città ha cominciato a cambiare. Oggi, durante la discesa in aereo, l’occhio incontra immediatamente edifici alti dai venti ai quaranta piani, sull’isola di Koh Pich, ma anche al centro della città. I cambiamenti sono evidenti anche camminando per le strade: cantieri che spuntano come funghi, intere zone sono state sgomberate e il lago del centro, antico polmone, colmato, al prezzo delle peggiori violenze sociali. Ora a Phnom Penh bisogna levare lo sguardo. Per modificare l’immagine di una città basta obbligarci a una lettura verticale e non più orizzontale.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 11:01:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Dilma e Fidel &ndash; Yoani Sánchez]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Si sono dati appuntamento allʼAvana. Lei è la guerrigliera, detenuta durante la dittatura militare in Brasile, e lui è lʼuomo che ha guidato Cuba per quasi cinquantʼanni. La presidente del Brasile Dilma Rousseff è arrivata nell&#8217;isola e ha visitato Fidel Castro che è in convalescenza da più di cinque anni.</p>
<p>Rousseff ha parlato solo di questioni commerciali e ha visitato i cantieri del porto di Mariel, cofinanziati dal suo governo. Il gigante sudamericano è il nostro secondo partner commerciale. Ma la visita di Rousseff non è stata importante solo per le questioni economiche. Il governo di Raúl Castro attraversa una crisi di popolarità e ha urgente bisogno della legittimazione degli altri leader latinoamericani.</p>
<p>La visita della presidente, però, si è svolta in un clima di tensione. Pochi giorni prima un attivista dei diritti civili era morto a causa di uno sciopero della fame. La prima conferenza del partito comunista cubano si è chiusa il 29 gennaio ed è stata frustrante per chi si aspettava dei cambiamenti politici. Invece Raúl Castro ha confermato l&#8217;attuale modello politico del partito unico, e ha chiesto di aumentare disciplina e controllo.</p>
<p>I giornalisti stranieri hanno chiesto a Dilma Rousseff la sua opinione sui diritti umani a Cuba e hanno ottenuto solo una risposta evasiva. La presidente ha perso lʼopportunità di non limitare la sua visita ai palazzi del governo. Ha sprecato una buona occasione per arrivare al cuore della gente.</p>
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                <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:47:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Errori di calcolo &ndash; Giulia Zoli]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>“Undicimila metri quadrati di mare per produrre l’1 per cento della benzina consumata negli Stati Uniti. Siete sicuri?”, scrive un lettore. “È un’affermazione insostenibile”, osserva un altro. Hanno ragione: l’articolo di Science citato a pagina 87 nello scorso numero parlava di chilometri quadrati, non metri. I numeri sono tra i nostri errori più frequenti. Nelle ultime dieci settimane abbiamo dovuto correggerli quattro volte. Non siamo i soli. Recentemente Philip B. Corbett, incaricato della revisione dei testi al New York Times, ha richiamato all’ordine i colleghi: “Non diremmo mai ‘mille’ per dire ‘uno’. Allora perché scriviamo ‘miliardi’ invece di ‘milioni’? Il coefficiente di errore è lo stesso”. </p>
<p>Un numero sbagliato fa crollare la credibilità di un articolo e suggerisce che chi l’ha scritto non ci ha riflettuto neanche un secondo. “Serve un cambiamento culturale”, scrive il garante dei lettori del Guardian, Chris Elliott. Il problema, secondo lui, è che la matematica non è considerata una competenza giornalistica. I giornalisti, però, non hanno mai avuto tanti strumenti per fare verifiche: in rete c’è tutto, dalle banche dati delle organizzazioni internazionali ai convertitori che trasformano velocemente piedi in metri, once in chilogrammi e dollari in euro.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Sun, 05 Feb 2012 10:51:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Una risposta comune alla globalizzazione &ndash; Will Hutton]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>La Gran Bretagna è diventata uno snodo nella produzione globale di auto e motori. Quest’anno saranno prodotti qui da noi un milione e 400mila auto e oltre tre milioni di motori, destinati soprattutto all’esportazione. Ma questi risultati non aiutano molto l’occupazione. La produzione di auto e motori coinvolge infatti meno di 150mila posti di lavoro, un numero in calo lieve ma costante da anni a causa delle moderne tecniche di produzione.</p>
<p>In tutto l’occidente industrializzato c’è la stessa tendenza, che suscita interrogativi urgenti sulla possibilità che l’economia moderna possa davvero creare occupazione di massa decentemente retribuita. È vero: esiste un nucleo duro di aziende manifatturiere che operano in tutto il mondo, ma in un paese come la Gran Bretagna questo crea scarsa occupazione. C’è poi un modesto settore dei servizi che è integrato con le aziende manifatturiere, oppure – come nel caso dei fast-food – genera servizi autonomi. All’infuori di questo c’è tutta una rete di servizi “di scrematura”. Si tratta di broker e agenti vari che operano in una vasta gamma di attività, dall’investment banking ai cacciatori di teste, dagli agenti immobiliari a quelli calcistici: tutti percepiscono una percentuale sulle transazioni, ma aggiungono scarsissimo valore. Si potrebbe chiamarlo “capitalismo agentista”.</p>
<p>A una cena con Steve Jobs, il presidente Obama aveva chiesto al fondatore della Apple se l’azienda più ricca e famosa d’America avrebbe mai riportato negli Stati Uniti almeno una parte dei posti di lavoro che genera altrove. La risposta di Jobs fu: mai. Come l’industria automobilistica britannica, Apple è inseparabile dalle sue reti globali di produzione. Senza la globalizzazione, questa nuova struttura economica e l’andamento delle retribuzioni che a essa si accompagna sarebbero impossibili. Ma c’è un altro risvolto: la globalizzazione, che ha fatto tanto per tanti paesi, è instabile. Poggia infatti su nazioni come Germania, Cina, India e Giappone, che producono il grosso di ciò che passa per le nuove catene dei rifornimenti globali e accumulano surplus commerciali, mentre altri paesi sono oberati dai deficit. Il tutto in assenza di meccanismi che costringano gli uni e gli altri a cambiare comportamento.</p>
<p>Di recente l’ex ministro britannico ed ex commissario europeo Peter Mandelson – che un tempo era un tifoso dei mercati e della globalizzazione – ha dichiarato che, a differenza di quanto fece nel 1998, oggi non si direbbe più tranquillo di fronte a uomini d’affari che si arricchiscono in modo indecente facendo quello che gli pare. E, nel presentare il nuovo rapporto dell’Ippr – un think tank di centrosinistra – ha invocato un rafforzamento della governance globale e un impegno della Gran Bretagna a darsi una vera politica industriale, una robusta rete di welfare e regole serie per le imprese. Altrimenti, ha avvertito, sorgeranno seri dubbi sulla legittimità della globalizzazione e del capitalismo.</p>
<p>Il dibattito però deve andare oltre. Il declino del capitalismo produttivo ad alta intensità di occupazione è più forte soprattutto nei paesi anglofoni, cioè quelli dove è più radicata la convinzione che i mercati siano sempre saggi e non vadano messi in discussione. Si tratta proprio delle economie in cui l’“agentismo” ha fatto più strada, il settore produttivo si è più ridimensionato e le conseguenti disparità di reddito e di opportunità sono più forti. Tutte le economie hanno il loro settore dei servizi “agentista”, ma negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ha raggiunto dimensioni e retribuzioni eccessive. Le proteste delle classi medie che si impoveriscono e i conseguenti dubbi sul capitalismo moderno rappresentano una messa in discussione non solo dell’“agentismo”, ma della globalizzazione stessa.</p>
<p>Occorrono meccanismi internazionali che impongano a governi, imprese e banche di rendere conto del loro operato. Per esempio, ciò che colpisce delle proteste contro le misure di austerità in Grecia, in Portogallo e in Irlanda è che sono nazionali. Nessuno ha pensato a collegare quelli che nei tre paesi sono contrari alle misure. Neanche i manifestanti o i sindacati fanno fronte comune. E non si è sentito avanzare nessun suggerimento pratico su ciò che dovrebbe cambiare. I sindacati britannici sono spesso accusati di essere moribondi e sulla difensiva. Ma queste debolezze le condividono con i colleghi di altri paesi. Il movimento Occupy è un inizio, ma è un fenomeno passeggero. Se vogliamo che il mondo disponga di un contrappeso efficace alla globalizzazione, occorrono istituzioni sociali stabili e forti che operino oltre i confini nazionali.</p>
<p>Una potrebbe essere rappresentata da sindacati transnazionali forti, impegnati non già a socializzare i mezzi di produzione globali, ma a pretendere che il capitalismo globale sia responsabile, e a creare strumenti nuovi per ottenerlo. È un sogno? Sarà, ma qualcosa deve pur cambiare. Possiamo scegliere di trincerarci nei nostri confini – e sarebbe un disastro – o di costruire un mondo interdipendente, ma funzionante. In realtà, la scelta è una sola.</p>
<p><em>Traduzione di Marina Astrologo.</p>
<p>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Sun, 05 Feb 2012 09:46:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Pommarolarama &ndash; Pier Andrea Canei]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p><strong>1. Daise Bi, <a href="http://www.youtube.com/watch?gl=US&#038;v=BYaHI999Heo"><em>Là-bas</em></a></strong><br />
Non cotone e South Carolina ma pomodori e Basilicata, quattro euro per raccoglierne una cassa da 300 kg, tra campagne riarse e sistemazioni in casolari inghiottiti dalla polvere: ragazzi fuggiti dall’Africa e prigionieri dell’Europa, braccianti abusati dal Burkina Faso a Boreano 2, provincia di Potenza. Sbucata da YouTube (canale Filmdiscaunt), storia vecchia come quella del blues che diventa rap, loop di batteria e l’energia di un narratore (in francese e poco italiano), studente in Emilia-Romagna con esperienza di schiavo: “Fiston, c’est pas le paradis!”.</p>
<p><strong>2. Giua + Corsi (feat. Anita Macchiavello), <a href="http://www.giuaecorsi.it/it/le-canzoni/beuga-bugagna/"><em>Beuga bugagna</em></a></strong><br />
“Martin o l’è andæto in Spagna”, quel santo emigrato nell’antica dolceamara filastrocca genovese con quella parlata di pane e di pesce, rispolverata con tenerezza (e voce di nonna di lettere) su TrE, album congiunto della cantante Giua (che da lì viene) con il suo maestro di chitarra. Niente affatto taccagno, pieno di bella scrittura e canzoni leggere e colte e semplici, chitarre a duetti e ospiti colti (l’organetto di Riccardo Tesi o il violoncello di Jaques Morelenbaum) e due <em>Volver</em> e questo finale da mettere in bottiglia.</p>
<p><strong>3. <a href="http://www.a67.it/">’A67</a> (feat. Zulu), <em>Povera vita mia</em></strong><br />
London calling alla napoletana ’e sti quatt’ fetient’ colla band che si candida capolista del ruggito partenopeo con un <em>Naples power</em>, album-kolossal in cui sono riusciti a mettere insieme da Edoardo Bennato a Roberto Saviano (per il libretto), e da <em>Stop bajon</em> (canzone-cult di questa rubrica) fino alla gomorroica <em>’A camorra songh’io</em>. Una cartolina panoramica dall’epicentro degli orrori e dei talenti musicali d’Italia, cape toste e groove da viecchie, mugliere, muorte e criature (sax niro niro di James Senese); summa vesuviana con l’eco della rabbia e del ritmo. </p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:33:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Il reality show dei repubblicani &ndash; Jason Horowitz]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Il 20 gennaio, un’ora dopo la conclusione del diciassettesimo dibattito di queste interminabili primarie repubblicane, Stuart Stevens, lo stratega della campagna elettorale di Mitt Romney, se ne stava in una saletta semivuota di un hotel di Charleston a lavorarsi i giornalisti. “Sto pensando di darmi fuoco”, ha detto, esasperato dalla quantità di dibattiti che i candidati devono affrontare. Romney non era andato benissimo e il suo principale avversario, Newt Gingrich, aveva trionfato avviandosi alla vittoria in South Carolina. Sfumato il sogno di far arrivare Romney imbattuto alla sfida con Obama, Stevens e i suoi sono passati all’attacco, sostenendo che Gingrich non ha nemmeno organizzato una campagna elettorale: si limita a presentarsi ai confronti in tv. </p>
<p>“Ci sono troppi dibattiti”, ammette l’ex presidente del partito repubblicano in South Carolina, Katon Dawson. Il suo candidato, il texano Rick Perry, si è ritirato dopo una serie di gaffe in tv. “È come un reality show sul partito repubblicano”. E proprio come nei reality, la trama è imprevedibile. Il dibattito numero 18 non è andato molto bene per Gingrich, quindi per quello successivo di Jacksonville, in Florida, Stevens ha chiamato un nuovo <em>coach</em> e ha deciso di dare fuoco a Gingrich, invece che a se stesso. Resta solo da chiedersi quanto andrà avanti questo spettacolo. </p>
<p><em>Traduzione di Fabrizio Saulini.</p>
<p>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:32:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Il cuore nello sguardo &ndash; Anahad O’Connor]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p><em>Una cardiopatia può vedersi dagli occhi?</em></p>
<p>La presenza nel sangue di alti livelli di grassi può causare macchie gialle in rilievo sulle palpebre note come xantelasmi. In genere sono considerate solo un problema estetico, più comune tra adulti e anziani. In uno studio del 2011 pubblicato sul British Medical Journal però, alcuni scienziati danesi hanno cercato di capire se queste macchie possano segnalare una cardiopatia legata al colesterolo alto. Seguendo quasi 13mila persone per più di trent’anni, nell’ambito del Copenhagen city heart study, i ricercatori hanno scoperto che chi aveva le macchie aveva un rischio d’infarto o di morte per una malattia cardiaca più alto, a prescindere da altri fattori come l’obesità e il colesterolo. </p>
<p>Nel complesso, il rischio di cardiopatia per gli uomini con xantelasmi era del 12 per cento più elevato rispetto a quelli senza e per le donne era dell’8 per cento in più. La natura del legame non è chiara, ma un esame che comprenda un’attenta ispezione degli occhi potrebbe contribuire a individuare i soggetti con un rischio di cardiopatie maggiore tra i pazienti che non presentano altri segni evidenti.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong> <em>Per alcuni pazienti le macchie gialle intorno agli occhi potrebbero essere il segnale di una cardiopatia.</em></p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:23:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[L’innocua televisione &ndash; Claudio Rossi Marcelli]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p><em>Come devo reagire al fatto che i miei figli di tre e sei anni hanno preso il controllo del mio computer? –Max</em></p>
<p>Non per fare il genitore all’antica, ma io sono uno di quelli che non fanno usare computer e telefono ai figli piccoli. Per due ragioni. Primo perché si tratta di apparecchi delicati e costosi. Finché parliamo di schermo coperto di ditate o di mouse incrostato di moccio passi, ma un succo di frutta rovesciato sulla tastiera significa la fine. E poi perché i bambini non si limitano a guardare i cartoni animati, ma cominciano prestissimo a premere tasti a caso. Li lasci con <em>Dora l’esploratrice</em> e ti ritrovi il computer con caratteri alti un centimetro, la lettura vocale attivata e due nuovi programmi sospetti che ti ammiccano dal desktop. </p>
<p>Per non parlare del fatto che YouTube è pieno di cartoni doppiati con parolacce di ogni genere, i cui link fanno capolino intorno al video originale. Insomma, o resti accanto ai figli tutto il tempo, oppure rispolveri una vecchia amica: la televisione. Eh sì, perché l’ex “cattiva maestra” è diventata una scatola inoffensiva. Niente sorprese, niente virus, solo il cartone animato scelto da te, meglio ancora se in dvd. Eppure, mentre ti rispondo, mi sembra di sentire la voce di quei genitori che trent’anni fa dicevano: “Spegnete la tv e leggete un buon libro!”. E mi viene il dubbio di essere un genitore all’antica.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:23:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Palestinesi per la dignità &ndash; Amira Hass]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>Ecco alcuni modi diversi di cominciare lo stesso articolo: “Mentre Israele intensifica la colonizzazione, Abu Mazen ha ceduto alle pressioni della Giordania accettando di riprendere i negoziati”. Oppure: “Mentre prosegue la colonizzazione e i negoziati appena ripresi sono già in crisi, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, che ha visitato Israele in settimana, ha invitato il governo a compiere alcuni gesti nei confronti dei palestinesi in vista dei colloqui diretti”. O ancora: “Mentre Al Fatah e Hamas dialogano per mettere fine alle divisioni, i politici occidentali e Ban Ki-moon hanno chiesto all’Olp di non boicottare i negoziati”.</p>
<p>Contro le pressioni dell’occidente si è schierato un piccolo gruppo di giovani, provenienti da movimenti ispirati alla primavera araba. In duecento hanno manifestato davanti alla sede dell’Anp a Ramallah, sfidando i divieti, per lanciare un messaggio all’Olp: “Non riprendete i rapporti con Israele. Vi chiediamo di non perdere altro tempo al tavolo dei negoziati, aperti o segreti che siano. Vi chiediamo invece di lavorare per l’unità palestinese, di collaborare con tutti i partiti e i movimenti della società civile per formulare una strategia nazionale basata sulla resistenza, sulla fermezza e sul boicottaggio economico e culturale dell’entità sionista. E vi chiediamo di indire al più presto elezioni democratiche aperte a tutti i palestinesi”.<br />
Solo il tempo ci dirà se i “palestinesi per la dignità” rappresentano la maggioranza della popolazione. </p>
<p><em>Traduzione di Andrea Sparacino.</p>
<p>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Thu, 02 Feb 2012 17:30:00 +0000</pubDate>
            
                    </item>
        				<item>          
            				                <title><![CDATA[Margaret Thatcher, una storia improbabile &ndash; Laurie Penny]]></title>    
                				<description><![CDATA[<p>“Vorrei capire perché hanno deciso di far apparire così attraente il giovane Denis Thatcher, il marito di Margaret”, sussurra il mio amico del nord, guardando il Grand Hotel esplodere sullo schermo. A pensarci bene, forse non è stata una buona idea andare a vedere <em>The iron lady</em>, il film su Margaret Thatcher, in compagnia di sette anarchici londinesi che si sono fatti forza con una pinta di sidro prima di avventurarsi nell’Odeon di Tottenham Court road. Ma quando è partita l’esaltante colonna sonora del film, ormai era troppo tardi.</p>
<p>Il modo in cui si sceglie di raccontare la storia di Margaret Thatcher avrà sempre poco a che vedere con la fragile vecchietta che sta uscendo di senno nella sua casa del quartiere londinese di Belgravia. E avrà tutto a che vedere con l’ideologia che quella donna rappresenta: il libero mercato, l’antisindacalismo, il fanatismo antistatalista e a favore delle imprese private che divise il paese negli anni ottanta e che lo sta dividendo di nuovo. </p>
<p>Nella prima inquadratura la mano avvizzita e coperta di macchie di Meryl Streep nei panni di Margaret agguanta una bottiglia di latte da uno scaffale, un modo per ricordare, a chi ha cancellato gli anni ottanta dalla sua mente, il vecchio soprannome di “Milk Snatcher” (ladra di latte) che le aveva appioppato la sinistra dopo la decisione di tagliare i fondi per distribuire il latte ai bambini nelle scuole. Ma la scena non attenua il colpo di quello che verrà dopo.</p>
<p>Per i 103 minuti successivi, vedo i miei amici raggomitolarsi sempre più in posizione fetale nelle loro poltrone mentre la storia scorre di nuovo sotto i loro occhi al suono squillante delle trombe. In questo recente passato inglese per lo più immaginario, siamo un popolo di uomini d’affari forti e sicuri di sé che non crede nello stato sociale. </p>
<p>La Thatcher è un’eroina femminista che si rifiuta di “morire lavando una tazza da tè”. I sindacalisti sono irresponsabili nostalgici del passato dei quali si ricorda solo il fatto che negli anni settanta lasciarono accumulare la spazzatura sui marciapiedi, prima che Maggie prendesse il potere in un vortice di bandiere che scendono al rallentatore dal soffitto della memoria. </p>
<p>Solo la guerra e i tagli alla spesa pubblica possono salvare la Gran Bretagna, e i disoccupati e i poveri sono bestie ringhiose e ingrate che urlano e battono sui finestrini oscurati dell’automobile del primo ministro.</p>
<p>Comincio a coprirmi gli occhi con le mani quando, come la protagonista di una fiaba, Maggie si trasforma da dimessa matrona dell’opposizione in una dominatrice cotonata avvolta in un abito blu pavone dalla scollatura profonda e spiega al suo cancelliere dello scacchiere Geoffrey Howe l’importanza dei tagli alla spesa pubblica. </p>
<p>Davanti a noi, due tipi con il colletto della camicia aperto all’ultima moda e i capelli lisciati all’indietro, quindi all’apparenza due giovani conservatori, si stanno praticamente bagnando per l’eccitazione. “Oddio. I conservatori gay adoreranno questa scena”, dice l’amico alla mia sinistra, e forse fu proprio questo che spinse la vera Thatcher a stringere la presa sulla sua borsetta.</p>
<p>Alla mia sinistra l’amica anarcofemminista ha smesso di dondolarsi sulla poltrona e ha cominciato a scrivere freneticamente su un taccuino. “Ho capito come possiamo vedere questa storia”, dice. “Non è un panegirico, è il racconto furbo e inattendibile di una vecchia signora ormai debole e tremolante che cancella tutti gli episodi negativi del suo passato e cerca di ricordare se stessa come un’eroina”. Poi siamo costretti ad assistere alla scena in cui Denis Thatcher ascende letteralmente al cielo lasciando Maggie sola in cima alle scale. “Buttati”, bisbiglia l’amica anarcofemminista a voce troppo alta. I giovani conservatori ci guardano di traverso.</p>
<p>Il mio amico del nord aveva detto di voler smettere di fumare. All’uscita dall’Odeon, con la musica patriottica ancora nelle orecchie, accende una Pall Mall dietro l’altra tremante di rabbia. “Non m’interessa se hanno deciso di girare un’agiografia, ma non si può fare un film sulla Thatcher senza parlare dello sciopero dei minatori”, sbotta. “E qui non lo nominano quasi”. </p>
<p>I giovani conservatori ci passano accanto e si tuffano nella gelida aria invernale con lo sguardo vuoto e leggermente imbarazzato di chi esce da un locale di striptease. Esistono tante Maggie Thatcher e quale storia scegliamo di raccontare rivela più cose su di noi che su di lei. </p>
<p>In questo momento la storia ufficiale è che il nazionalismo, la guerra, i mercati e i maglioncini di cachemire ben scelti hanno salvato la Gran Bretagna. Ma c’è, e ci sarà sempre, qualcuno che ricorda una storia completamente diversa.</p>
<p><em>Traduzione di Bruna Tortorella.</p>
<p>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/">934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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                <pubDate>Thu, 02 Feb 2012 16:58:00 +0000</pubDate>
            
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