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                <title>Internazionale - Recensioni</title>            
                
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        <lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 13:00:00 +0000</lastBuildDate>
        <pubDate>Fri, 10 Feb 2012 13:00:00 +0000</pubDate>
        
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                            				                <title><![CDATA[I film della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/aBO-8mWjqgg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Hugo Cabret</strong><br />
<em>Di Martin Scorsese. Con Ben Kingsley, Asa Butterfield, Chloe Moretz. Stati Uniti 2011, 125’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />L’apice del film in 3d di Scorsese arriva quando Hugo, un orfano di dodici anni, e la sua amica Isabelle sfogliano un libro sulla nascita del cinema. Le immagini sulle pagine all’improvviso prendono vita e diventano un film. Questa opera meravigliosa, tratta dal libro per bambini di Brian Selz­nick, unisce in modo dinamico due periodi. I primi anni trenta, quando il piccolo Hugo si nasconde nei recessi della Gare Montparnasse, proprio come il dimenticato George Méliès che gestisce un negozio di giocattoli al suo interno, e la fine dell’ottocento, quando lo stesso Méliès, insieme ai fratelli Lumière muove i primi passi nella settima arte. Scorsese ha messo il suo omaggio alla nascita del cinema al centro di una storia emotivamente coinvolgente: il piccolo orfano cerca una famiglia e il vecchio Méliès cerca il riconoscimento che non ha avuto. Il tono rapsodico non vacilla mai in un film che unisce il 3d a scenografie volutamente artificiose, che ricordano i libri per bambini ma anche i set fantasmagorici in cui Méliès ha ambientato i suoi film.-<em>David Denby, The New Yorker</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/MVXN9uTr8Wo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Millennium. Uomini che odiano le donne</strong><br />
<em>Di David Fincher. Con Daniel Craig, Stellan Skarsgård, Rooney Mara. Stati Uniti 2011, 160’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Nella sua versione di <em>Uomini che odiano le donne</em>, David Fincher ha fatto un serissimo upgrade sia del software sia del sistema operativo. Il remake in inglese del primo capitolo della trilogia di Stieg Larsson risulta più elegante, più levigato e più sexy rispetto al precedente svedese. È un film potente, che sprizza autorevolezza, e la violenza brutale che li contraddistingue entrambi in questo caso sembra ancora più insopportabile. La sequenza iniziale è di gran lunga la scena migliore: un incubo liquido monocromatico accompagnato dalla adeguata colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross. Il resto del film, in confronto, è relativamente convenzionale e, nonostante lo stile di Fincher, meno convincente di <em>Zodiac</em>. Convincente è invece Rooney Mara. Qualcuno ricorderà l’attrice come la fidanzata che pianta in asso Zuckerberg all’inizio di <em>The social network</em>. Nei panni di Lisbeth è la vera forza trainante del film e senza di lei, presto o tardi, ci ritroveremmo a notare gli elementi più improbabili della arcinota trama.-<em>Peter Bradshaw, The Guardian</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/G80uB0ck34U" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Hesher è stato qui</strong><br />
<em>Di Spencer Susser. Con Joseph Gordon-Levitt, Natalie Portman. Stati Uniti 2011, 106’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="due" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/due.jpg" /><br />
<br />Nel film di debutto di Spencer Susser, Joseph Gordon-Levitt interpreta Hesher, una sorta di “diavolo custode” di un tredicenne che ha perso da poco la madre. Gordon-Levitt è un giovane attore di talento e affascinante. Nel film è veramente difficile distogliere lo sguardo da lui. Ma nonostante tutte le stravaganze di Hesher (il turpiloquio, i capelli lunghi, una libido fuori controllo, la passione per l’heavy metal e gli incendi dolosi) nessuna cosa che fa è veramente interessante. Ma non è colpa dell’interprete, il problema è nel ruolo. Più o meno ottant’anni fa, Jean Renoir nel film <em>Boudu salvato dalle acque</em> aveva creato un personaggio simile. Un buon samaritano salva dal suicidio il barbone Boudu e lo ospita addirittura in casa. Ma Boudu ripaga il suo salvatore sconvolgendogli la vita. Renoir si servì di questo personaggio come strumento di una satira sociale. Hesher serve invece a Susser giusto per mettere un po’ di ansia allo spettatore in un film che per il resto poggia quasi esclusivamente su dei cliché.-<em>Joe Morgenstern, The Wall Street Journal</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/9ooeXsalJIc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>40 carati</strong><br />
<em>Di Asger Leth. Con Sam Worthington, Elizabeth Banks, Ed Harris. Stati Uniti 2012, 102’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="uno" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/uno.jpg" /><br />
<br />Non è solo doloroso. È anche irritante vedere un attore del calibro di Ed Harris impegnato in certi dialoghi. In <em>40 carati</em>, il suo personaggio, David Englander, è un magnate del mercato immobiliare che urla frasi tipo: “Al mondo ci sono due tipi di persone: quelli che sono disposti a tutto per ottenere ciò che vogliono, e tutti gli altri”. Naturalmente Englander, che ha organizzato il furto di un diamante per pagare il debito contratto dopo il fallimento della Lehman Brothers, appartiene al primo tipo di persona e non proferisce verbo che non sia una minaccia di morte o un insulto velenoso. Senza un filo di ironia. Peccato che nessuno si sia reso conto che questo thiller d’azione avrebbe funzionato meglio come commedia. Raramente in un film si è vista una tale disconnessione tra realismo urbano e assoluta ridicolaggine.-<em>Stephen Holden, The New York Times</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/n6x32WMIwcc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Polisse</strong><br />
<em>Di e con Maïwenn Le Besco. Con Karin Viard, Marina Foïs, Joey Starr. Francia 2011, 134’ </em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="due" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/due.jpg" /><br />
<br />Probabilmente la cosa più onesta di <em>Polisse</em> è la locandina. Si vede un agente di polizia che nasconde il suo volto dietro la foto di un bambino. Nel film gli attori interpretano gli agenti della squadra di protezione dei minori. I bambini sono le vittime che devono proteggere. Ma nel film, come nella locandina, i bambini sono solo accessori, dispositivi che servono a sorprendere, a mascherare per poi svelare la vera natura di una collezione di personaggi imbrigliati in una commedia non molto diversa dai precedenti film di Maïwenn. Un misto narcisistico di cliché condito da voyeurismo in cui i bambini (violentati, picchiati, affamati, forzati al lavoro o al matrimonio) sono poco più che uno sfondo per quello che sembra il condensato di un’intera stagione di una serie tv.-<em>Thomas Sotinel, Le Monde</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Eric Jozsef, del quotidiano francese Libération e dello svizzero Le Temps.</em></p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/Qd06BGrxbKQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Acab</strong><br />
<em>Di Stefano Sollima. Con Marco Giallini, Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Domenico Diele. Italia 2012, 90’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Nel 1968, commentando la “battaglia” studentesca di Valle Giulia, Pier Paolo Pasolini scrisse che stava dalla parte dei poliziotti perché “figli di poveri che vengono da periferie”. Alla sua maniera, il film di Sollima cerca anche lui di rovesciare l’immagine dei celerini, anzi di dare un volto, uno spessore umano ai poliziotti incaricati di far rispettare l’ordine, con la forza, di fronte alla violenza degli ultrà degli stadi. Ma anche di fare il lavoro sporco quando si tratta di sgomberare i campi rom, espellere gli immigrati clandestini o i poveri inquilini abusivi di case popolari. Il film ruota intorno alla figura di quattro poliziotti che vivono storie personali dure come la società che li circonda, in piena metamorfosi e senza più valori e punti di riferimento. Si ritrovano solo nel branco del corpo di polizia, dove pensano di poter dettare legge. Sollima mostra un’Italia scura, disincantata, in preda alla violenza e all’estremismo. Il film è sostenuto da un buon ritmo e da attori molto bravi. Ma la sceneggiatura non riesce a tirarsi fuori dall’attualità e da una narrazione troppo lineare. <em>Acab</em> avrebbe guadagnato con personaggi più complessi, come è la società italiana di oggi.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/934/"> 934</a>, 3 febbraio 2012</em></p>
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				                <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:00:00 +0000</pubDate>        
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                            				                <title><![CDATA[I libri della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><img src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2012/01/meno.jpg" alt="" title="meno" width="120" height="189" class="alignnone size-full wp-image-80252" /><strong>Joe Meno, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/886632034X/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=886632034X">Il grande forse</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=886632034X" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
e/o, 400 pagine, 19,50 euro<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Stretto nell’arco di tempo tra due guerre, <em>Il grande forse</em> di Joe Meno è un libro sui pro e sui contro della viltà. Jonathan Casper è un paleontologo dell’università di Chicago che ha messo in gioco la sua carriera e la sua autostima scommettendo sull’esistenza di un calamaro gigante degli abissi, ritenuto estinto. Sua moglie, Madeleine, etologa, passa i giorni sprofondata in ricerche altrettanto improbabili. Il matrimonio dei Casper, traballante per anni, è ormai sull’orlo del collasso. La posta del fallimento sono le loro due figlie adolescenti: Amelia, una rivoluzionaria in erba che scrive appassionati ed esilaranti editoriali nel giornale della scuola denunciando i membri del consiglio degli studenti come burattini nelle mani del capitalismo; e la quattordicenne Thisbe, che ha trovato la sua ingegnosa forma di ribellione: figlia di due scienziati, ha scoperto la fede in Dio. </p>
<p>La storia si svolge un mese prima delle elezioni del 2004. Madeleine, infuriata per gli adesivi da paraurti della coppia Bush-Cheney e per i video dall’Iraq, si sente impotente. Pessimismo, passività, incapacità di agire: questi stati esistenziali formano il tessuto emotivo del romanzo. <em>Il grande forse</em> procede andando indietro nel tempo. Ci presenta il padre di Jonathan, Henry, un vedovo consegnato alle cure di una casa di riposo dei paraggi, che da bambino, durante la seconda guerra mondiale, è finito in un campo di internamento per tedeschi in Texas. Costretto su una sedia a rotelle ma tutt’altro che muto, Henry ricorda la subdola amicizia stretta con un soldato americano che  gli faceva da guardia. </p>
<p>Il romanzo si spinge ancora più indietro nel tempo per ricostruire la viltà ereditata da Jonathan, snocciolando una serie di capitoli aneddotici sui vari antenati Casper e sulle loro storiche bassezze. Se il passato dei Casper è piuttosto ripetitivo nel suo insegnamento, il presente lascia intravedere almeno un po’ di speranza, e le due ragazzine, Amelia e Thisbe, sono le più brillanti,  verosimili e coinvolgenti invenzioni del libro. La vigliaccheria non è solo una maledizione dei Casper, ma una sorta di triste imperativo evolutivo. Spinti dal loro istinto di conservazione a evitare il conflitto, i Casper diventano una metafora di tutti noi.-<em>Jonathan Dee, The New York Times</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Douglas Coupland, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8876382526/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8876382526">Le ultime cinque ore</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8876382526" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Isbn, 280 pagine, 15,90 </em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Gli aeroporti si prestano bene alla narrazione: rappresentano un mondo di contatti fugaci, di estranei sospesi tra l’origine e la destinazione, un momento transitorio in cui le identità e le inibizioni possono essere messe da parte. Per i personaggi che si ritrovano insieme al bar del Toronto Airport Camelot Hotel nel nuovo romanzo di Douglas Coupland, è un’occasione per riflettere sulla natura del tempo e su cosa significa essere umani. Ciascuno di essi, a suo modo, è ossessionato dall’idea della vita come storia coerente. Per Karen, una madre divorziata che si avvicina ai quaranta, il bar rappresenta la possibilità di connettersi con Warren, un uomo che ha incontrato due settimane prima in una chat. Rick, il barista che si sta disintossicando dall’alcol, spera di cambiare vita radicalmente investendo tutti i suoi risparmi in un <em>life coach</em> perennemente abbronzato. Luke, un pastore di mezza età, ha appena saccheggiato il fondo per la ristrutturazione della chiesa e ha lasciato la città con ventimila dollari in contanti nelle tasche del suo vestito spiegazzato. Rachel, una giovane bellissima che si comporta come un automa, ha deciso di restare incinta per dimostrare al padre di essere pienamente umana. Anche una quinta voce interviene nella storia: l’enigmatico Giocatore Uno, la cui identità è rivelata solo verso la fine, che si rivolge al lettore direttamente con il tono altezzoso di un narratore onnisciente. Nessuno di loro si aspetta l’apocalisse. Eppure pochi minuti dopo il loro arrivo al bar, il mondo crolla in mille pezzi. È un territorio familiare per Coupland, ma in questo romanzo c’è una singolare tenerezza, che ha a che fare con il tentativo di cogliere il senso della vita come storia coerente in un mondo sovraccarico di informazioni e di narrazioni non lineari.-<em>Stephanie Merritt, The Guardian</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Desmond Hogan, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889113634/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8889113634">L&#8217;ultima volta</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8889113634" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Playground, 138 pagine, 12 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />La letteratura irlandese è cambiata e si è fatta apprezzare in tutto il mondo. Desmond Hogan è stato tra i primi a causare questo cambiamento e ad attirare l’attenzione fuori dall’Irlanda. Questa raccolta offre una gradita occasione per rivalutare la sua opera. Alcuni dei racconti più vecchi sono ormai dei classici che hanno esteso i confini della tradizione narrativa irlandese: il lettore sente a volte di compiere in sole dieci pagine il viaggio immaginativo di un intero romanzo su più generazioni. Le storie recenti – dove le immagini fluttuano liberamente e creano poemi in prosa a partire da frasi sinuose e disorientanti – sono più difficili. I primi racconti, come <em>Il lutto del ladro</em> sono profondamente personali e radicati nella storia personale di Hogan, cresciuto in un’Irlanda dove sul piano spirituale e sessuale c’era poco spazio per lui. Ma l’autore usava questi racconti anche per fare commenti politici sul paese e delineare una visione di un modo alternativo di essere irlandesi. Al contrario, le nuove storie sono piene di immagini sconvolgenti, ma si ha l’impressione che Hogan si sia ritirato in un mondo puramente personale, da cui il lettore si sente escluso, anche se continua a essere colpito dalla maestria linguistica dell’autore e dalla sua capacità di far sì che  un’immagine si apra come un improvviso raggio di luce.-<em>Dermot Bolger, Irish Independent</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Olivia Rosenthal, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8874523386/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8874523386">Che fanno le renne dopo Natale?</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8874523386" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Nottetempo, 208 pagine, 14 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Il libro di Olivia Rosenthal è un’ibridazione, un incrocio strano e sconcertante: un libro sfinge, mezzo uomo e mezzo animale. È ibrido anche nella forma, che intreccia due racconti, o meglio due livelli di narrazione. Da un lato la storia di una ragazzina che diventa donna, raccontata alla seconda persona plurale, un “voi” che universalizza questo percorso singolare. Dall’altro, un cupo carnevale degli animali: lupi ammassati, maiali condotti al macello, testimonianze di allevatori e di macellai. Da un paragrafo all’altro si alternano l’umano e l’animale in un gioco inquietante di echi, corrispondenze e sovrimpressioni. Negli interstizi, Olivia Rosenthal coltiva i temi del suo universo narrativo: i rapporti tra individuo e comunità, i loro legami e punti di rottura. Il paragone tra il mondo animale e il mondo umano mette in luce la più grande illusione dell’uomo, la sua chimera esistenziale: credersi libero, padrone della natura, quando per tutta la vita è allevato, domato, tenuto in gabbia, come un leone da circo o un topo da laboratorio. Si resta spesso disorientati dal racconto che sembra esplorare piste diverse. Ma più si va avanti più il senso viene alla luce, i frammenti sparsi formano un insieme di straordinaria coerenza. Olivia Rosenthal firma un romanzo di formazione fuori dalle regole, o piuttosto un romanzo per disimparare le regole e le convenzioni.-<em>Elisabeth Philippe, Les Inrockuptibles</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Javier Sebastián, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006ZQGBR4/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=B006ZQGBR4">Il ciclista di Cernobyl</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=B006ZQGBR4" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Guanda, 240 pagine, 17 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Già il titolo, <em>Il ciclista di Cernobyl</em>, coniuga in una formula i due elementi fondamentali del libro: un aspetto documentario molto forte e un trattamento creativo. Da un lato, si racconta la partecipazione di uno spagnolo a una Conferenza internazionale convocata a Parigi. Dall’altro, la curiosa avventura che lo costringe a occuparsi di un personaggio misterioso la cui identità si rivela solo in seguito, un fisico nucleare russo di nome Vasia. Il tratto caratteristico dell’approccio di Sebastián è la mescolanza di note di costume e aneddoti che sembrano presi dal teatro buffo. Questo risponde all’intenzione di creare un ambiente singolare nel quale si possono incarnare le terribili conseguenze del disastro di Cernobyl del 1986.-<em>Santos Sanz Villanueva, El Mundo</em></p>
<p>***</p>
<p><em>Fumetti</em></p>
<p><img src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2012/01/fumetti.jpg" alt="" title="fumetti" width="120" height="170" class="alignnone size-full wp-image-80255" /><strong>Massimo Giacon, Daniele Luttazzi, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817053473/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8817053473">La quarta necessità</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8817053473" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Rizzoli Lizard, 136 pagine, 17 euro</em><br />
<br />Da teatrino di cartapesta a levigata caramella pop: è davvero un’italietta in stile Bagaglino, la trasmissione diventata parodia-simulacro della satira politica e sociale, quella che viene ripercorsa da Giacon e Luttazzi nel loro primo esperimento fumettistico in comune. Usano come prisma le vicende di un personaggio del tutto di fantasia, dai tempi del fascismo fino a quelli recenti. Ripercorrendo il progressivo depauperamento del carattere nazionale si passano in rassegna molte miserie del nostro provincialismo. Il protagonista e il microcosmo in cui si muove sono il paradigma di quella vacuità italiana che, già negli anni sessanta, Federico Fellini con <em>La dolce vita</em> e Michelangelo Antonioni con <em>La notte</em> (entrambi cosceneggiati da Ennio Flaiano) avevano immaginato sprofondare nella cupezza, perdendo quella forma d’innocenza che ancora permeava la società. Nella prima parte, forse la più divertente e solare, la vacuità italica è appunto giocosa. Poi il protagonista, a forza di non prendere posizione, invece di assurgere da suddito a cittadino, diviene prima un mollusco opportunista, poi un profittatore, infine un mostro. Ma sempre sessuomane, unica coerenza e prima necessità. L’italiano medio alla Berlusconi racchiude la mostruosità berlusconiana: la vicenda del Cavaliere non a caso s’incrocia con quella del protagonista. Come tanto fumetto contemporaneo, il lavoro di Giacon è pop art della pop art. Il freddo di questa meta arte amplifica fortemente l’orrore di un paese ormai divenuto un Bagaglino plastificato.-<em>Francesco Boille</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana Salvatore Aloïse, del quotidiano francese Le Monde.</em></p>
<p><strong>Maurizio De Giovanni, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806203428/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8806203428">Per mano mia</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8806203428" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Einaudi, 313 pagine, 18 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Mancano pochi giorni al Natale del 1931. Il fascismo e Napoli fanno da sfondo alla storia. Dopo la serie legata alle stagioni, ambientata negli anni in cui il regime si consolida, ritorna, con <em>Per mano mia</em>, il personaggio a cui ha dato vita Maurizio De Giovanni, scrittore napoletano che ama misurarsi col noir d’atmosfera più che con il giallo tradizionale. Anche questo nuovo ciclo si sviluppa in quattro capitoli, scanditi da scenari festivi: Natale, Pasqua, Piedigrotta e San Gennaro, ricorrenze, queste ultime, che più napoletane non si può. Il protagonista è di nuovo  il malinconico commissario Ricciardi, più interessato all’introspezione che agli intrighi. E la città non è quella che ti aspetti. È cupa, “stretta in una morsa di gelo” che “porta a chiudere le finestre metaforicamente e nella realtà”. Dietro l’apparente ordine imposto dal regime, il commissario e il fido brigadiere Raffaele Maione si troveranno a rovistare tra povertà e disperazione. Ricciardi avrà il suo bel da fare per venire a capo dell’indagine, nonostante il dono – o la maledizione?– di “sentire” le ultime frasi dei morti ammazzati. Ma chi avrà sgozzato, in un ricco appartamento di Mergellina, con un solo colpo di lama, la moglie del funzionario della milizia portuale e trafitto lui nel letto con sessanta coltellate?</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/933/"> 933</a>, 27 gennaio 2012</em></p>
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								<guid>http://www.internazionale.it/news/cultura/2012/01/31/i-libri-della-settimana-53/</guid>
				<link>http://www.internazionale.it/news/cultura/2012/01/31/i-libri-della-settimana-53/</link>
				                <pubDate>Tue, 31 Jan 2012 14:57:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Forza Ucraina]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/VZx_NulsQVU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Jakob Preuss, <em>The other Chelsea</em></strong><br />
<em>Germania 2010, 88&#8242;</em></p>
<p>I legami tra affari, politica e sport, di cui si parla in <em><a href="http://theotherchelsea.com/">The other Chelsea</a></em>, sono cosa nota nel nostro paese, proprio co­me in Ucraina, dove, seguendo l’esempio di Roman Abramovich, proprietario del Chelsea, il magnate delle miniere Rinat Akhmetov ha trasformato la squadra locale dello Shakhtar Donetsk in una protagonista del calcio continentale, e ha costruito lo stadio che ospiterà alcune partite dei campionati europei 2012. </p>
<p>I minatori sottopagati e l’élite politica e finanziaria della regione, sventolano convinti i vessilli dello Shakhtar ma non quelli della recente rivoluzione arancione, per la gioia degli oligarchi.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/933/"> 933</a>, 27 gennaio 2012</em></p>
]]></description>
								<guid>http://www.internazionale.it/news/dvd/2012/01/30/forza-ucraina/</guid>
				<link>http://www.internazionale.it/news/dvd/2012/01/30/forza-ucraina/</link>
				                <pubDate>Mon, 30 Jan 2012 12:31:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Farewell comrades!]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><strong>Lena Thiele, <a href="http://www.farewellcomrades.com/en/"><em>Farewell comrades!</em></a></strong></p>
<p>Il canale culturale francotedesco Arte presenta un nuovo ambizioso web reportage, che sviluppa in versione multimediale i contenuti di un programma recentemente andato in onda. </p>
<p>Nato come serie di documentari sulla fine dei regimi comunisti, il progetto diventa ora un viaggio interattivo nei ricordi di 30 persone, ricostruiti attraverso le cartoline postali che inviarono tra il 1975 e il 1991, anno della dissoluzione dell’Unione Sovietica e della fine della reazione a catena innescata dal crollo del muro di Berlino. Storie di vita quotidiana, oppressione, viaggi, lotte e passioni, si uniscono alle parole di esperti che commentano immagini e documenti d’archivio.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/933/"> 933</a>, 27 gennaio 2012</em></p>
]]></description>
								<guid>http://www.internazionale.it/news/documentari-cultura/2012/01/28/farewell-comrades/</guid>
				<link>http://www.internazionale.it/news/documentari-cultura/2012/01/28/farewell-comrades/</link>
				                <pubDate>Sat, 28 Jan 2012 14:25:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[I film della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/wRWmbIWtMPY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>The iron lady</strong><br />
<em>Di Phyllida Lloyd. Con Meryl Streep, Jim Broadbent, Richard E. Grant. Gran Bretagna, 105’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Meryl Streep che veste i panni di Margaret Thatcher è il motivo principale per andare a vedere <em>The iron lady</em>, diretto da Phyllida Lloyd. La sua interpretazione è l’unica ragion d’essere di un film che per il resto è mal concepito. La capacità della Streep di calarsi fin nella gola dei suoi personaggi è ormai leggendaria. E, per di più, è una grande attrice. In questo film riesce a richiamare la voce e lo spirito dell’ex premier britannica, sia all’inizio della sua carriera sia in età avanzata. L’effetto è fenomenale. Se chiudete gli occhi – o anche se li tenete aperti – vi sembrerà di essere tornati indietro nel tempo. In realtà il tempo di Margaret Thatcher non è ancora finito, anche se sono passati molti anni da quando si è ritirata a vita privata. A 86 anni la signora Thatcher conduce un’esistenza riservata con condizioni di salute non sempre buone, un fatto che solleva alcuni interrogativi sull’invadenza di una pellicola che la mostra nel presente, con gravi problemi di memoria, per non dire affetta da demenza vera e propria. Altre parti di <em>The iron lady</em> la mostrano al culmine della sua influenza o, ancora meglio, come una giovane donna consapevole del proprio destino che cerca di ottenere sempre più potere politico. Ma la sceneggiatura di Abi Morgan, con molti salti temporali, finisce per dare al film un tono blandamente imparziale rispetto a una delle figure più discusse e importanti della politica britannica. I momenti più intensi del film, quelli sui suoi ricordi amorosi e sui danni dell’età, sono indeboliti dall’inclinazione della regista per gli effetti cinematografici, che fanno sembrare <em>The iron lady</em> la brutta copia di un film di Fellini. Magari la pellicola fosse all’altezza della sua protagonista.-<em>Joe Morgenstern, The Wall Street Journal</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/lQSqeUWwFHI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>L’arte di vincere</strong><br />
<em>Di Bennett Miller. Con Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman. Stati Uniti, 133’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Le statistiche e il loro presunto reale significato sono al centro di questo film, adattato dal saggio di Michael Lewis <em>Moneyball</em>. Ma il film è anche uno dei migliori in circolazione sul baseball. Nel 2002, Billy Beane (Brad Pitt), un giocatore che ha avuto una carriera deludente, è diventato general manager della squadra di Oakland. Un piccolo team confrontato con i colossi di New York e Boston. Beane assume Peter Brand (Jonah Hill), un laureato in economia a Yale che non ha mai giocato una partita in vita sua. Ma Brand è un seguace delle teorie del guru della statistica Bill James, che insieme ad altri teorici della sabermetrica, ha messo a punto un nuovo sistema per valutare i giocatori. Peter, smanettando sul suo computer, propone a Beane alcuni giocatori apparentemente scarsi, ma che il manager può permettersi con il suo budget. Rivoluzionario convinto, ma costantemente tormentato, Beane impone il suo sistema a tutta la squadra, compreso lo scettico allenatore Art Howe (Philip Seymour Hoffman in una silenziosa e magnifica interpretazione). Il regista Bennett Miller ci conduce lungo la stagione della squadra usando anche sequenze prese dalle vere partite (che funzionano insolitamente bene). Il film ha ritmo e ironia, ma al suo centro c’è una stranezza: Beane e Brand sono posseduti da una passione quasi religiosa non verso un ideale, ma per i duri e freddi numeri. Sceneggiatura firmata da Steven Zaillian e Aaron Sorkin.-<em>David Denby, The New Yorker</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/1FdEYp9tN2E" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Mission impossible. Protocollo fantasma</strong><br />
<em>Di Brad Bird. Con Tom Cruise, Jeremy Renner, Simon Pegg. Stati Uniti 2011, 132’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />A sorpresa la quarta puntata delle avventure di Etan Hunt e del suo improbabile gruppo di spie è molto divertente. Tom Cruise, produttore della serie, ha preso come regista Brad Bird, geniale autore del film d’animazione <em>Gli incredibili</em>. La qualità dell’azione ne ha sicuramente beneficiato, anche se i personaggi sono meno fantasiosi e divertenti di Mr Incredible ed Elastigirl. Sicuramente, però, questo film è un’ottima opportunità per Tom Cruise di essere il leader di una squadra e non il solito cavaliere solitario. Hunt e i suoi compagni di sventura devono, come al solito, salvare il mondo. Notevole la scena, a Dubai, in cui Hunt deve scalare la parete di vetro del grattacielo più alto del mondo (il Burj Kalifa). Ma anche la sequenza dell’inseguimento in una furiosa tempesta di sabbia è tra le migliori delle varie missioni impossibili. Il film è pieno di assurdità, grandi e piccole, ma Brad Bird ha dato verve e ritmo a un film che, per quanto stupido, funziona alla grande.-<em>Anthony Quinn, The Independent</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/ZJ7j-9q6fVY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Il sentiero</strong><br />
<em>Di Jasmila Zbanic. Con Zrinka Cvitesic, Leon Lucev. Bosnia Erzegovina 2011, 100’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Luna e Amar vivono insieme nel loro nido d’amore. Non sono tutte rose e fiori: Amar ha problemi con l’alcol e Luna vorrebbe restare incinta. Ma la coppia, malgrado tutto, ha fiducia nel futuro. Almeno fino a quando un amico salafita propone ad Amar di insegnare nella sua piccola comunità. Amar accetta e parte. Quando torna è cambiato. Sempre innamorato di Luna ma molto più annoiato e nervoso. Non c’è un attacco diretto all’islam. La fede non è il male assoluto: per esempio è proprio grazie alla fede che Amar trova la pace e smette di bere. E la regista sceglie di osservare senza preconcetti la traiettoria che compiono i suoi personaggi. La conversione di Amar è un po’ troppo repentina ma non rende meno credibile l’angoscia di Luna, che vede il suo fidanzato diventare un estraneo giorno dopo giorno.-<em>Jacques Morice, Télérama</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Lee Marshall, collaboratore di Condé Nast Traveller e Screen International.</em></p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/Omn3rcdyOj0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Benvenuti al nord</strong><br />
<em>Di Luca Miniero. Con Claudio Bisio, Alessandro Siani. Italia 2012, 110’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />L’ossobuco contro la mozzarella. La nebbia contro il sole. La settimana tutta programmata contro il vivere alla giornata. Terroni contro polentoni. Invertendo a specchio la trama di <em>Benvenuti al sud</em>, il sequel <em>Benvenuti al nord</em> mette in piedi lo stesso meccanismo comico sentimentale del primo film: ma questa volta è un impiegato delle Poste della ridente località balneare di Santa Maria di Castellabate, a sud di Salerno, che si deve trasferire a Milano. I contrasti, le diffidenze e i pregiudizi che esistono tra nord e sud prima danno luogo a dei malintesi più o meno comici, poi vengono ricomposti per lasciare posto a un’edificante morale buonista: “È bello pure ’o nord!”. Questo secondo adattamento italiano del fortunato film francese <em>Bievenue chez les Ch’tis</em> manca di brillantezza e ritmo rispetto al primo, perdendo tempo in scene poco incisive. Ma è accomunato al suo predecessore da una specie di nostalgia: la nostalgia per un’Italia non appiattita dalla tv, dove la mobilità era ridotta, come ai tempi di <em>Totò, Peppino e la malafemmina</em> (excursus molto più divertente sullo stesso tema). Sembra inscenare un esercizio del tipo: per combattere il pregiudizio e lo stereotipo, bisogna anche un po’ suscitarli.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/933/"> 933</a>, 27 gennaio 2012</em></p>
]]></description>
								<guid>http://www.internazionale.it/news/cinema/2012/01/27/i-film-della-settimana-108/</guid>
				<link>http://www.internazionale.it/news/cinema/2012/01/27/i-film-della-settimana-108/</link>
				                <pubDate>Fri, 27 Jan 2012 11:49:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Processo all’amianto]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><strong>Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller, <em><a href="http://www.graffitimultimedia.it/GraffitiDoc/Default.aspx?ID=5">Polvere</a></em></strong><br />
<em>Svizzera, Belgio 2011, 85’</em></p>
<p>In <em>Polvere</em>, i registi Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller hanno seguito il processo che a Torino vede imputati per strage gli azionisti della Eternit, multinazionale che per decenni ha prodotto l’omonimo materiale responsabile con le sue fibre di migliaia di morti: tremila, tra ex operai e cittadini, solo a Casale Monferrato. </p>
<p>Ma se Eternit e amianto sono sotto processo in occidente, continuano a prosperare in pae­si come India, Cina e Russia, e si stima che il 70 per cento della popolazione mondiale sia a rischio. Coprodotto e trasmesso da varie tv europee, ma non italiane, il documentario esce <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005KOMUQS/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=B005KOMUQS">in dvd</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=B005KOMUQS" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" />.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/932/"> 932</a>, 20 gennaio 2012</em></p>
]]></description>
								<guid>http://www.internazionale.it/processo-all%e2%80%99amianto/</guid>
				<link>http://www.internazionale.it/processo-all%e2%80%99amianto/</link>
				                <pubDate>Sat, 21 Jan 2012 13:00:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[I film della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/YjjszdX-evw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>The help</strong><br />
<em>Di Tate Taylor. Con Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard. Stati Uniti/India/Emirati Arabi Uniti 2011, 137’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Viola Davis ha un modo di dire le cose che va dritto al cuore. Nello stesso momento in cui dice: “Quello che faccio è badare ai bambini”, vogliamo saperne di più sul suo personaggio, Aibileen Clark, una cameriera nera che lavora per una famiglia bianca a Jackson, nel Mississippi degli anni sessanta. La voglia di saperne di più è la forza trainante del film di Tate Taylor, tratto dal romanzo di Kathryn Stockett <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804598794/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8804598794">L&#8217;aiuto</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8804598794" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em>. Nell’epoca della segregazione razziale una ragazza, Skeeter Phelan (Emma Stone), prende il coraggio di intervistare Aibileen e altre cameriere di Jackson per scoprire chi sono e come vivono. Ai nostri giorni, in cui il passato è spesso dimenticato, il film, oltre a farci piangere, ci dà una lezione di solidarietà e coraggio che va oltre il colore della pelle. Ma invece di riportarci a un passato razzista, <em>The help</em> ci accompagna in un tour culturale vagamente pop e pittoresco che contribuisce a rafforzare alcuni degli stereotipi che vorrebbe infrangere. Non ha niente di pittoresco invece la recitazione di Davis, un’attrice superba, che emana un calore naturale. Anche senza conoscere la sua storia personale, i suoi drammi sono senz’altro i più sconvolgenti, anche solo per il tono calmo con cui li racconta. Un altro motivo di interesse potrebbe essere la presenza di Emma Stone nel ruolo (centrale) di Skeeter. Ma rimane poco più che uno strumento, anche se molto attraente, che continua a prendere nota, mentre altri personaggi tengono in piedi il film.-<em>Joe Morgenstern, The Wall Street Journal</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/29oDA1EbKHM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>E ora dove andiamo?</strong><br />
<em>Di e con Nadine Labaki. Con Claude Msawbaa, Leyla Fouad, Antoinette el Noufaily. Francia/Libano 2011, 110’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Il secondo lungometraggio di Nadine Labaki (dopo <em>Caramel</em>, presentato a Cannes nel 2007) non parla di multipartitismo o di libertà d’espressione. Da questo punto di vista il Libano non è tra i paesi arabi messi peggio. Ma com’è chiaro dalla prima sequenza del film, l’autrice vuole parlare di morte e di fede. In Medio Oriente è possibile ancora morire (volontariamente o meno) in nome del dio in cui si crede. Da lontano, dalla nostra Europa, l’energia che si mette nella fede è vista quasi con nostalgia. La giovane regista libanese prova a mettere in discussione proprio questo concetto e s’inventa un villaggio circondato dai campi minati, in cui musulmani e cattolici sono forzati a condividere la stessa scarsità di risorse, la stessa miseria. Ma gli uomini sono sempre pronti a riaprire le vecchie ferite, e le donne, stufe di soffrire, decidono di prendere in mano la situazione. Insomma lo scontro è una minaccia permanente, per sfuggire al quale Nadine Labaki non si pone alcun limite e passa dalla commedia musicale al dramma e alla commedia pura. Il suo tratto a volte risulta un po’ incerto. Il passaggio da un registro all’altro non è sempre indolore. A momenti il tono fa pensare a come la commedia all’italiana affrontava gli orrori del fascismo e della guerra. Ma quelli erano drammi passati. In Libano la minaccia della guerra è attuale e la commedia oscilla costantemente sull’orlo di un baratro. Non possono essere svelati il finale, i suoi meccanismi e la sua natura. Ma senz’altro danno al film un vigore insolito per una produzione dei paesi arabi e mediorientali.-<em>Thomas Sotinel, Le Monde</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/K_XGXlDtOZk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>L’ora nera</strong><br />
<em>Di Chris Gorak. Con Emile Hirsch, Max Minghella. Stati Uniti/Russia 2011, 89’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="uno" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/uno.jpg" /><br />
<br />Nell’<em>Ora nera</em>, una coproduzione russo-statunitense, gli alieni piovono su Mosca in forma di meduse elettriche dorate. Il loro piano è nutrirsi con l’energia del nostro pianeta e incenerire la razza umana. Qualcosa suggerisce ai protagonisti che gli alieni, inizialmente invisibili, hanno qualcosa a che fare con l’elettricità. Allora tutti si mettono una piccola lampadina intorno al collo. Così sapranno quando gli alieni sono vicini. Un bel gadget postapocalittico, anche se inutile. Comunque gli invasori trovano sulla loro strada due aspiranti giovani imprenditori statunitensi e due ragazze del jet set moscovita. Visto la trama debolissima e sconclusionata, il film avrebbe potuto funzionare come produzione volutamente trash, se solo il regista avesse saputo sfruttare la suspense e le location esotiche. Invece niente. Quando infine gli alieni mostrano il loro vero volto sembrano mostri di un videogioco Atari degli anni ottanta. E vengono sconfitti con la stessa facilità. Non hanno proprio imparato nulla.-<em>Tim Robey, The Daily Telegraph</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/AyWICzL6i_0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Underworld. Il risveglio</strong><br />
<em>Di Björn Stein e Måns Mårlind. Con Kate Beckinsale, Stephen Rea, Scott Speedman. Stati Uniti 2012, 88’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="uno" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/uno.jpg" /><br />
<br />Kate Beckinsale riprende il ruolo della vampira guerriera Selene, che si ritrova in un mondo in cui gli umani hanno scoperto l’esistenza sia dei vampiri sia dei Lycan. Nuovi scontri tra vampiri e lupi mannari in una serie ancora più noiosa di <em>Twilight</em>. Film riservato ai fan.-<em>Siobhan Synnot, The Scotsman</em> </p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/oCUW_pgnhks" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>La talpa</strong><br />
<em>Di Tomas Alfredson. Con Gary Oldman, Colin Firth, John Hurt. Gran Bretagna/Francia/Germania 2011, 127’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Se il film ha un difetto è che scopre le sue carte troppo in fretta. Ma forse non è un problema, visto che Alfredson privilegia il viaggio rispetto alla destinazione. Che importa chi è il colpevole. Tutti i personaggi sono colpevoli di qualcosa e si dissetano alla stessa fontana di acqua sporca.-<em>Xan Brooks, The Guardian</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Eric Jozsef, del quotidiano francese Libération e dello svizzero Le Temps.</em></p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/ySdd2zEp1h0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>L’industriale</strong><br />
<em>Di Giuliano Montaldo. Con Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia. Italia 2011, 94’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Titolare di una piccola fabbrica del torinese, Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino) ha ereditato dal padre i suoi princìpi morali e il suo impegno sociale verso l’azienda e i dipendenti. Ma alle prese con la concorrenza straniera e strangolato da un capitalismo finanziario spregiudicato, il giovane industriale non riesce a far fronte ai debiti. Le sue difficoltà professionali si riversano nel privato fino a mettere in discussione la fiducia verso la moglie. Per salvarsi, Nicola cede e prende una serie di scorciatoie, trasformandosi, sul piano personale, in un piccolo Otello piemontese. Immerso in una costante luce crepuscolare, <em>L’industriale</em> racconta la fine di un mondo ideale o idealizzato: quello della piccola fabbrica operosa e a dimensione umana. Nel film, il padrone non ha più la forza del padre e i sindacati protestano ormai a vuoto. Alcuni personaggi di contorno mancano di spessore e complessità, ma il film di Giuliano Montaldo, costruito intorno al rapporto tra Nicola e la moglie, restituisce il sapore delle storie dove il dramma sociale s’intreccia con la tragedia e il destino individuali.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/932/"> 932</a>, 20 gennaio 2012</em></p>
]]></description>
								<guid>http://www.internazionale.it/news/cinema/2012/01/20/i-film-della-settimana-107/</guid>
				<link>http://www.internazionale.it/news/cinema/2012/01/20/i-film-della-settimana-107/</link>
				                <pubDate>Fri, 20 Jan 2012 11:22:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Yodok stories]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><script class="27684c00-a74a-11e0-a92a-0026bb61d036" src="http://embed.snagfilms.com/embed/embed.js?filmId=27684c00-a74a-11e0-a92a-0026bb61d036&#038;width=500"></script></p>
<p><strong>Andrzej Fidyk, <em>Yodok stories</em></strong><br />
<em>Norvegia 2009</em></p>
<p>La scomparsa di Kim Jong-il, con il seguito di parossistiche manifestazioni di lutto e oceaniche adunate, ha scatenato la pubblicazione di aneddoti sul Caro leader nordcoreano. Il rischio è quello di dimenticare, tra curiosità pop e video virali, i crimini contro l’umanità di cui è stato responsabile, come i misteriosi campi di concentramento dove si stima che siano rinchiuse oltre 200mila persone, condannate a subire fame e torture fino alla morte. </p>
<p>Pochi riescono a fuggire in Corea del Sud, ma alcuni di loro hanno unito le loro esperienze, per raccontarle in un discusso musical di denuncia. Il documentario di Andrzej Fidyk, disponibile su Snagfilm, ne segue la produzione.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/931/"> 931</a>, 13 gennaio 2012</em></p>
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				<link>http://www.internazionale.it/news/documentari-cultura/2012/01/15/yodok-stories/</link>
				                <pubDate>Sun, 15 Jan 2012 11:43:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Caffè troppo bollente]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/bBKRjxeQnT4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Susan Saladoff, <em><a href="http://www.hotcoffeethemovie.com/default.asp">Hot coffee</a></em></strong><br />
<em>Stati Uniti 2011</em></p>
<p>Il caso di Stella Liebeck e della sua causa da 2,9 milioni di dollari contro McDonald’s, per le ferite causate dal caffè bollente che le si rovesciò addosso, è noto come l’esempio più paradossale del funzionamento della giustizia americana. </p>
<p>Quindici anni dopo, la regista e avvocata Susan Saladoff scopre che dal punto di vista medico il caso fu molto serio, e svela come la delegittimazione dell’intero sistema legale abbia avvantaggiato proprio le corporation che, con una sapiente propaganda, hanno cavalcato casi come questo per scoraggiare difesa dei diritti e richieste di risarcimento. <a href="http://www.hotcoffeethemovie.com/default.asp?pg=dvd">Il dvd</a> è uscito negli Stati Uniti.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/931/"> 931</a>, 13 gennaio 2012</em></p>
]]></description>
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				                <pubDate>Sat, 14 Jan 2012 11:00:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[I film della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/F_UiFq_d1mY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Shame</strong><br />
<em>Di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan. Gran Bretagna 2011, 98’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br /><em>Shame</em>, il ritratto di un uomo in cerca di perdizione, è diretto dall’artista britannico Steve McQueen. Il film ci tiene in stretto contatto con il suo protagonista anche quando lui è disconnesso dalla realtà che lo circonda e da se stesso. Merito della notevole interpretazione di Michael Fass­bender. Brandon, il protagonista, è un uomo con problemi di dipendenza dal sesso. Ma ridurre la sua vicenda a questo è una banalizzazione. I suoi problemi sembrano più che altro di chiusura verso il prossimo ed è evidente che hanno a che fare con la sorella Sissy (interpretata da una convincente Carey Mulligan), che a un certo punto irrompe nella sua vita. Il film ha un’alta cifra stilistica. Il regista ha usato il suo occhio da artista in ogni fotogramma. Ne paga il prezzo in termini di ritmo: i rituali sociali che si svolgono nei bar e nei ristoranti sono volutamente banali. Anche gli atti sessuali del protagonista finiscono per risultare noiosi. Ma tutto contribuisce a rendere manifesta la solitudine esistenziale di Brandon e quando avviene <em>Shame</em> trascende se stesso.-<em>Joe Morgenstern, The Wall Street Journal</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/oCUW_pgnhks" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>La talpa</strong><br />
<em>Di Tomas Alfredson. Con Gary Oldman, Colin Firth, John Hurt. Gran Bretagna/Francia/Germania 2011, 127’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Navigando agilmente nella complicata trama del romanzo di John Le Carré da cui il film è tratto, Tomas Alfredson ci conduce nella Londra degli anni settanta, nei meandri dei servizi segreti britannici. Nelle profondità di questo labirinto di corridoi fumosi, popolato da uomini nervosi, sovrappeso, consumati dall’ulcera e con i capelli che cominciano a diradarsi, c’è una talpa. Un agente sovietico a cui George Smiley (Gary Oldman) dovrà dare un’identità. Se il film ha un difetto è che scopre le sue carte troppo in fretta. Ma forse non è un problema, visto che Alfredson privilegia il viaggio rispetto alla destinazione, è più affascinato dai dettagli che dalla risoluzione finale. Che importa chi è il colpevole. Tutti i personaggi sono colpevoli di qualcosa e si dissetano tutti alla stessa fontana di acqua sporca.-<em>Xan Brooks, The Guardian</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/3qe29huf2T8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Non avere paura del buio</strong><br />
<em>Di Troy Nixey. Con Katie Holmes, Guy Pearce. Australia/ Stati Uniti 2011, 100’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Guillermo Del Toro ha prodotto il film, ma non solo. Ha anche messo il suo marchio di qualità su questa storia di una casa stregata, vagamente ispirata a un telefilm che lo aveva spaventato nel 1973, quando era ancora un ragazzino. Bailee Madison interpreta Sally, una bambina di dieci anni che va a trovare il suo papà e la sua nuova compagna in una spettrale villa del Rhode Island che i due, architetti di successo, stanno ristrutturando. Inizialmente la bambina sente delle voci attraverso una grata. Poi è terrorizzata da creature mostruose. L’orrenda fine del giardiniere basterebbe a spingere molte famiglie a fare i bagagli. Ma il padre di Sally è troppo impegnato per l’imminente visita del direttore della Architectural Review. Il film è una via di mezzo un po’ ingenua tra una favola dark (quale mostro di un horror normale si nasconderebbe sotto il letto ?) e l’ennesima variazione sul tema della casa infestata dai fantasmi. Il tocco di Del Toro si avverte, ma non vi aspettate niente di vagamente vicino al livello raggiunto nel <em>Labirinto del fauno</em>.-<em>Anthony Quinn, The Independent</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/XPy9vnVEnug" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>La chiave di Sara</strong><br />
<em>Di Gilles Paquet-Brenner. Con Kristin Scott-Thomas, Mélusine Mayance. Francia 2010, 111’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Per evocare gli orrori della celebre retata del Velodromo d’inverno, il film di Gilles Paquet-Brenner, tratto dal romanzo di Tatiana de Rosnay, prende spunto dalla storia di una bambina. Durante il rastrellamento, nel luglio del 1942, una bambina nasconde il fratello in un armadio. A riscoprire la storia è una giornalista statunitense che deve scrivere un reportage sul doloroso episodio, ma poi si rende conto che la sua famiglia è coinvolta nella vicenda e tutto diventa una questione personale. L’ambizione degli autori era di fare un bel film per tutti che potesse stimolare una riflessione. Un’ambizione legittima, ma <em>La chiave di Sara</em> sembra più una lezione di storia. Eppure la trama romanzesca ha offerto più di un’occasione al suo autore per dare una prova di regia convincente. Ma Gilles Paquet-Brenner non è riuscito a sfruttarne pienamente neanche una.-<em>Jean-Luc Douin, Le Monde</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/yDzALm8QCCg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>L’incredibile storia di Winter il delfino</strong><br />
<em>Di Charles Martin Smith. Con Nathan Gamble, Morgan Freeman. Stati Uniti 2011, 113’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />La storia vera di un delfino con una protesi alla coda segue una formula consolidata dei film in cui ci sono i bambini e i delfini. Nessuna sorpresa. O quasi. Figlio di una madre single (Ashley Judd), il giovane Nelson (Nathan Gamble) ha come unica figura paterna quella di un suo cugino, ex campione di nuoto, tornato in sedia a rotelle dall’Iraq. E, be’ questo è un risvolto della trama per niente scontato. Nelson ritrova su una spiaggia della Florida, il delfino Winter, ferito. Con l’aiuto del direttore di un ospedale marino della zona (Harry Cornick Jr.) e di un medico, specialista di protesi, moderatamente eccentrico (sua maestà Morgan Freeman), Nelson riuscirà a ridare una coda a Winter, ma anche a mandare un nobile messaggio sulla disabilità, in particolare quella dei bambini. Insomma <em>L’incredibile storia di Winter il delfino</em> è un classico melodramma sul rapporto tra bambini e animali, ma ha abbastanza profondità e sensibilità per suscitare emozioni giuste.-<em>Aaron Hillis, The Village Voice</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Paul Bompard, corrispondente di Times Higher Education e collaboratore del Times.</em></p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/mjcMTcnbtsw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Immaturi. Il viaggio</strong><br />
<em>Di Paolo Genovese. Con Raoul Bova, Ricky Memphis, Luca Bizzarri, Anita Caprioli. Italia 2012, 100’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="due" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/due.jpg" /><br />
<br />Un gruppetto di quarantenni, ex compagni di scuola, va in vacanza ad agosto su un’isola greca. Chi è sposato, chi single, chi sentimentalmente impegnato, chi appena separato. Ognuno con la sua situazione e i suoi problemi. C’è anche una donna a cui è stato appena diagnosticato un tumore al seno. Tra improbabili tentazioni erotiche, equivoci, situazioni farsesche, crisi coniugali, crisi sentimental-esistenziali di tutti i  tipi, si può constatare, in un grande tripudio finale di compiacimento generale, che tutti  di base sono buoni, generosi e affettuosi, e si vogliono tutti tanto, tanto bene. Il risultato, girato in stile patinato-tv-pomeridiano, è molto confortante. Si rimane convinti che il mondo sia un bel posto, che anche chi potrebbe sembrare, a prima vista, un po’ grezzo e volgare in fondo ha un cuore d’oro. Un film girato abbastanza bene, prevedibile ma con una certa eleganza. E però irrimediabilmente banale. Senza vere sorprese o emozioni forti, negative o  positive che siano. È un po’ come se alla pellicola fosse stata somministrata una dose di Prozac. Gradevole da vedere, ma senza una particolare ragion d’essere.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/931/"> 931</a>, 13 gennaio 2012</em></p>
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				                <pubDate>Fri, 13 Jan 2012 11:13:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Felicità sotto zero]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/8_wnpkOVIHQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Werner Herzog e Dmitrij Vasjukov, <em><a href="http://www.amazon.co.uk/Happy-People-Year-Taiga-DVD/dp/B005EWRJGM">Happy people. A year in the taiga</a></em></strong><br />
<em>Belgio 2011</em></p>
<p>Dopo l’uscita in BluRay e dvd del suo esordio in 3d, <em>Cave of forgotten dreams</em>, arriva sul mercato home video britannico anche <em>Happy people. A year in the taiga</em>, realizzato nel 2011 dal prolifico Werner Herzog, insieme al russo Dmitrij Vasjukov. </p>
<p>Il tema è quello squisitamente herzoghiano del confronto tra uomo e natura, qui declinato narrando l’ordinaria epopea dei solitari cacciatori di pellicce nella Taiga siberiana. Malgrado debbano sopravvivere a temperature e condizioni di vita impossibili, è il legame ancestrale con i ritmi e le spietate regole della natura a fare di loro, secondo Herzog, delle persone felici.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/929/"> 929</a>, 23 dicembre 2011</em></p>
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				                <pubDate>Sat, 31 Dec 2011 10:35:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[I film della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/4kcLew-ehPI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>J. Edgar</strong><br />
<em>Di Clint Eastwood. Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Judi Dench, Armie Hammer. Stati Uniti 2011, 137’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Anche se Clint Eastwood ci ha abituato alle sorprese nei suoi ultimi film, la tenerezza dei sentimenti al centro di <em>J. Edgar</em> è quasi sconcertante. Un Leonardo DiCaprio forte ma vulnerabile riesce a mettere a nudo l’umanità del creatore e primo direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover, restituendoci un ritratto pieno di simpatia – per l’uomo, non per le sue azioni – di un titano del novecento che riuscì a costruire intorno a sé una fortezza dell’informazione. Con un ritmo calmo, il film condensa in due ore e un quarto i quasi cinquant’anni di storia di Hoover all’Fbi, concentrandosi in particolare sul suo rapporto con Clyde Tolson (Armie Hammer), il suo vice e compagno di tutta una vita. Proprio questo espediente permette a Eastwood di girare un film diverso dalle solite pellicole biografiche. Il rapporto intimo tra Hoover e Tolson alimentò molti pettegolezzi e il film in un certo senso può essere interpretato come una specie di outing. Tuttavia non è fatto con l’intenzione di screditare la figura di Hoover, ma di mostrarne il lato più tragico.-<em>Manohla Dargis, The New York Times</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="452" src="http://www.youtube.com/embed/UiOHHoAuoSw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Emotivi anonimi</strong><br />
<em>Di Jean-Pierre Améris. Con Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré. Francia/Belgio 2010, 80’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Angélique ha, per così dire, la cioccolata nel sangue. È anche un’inguaribile timida, per questo lavora nell’ombra per la gloria del suo capo, quotato cioccolataio. La morte improvvisa di quest’ultimo la spinge a cercare un impiego in una fabbrica di cioccolatini, un tempo famosa ma ormai in caduta libera, anche a causa dell’incapacità del titolare di confrontarsi con il prossimo. Questa commedia sentimentale non ha grandi pretese se non quella di raccontare l’incontro tra questi due cuori solitari e le tappe che li spingeranno uno nelle braccia dell’altra. L’autore di <em>Emotivi anonimi</em>, Jean-Pierre Ameris, ha confessato che si tratta di un’opera quasi autobiografica, che tuttavia non avrebbe avuto alcuna possibilità di funzionare se non fosse per il talento comico dei due protagonisti.-<em>Jean-Luc Douin, Le Monde</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/RaWfnkAFBoE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Capodanno a New York</strong><br />
<em>Di Garry Marshall. Con Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Hilary Swank. Stati Uniti 2011, 117’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="uno" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/uno.jpg" /><br />
<br />Come gli alcolizzati, anche i critici possono toccare il fondo. Pensavo di averlo fatto dopo <em>Appuntamento con l’amore</em> di Garry Marshall, quando fuori dal cinema i miei colleghi hanno dovuto togliermi il rasoio di mano per impedire che io mi tagliassi le vene. Ma purtroppo non c’è mai fine al peggio e Marshall ha realizzato un’altra commedia corale ambientata a New York l’ultimo dell’anno, in cui s’intrecciano le vite di una serie di personaggi interpretati da attori famosi, un po’ come nei film catastrofici degli anni settanta. Hilary Swank è la nervosa manager dell’azienda che allo scoccare della mezzanotte si occupa di far cadere la sfera dal grattacielo One Times Square. Michelle Pfeiffer è una donna con una lista di propositi da realizzare tutti quella notte, Zac Efron è l’esuberante giovane che le dà una mano a farlo, Ashton Kutcher è una specie di Scrooge che odia il nuovo anno e così via. Ma il più deprimente di tutti è Robert De Niro, nel ruolo di un vecchio malato in ospedale che non desidera altro se non veder cadere ancora una volta la sfera luminosa di Times square. Io vorrei tanto vederla frantumarsi sulla testa di Gary Marshall.-<em>Peter Bradshaw, The Guardian</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/tctK-GcZZJE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Il principe del deserto</strong><br />
<em>Di Jean-Jacques Annaud. Con Tahar Rahim, Freida Pinto. Francia/Italia/Qatar 2011, 129’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="uno" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/uno.jpg" /><br />
<br />Le intenzioni di Jean-Jacques Annaud sono chiarissime: produrre un nuovo affresco epico sulla doppia traccia di <em>Lawrence d’Arabia</em> da una parte e <em>Il petroliere</em> dall’altra. Inutile dire che questo genere di imprese ha bisogno di un vento favorevole. Gli elementi ci sono tutti: la “scoperta” del petrolio, la rivalità di due clan che ostacola l’amore, la traversata del deserto a dorso di cammello, un giovane principe predestinato. Ma purtroppo sul <em>Principe del deserto</em> non soffia neanche una piccola brezza. Da subito si avverte il desiderio di tutto il cast di farla finita il prima possibile. E sì che il ritmo procede a passo di carica. Nessuno sembra credere al progetto: né il povero Tahar Rahim, letteralmente abbandonato a se stesso nel deserto, né tantomeno Annaud. Forse il film risente delle difficoltà incontrate durante la realizzazione che tuttavia sono un’ulteriore conferma della scarsa credibilità di queste grandi coproduzioni internazionali.-<em>Nicolas Azalbert, Cahiers du cinéma</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/nMM3L37tVc8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Finalmente maggiorenni</strong><br />
<em>Di Ben Palmer. Con Simon Bird, James Buckley, Joe Thomas. Gran Bretagna 2011, 97’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Se non fosse lo spin-off di una sitcom, <em>Finalmente maggiorenni</em> si sarebbe potuto intitolare <em>British pie</em>. Aggiorna la classica formula del film sugli adolescenti in vacanza in modo sorprendentemente divertente, anche se, inutile dirlo, non c’è davvero niente di nuovo sotto il sole. Quasi tutto il divertimento poggia sull’ingenuità di questi quattro adolescenti di periferia che s’imbarcano in un viaggio per il Mediterraneo con aspettative evidentemente troppo alte. Le gag scivolano via brutali, veloci e con un linguaggio che dovrebbe divertire il target della pellicola. I punti di umorismo più bassi sono compensati da alcune spiritose osservazioni sui rituali dei giovani britannici in vacanza e dalla narrazione matura in modo innaturale dell’occhialuto intellettuale del gruppo.-<em>Steve Rose, The Guardian</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Paul Bompard, corrispondente di Times Higher Education e collaboratore del Times.</em></p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/QazIsfAKuDU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Vacanze di Natale a Cortina</strong><br />
<em>Di Neri Parenti. Con Christian De Sica. Italia 2011, 113’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="uno" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/uno.jpg" /><br />
<br />Il film natalizio dei fratelli Vanzina l’avete già visto. E se vi è piaciuto, vi piacerà anche quest’anno. Una commedia degli equivoci di bassa lega, patinata, con varie trame e personaggi che si intrecciano (Shakespeare docet). Alla fine per tutti trionfa il “vero amore”, e tutti sono buoni. Corna, miserabile invidia, corruzione: ogni cosa si risolve nel “volemose bene” e “italiani brava gente”. Ma tre aspetti danno particolarmente fastidio. Il primo è che nel film appaiono dei vip nei panni di loro stessi. Un paio di contesse, un paio di principi, il sarto Balestra, Simona Ventura e altri personaggi di tv e calcio, che vengono venerati in uno strano meccanismo autoreferenziale. Il secondo è il sessismo implicito. Il marito cronicamente fedifrago si riconcilia con la moglie che ha solo finto di tradirlo: e siamo pari. Come se esistesse un equilibrio naturale in cui per l’uomo qualche scappatella è normale, ma la moglie dev’essere fedele al cento per cento. Il terzo è che i ricchi maltrattano e umiliano sistematicamente i poveri, senza nessun risentimento da parte degli umiliati, anche loro, evidentemente, “brava gente”. Tutto questo riflette una parte dell’Italia di oggi? Da come la gente in sala rideva sembrerebbe di sì.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/929/"> 929</a>, 23 dicembre 2011</em></p>
]]></description>
								<guid>http://www.internazionale.it/news/cinema/2011/12/23/i-film-della-settimana-105/</guid>
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				                <pubDate>Fri, 23 Dec 2011 13:28:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[I libri della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><img src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2011/12/gosh.jpg" alt="" title="gosh" width="120" height="187" class="alignnone size-full wp-image-75495" /><strong>Amitav Ghosh, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8854502219/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8854502219">Il fiume dell&#8217;oppio</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8854502219" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Neri Pozza, 592 pagine, 18,50 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Nessuno scrittore dell’India moderna ha mai rischiarato di luce romanzesca il fitto bosco del passato indiano con l’acume e l’intensità di Amitav Ghosh. <em>Il fiume dell’oppio</em>, secondo volume dell’ambiziosa “trilogia dell’Ibis” è l’opera di uno scrittore con consapevolezza storica e senso polifonico pari alla ricchezza e all’abbondanza del materiale investigato. Questo nuovo romanzo riesce a estrarre piaceri puramente narrativi da quelli narcotici, esplorando i flussi linguistici, politici, mercantili e culturali che nell’ottocento hanno animato la vasta rete del traffico d’oppio, amministrata dalla Compagnia britannica delle Indie orientali. <em>Mare di papaveri</em>, il primo capitolo della trilogia, era ambientato quasi esclusivamente in India. <em>Il fiume dell’oppio</em> fa un passo in avanti seguendo la merce fino a destinazione: il porto cinese di Canton.</p>
<p>Ghosh è chiaramente affascinato dalla storia di Canton e in particolare da quella di Fanqui-town, una piccola enclave straniera all’interno di una formidabile e misteriosa civiltà che comincia a risentire gli effetti della diffusione dell’oppio. L’area è popolata dai mercanti di tutto il mondo (ma dominata dagli agenti della Compagnia) e circondata da una miriade di barchette che traghettano merci di contrabbando e ospitano ristoranti e bordelli galleggianti. </p>
<p>Al centro della storia c’è Bahram Modi, un mercante parsi di Bombay, uno dei pochi indipendenti dagli inglesi. Bahram è allo stesso tempo potente ed emarginato, ricco e povero. Stretto tra un gruppo di mercanti inglesi che giurano “fedeltà alle leggi elementari del libero mercato” e un governo cinese determinato a estirpare il traffico d’oppio. </p>
<p>Ghosh tratta gli eventi che hanno portato allo scoppio,  nel 1839, della guerra dell’oppio alludendo alla realtà contemporanea. I suoi mercanti inglesi sono quelli che oggi chiameremmo fondamentalisti del libero mercato. Come loro abilissimi a giustificare ogni abominio. La forza delle idee di Ghosh e la bellezza dei suoi ritratti di Canton sono le carte vincenti del libro, insieme alle sfumature semantiche della moltitudine di dialetti che introduce nella narrazione. <em>Il fiume dell’oppio</em> è un coinvolgente romanzo storico proiettato verso il futuro.-<em>Chandrahas Choudhury, The New York Times</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8897332072/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8897332072">Tokyo sisters. Reportage dall&#8217;universo femminile giapponese</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8897332072" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>ObarraO, 196 pagine, 15 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="cinque" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/cinque.jpg" /><br />
<br />Raphaëlle Choël e Julie Rovéro-Carrez hanno intervistato centinaia di donne giapponesi tra i quindici e i sessant’anni di età, di ogni estrazione sociale e professionale. “Per me, essere una vera donna è avere una borsa di Vuitton”, dice Maya senza batter ciglio: civetta, fan sfegatata del lusso alla francese, ossessionata dall’apparenza, la donna giapponese che lavora spenderebbe circa il dieci per cento del suo salario solo per il prêt-à-porter iperchic e per il sogno di un matrimonio perfetto. Ma non sempre è così, come prova la storia di Hiroko, che colma la sua solitudine con Spike, un animale di pezza a cui dedica una buona parte del suo tempo e del suo denaro. Le autrici mettono sotto indagine anche le incredibili pressioni subite dalle donne giapponesi. Machismo dei superiori, differenza dal 30 al 50 per cento tra i salari degli uomini e quelli delle donne, madri costrette a lasciare il loro lavoro per “allenare” il proprio bambino nella folle corsa al successo scolastico. Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël raccolgono storie dolorose o più leggere. Come quella, tragicomica, di Kiko, una graziosa trentenne. Infatuata di un certo Julien, un francese tutto fuorché romantico, tenta di raggiungerlo a Parigi, scopre la scortesia dei parigini, la rottura tramite sms e le gioie di una vigilia di Natale sola nella sua camera d’albergo. E capisce che la Francia non sempre fa sognare. Alla fine della lettura, quest’opera rinfrescante provoca un sentimento di tenerezza e di solidarietà verso queste donne piene di paradossi, per le quali coniugare carriera professionale e vita familiare è un traguardo che non si può mai dare per scontato.-<em>Anne-Laure Pham, L’Express</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Michel Layaz, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8862942478/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8862942478">La Dimora</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8862942478" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Barbès, 166 pagine, 14 euro </em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Che piacere ritrovare Michel Layaz! L’immaginazione e la faconda inventiva dello scrittore di Losanna fanno scintille in questo racconto contemporaneo composto di ventiquattro capitoli. Il candido diarista che fa da narratore risiede nella Dimora, un collegio per ragazzi intelligenti ma anche un po’ spostati. La presidente e direttrice generale, Madame Vivianne, si occupa di risuscitare questi esseri alla deriva. La sua vocazione è aiutarli a trovare il loro posto nella società. Tra i quaranta pensionanti, l’apprendista cronista trova amici che gli fanno vedere il mondo sotto un’altra luce, e anche il personale dell’istituto è piuttosto fuori dal comune, che si tratti del dottor Félix, un medico tanto polivalente quanto eterodosso, o di Monsieur Bertrand, un sorvegliante che vede sempre le due metà di ogni cosa, o delle due cuoche gemelle Blanche e Marguerite che preparano piatti deliziosi, incoraggiate dalla buongu­staia Madame Vivianne: grazie a loro, “toccare l’eternità non è così arduo come sembrava”. Layaz è prodigo di giochi di parole e fuochi d’artificio verbali, e fa giocare la logica del linguaggio poetico contro quella della narrazione.-<em>Isabelle Martin, Le Temps</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Katia Metelizza, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8896538289/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8896538289">Il nuovo abbecedario russo</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8896538289" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>66thand2nd, 164 pagine, 16 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="cinque" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/cinque.jpg" /><br />
<br />Aringa salata, feste di capodanno, collant: non si tratta di argomenti anodini, per non dire frivoli? Ebbene no, non più frivoli delle bistecche con patate fritte studiate da Roland Barthes in <em>Miti d’oggi</em>. Quando parliamo di aringa salata, questo di certo ha a che fare con il pesce, ma anche con la nostalgia dell’infanzia, la meditazione su cos’è l’amore, la verità. Ciascuna delle ventisei storie presenta con umorismo e finezza un aspetto del regime sovietico. Katia Metelizza reinventa l’alfabeto per il piacere dei suoi lettori, dalla A di arrivo alla Z di zebra. L’autrice, che ha l’aria di una ventenne ma ha un figlio di vent’anni, ha conosciuto l’Unione Sovietica e attraverso un’infanzia fatta di bandiere e di privazioni ha conservato intatto il senso dell’umorismo. Con il suo sguardo acuto scortica gli usi dei suoi concittadini. “Da una situazione banale sorge sempre un dilemma esistenziale”, dice l’autrice, “ma da noi bisogna partire dalle salsicce, dalla vodka e dall’aringa più che dalla filosofia per capire la quotidianità delle persone”. Il libro di Katia Metelizza è oltretutto un bell’oggetto, ispirato a un gusto costruttivista che è molto più rétro dell’autrice.-<em>Philippe Trétiack, Elle</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Monty Python, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8865060387/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8865060387">L&#8217;autobiografia</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8865060387" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Sagoma, 358 pagine, 24,90 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Il libro racconta le storie di Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin dalla nascita fino allo scioglimento dei Monty Python nel 1989, ed è illustrato da centinaia di fotografie. Ma non è un’autobiografia. Il vero autore non appartiene al gruppo comico britannico ma è Alison Seiff, che si è occupato di trascrivere letteralmente ore e ore di registrazioni, e che ha dovuto fare un grande lavoro di revisione, con l’effetto di uniformare le diverse voci in uno stile unico. Con l’eccezione di Graham Chapman, morto nel 1989, e che qui compare con stralci di interviste e scritti di quand’era ancora vivo. Questo consente ai suoi colleghi di discutere la sua storia con più energia e franchezza di quella degli altri Python, protetti dal rispetto che si accorda ai vivi. E così saltano fuori aneddoti su Chapman, sulla sua omosessualità, il suo alcolismo e la sua inaffidabilità. L’interesse del libro è nella descrizione delle dinamiche della cooperazione. I Python erano la somma di due collaborazioni: Cleese-Chapman e Jones-Palin. Mentre Idle e Gilliam agivano da solisti. La cosa migliore della collaborazione è che ti basta trovare la metà di un’idea.-<em>John Fortune, The Guardian</em></p>
<p>***</p>
<p><em>Fumetti</em></p>
<p><img src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2011/12/chimera.jpg" alt="" title="chimera" width="120" height="162" class="alignnone size-full wp-image-75496" /><strong>Lorenzo Mattotti, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/1560977639/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=1560977639">Chimera</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=1560977639" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Coconino press/Fandango, 56 pagine, 22 euro</em><br />
Il miglior libro a fumetti del 2011 segna il grande ritorno di Mattotti al fumetto. Si apre con un disegno dalla delicatezza eterea: un uomo guarda il cielo, disteso sotto  un albero sperduto su una collina. Lo specchio di Alice: se rovesciamo il libro, la collina pare il cielo. Uno scontro-incontro tra opposti fondato sulla specularità per guardare “spesso il cielo e ogni tanto i sassi”, come è detto in apertura. E un’opera in divenire che riflette i sofferti stati d’animo dell’autore: la prima parte eterea risale al 1999, l’ampliamento, dove comincia a inerpicarsi nella foresta del segno, al 2006. Qui si sprofonda nel lago oscuro di un segno che si fa magma: è il tratto grafico la sostanza con cui le forme sono fatte. Senza parole (tranne la prima e l’ultima tavola), espressione di un esploratore dell’interiorità, <em>Chimera</em> coniuga opposizioni dell’arte, non prive di complementarietà (simbolismo e surrealismo). Per le oscure figure immanenti e incombenti s’ispira all’austriaco Alfred Kubin, noto tra l’altro per preferire i disegni a inchiostro all’olio. Per il personaggio di Plume, s’ispira invece alle variazioni minime delle poesie di Henri Michaux – un viaggiatore negli spazi psichici che fu anche pittore del segno-scrittura, e stella polare per Mattotti nel libro di disegni al tratto <em>La linea fragile</em> – e a Odilon Redon. L’essere ibrido è la molteplicità dell’arte: ecco la vera chimera raccontata. Viaggio tra nascita e morte, innocenza e mondo demoniaco, Chimera riassume anche la storia del fumetto, dalle origini (<em>Little Nemo</em> e altri precursori) fino alla sua conflittuale rivisitazione odierna.-<em>Francesco Boille</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana Sivan Kotler, del quotidiano israeliano Ha’aretz.</em></p>
<p><strong>Marco Cobianchi, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0064CPQ2U/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=B0064CPQ2U">Mani bucate</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=B0064CPQ2U" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Chiarelettere, 295 pagine, 15,90 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Ventuno chilometri di faldoni pieni di numeri e testimonianze. Tanto è lungo l’insieme di documenti usati per raccontare una storia che l’industria italiana preferisce tenere nascosta. Incentivi versati che seguono percorsi dominati dal caos e dalla confusione, un fiume di denaro che passa dalle mani degli italiani a quelle dello stato, mani bucate di un corpo libero da una mente che lo guidi. Così Marco Cobianchi (giornalista di Panorama) torna sui rapporti tra stato e imprese, soldi e potere, stato e criminalità organizzata. Ricco di dettagli su un ambiente infernale, su zone grigie tra pubblico e privato, su aziende che pretendono, su uno stato bancomat, <em>Mani bucate</em> ci guida nei percorsi trafficati del denaro, accompagnato da una lettura urticante di dati e contenuti. Il modello Fiat possibile solo perché made in Italy, il disastro sardo, le dimissioni dell’ex ministro Bondi, i giornali sovvenzionati dallo stato nonostante la crescente perplessità europea, sono solo una parte delle stazioni infinite di una via crucis attraverso la quale passano sussidi spesi male e distribuiti a chiunque. Aiuti distratti di uno stato con carenze burocratiche e organizzative endemiche, un’orgia globale pagata dai privati, da noi cittadini.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/928/"> 928</a>, 16 dicembre 2011</em></p>
]]></description>
								<guid>http://www.internazionale.it/news/libri/2011/12/19/75486/</guid>
				<link>http://www.internazionale.it/news/libri/2011/12/19/75486/</link>
				                <pubDate>Mon, 19 Dec 2011 15:27:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Un maestro italiano]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><object width="512" height="288"><param name="movie" value="http://www.hbo.com/bin/hboPlayerV2.swf?vid=1205868"></param><param name="FlashVars" value="domain=http://www.hbo.com&#038;videoTitle=Trailer&#038;copyShareURL=http%3A//www.hbo.com/video/video.html/%3Fautoplay%3Dtrue%26vid%3D1205868%26filter%3Dall-documentaries%26view%3Dnull"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.hbo.com/bin/hboPlayerV2.swf?vid=1205868" FlashVars="domain=http://www.hbo.com&#038;videoTitle=Trailer&#038;copyShareURL=http%3A//www.hbo.com/video/video.html/%3Fautoplay%3Dtrue%26vid%3D1205868%26filter%3Dall-documentaries%26view%3Dnull" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"  width="512" height="288"></embed></object>
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<p><strong>Martin Scorsese, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005FPT1Q4/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=B005FPT1Q4"><em>Living in the material world</em></a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=B005FPT1Q4" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></strong></p>
<p>Dopo <em>The last waltz</em> e la sua partecipazione a <em>Woodstock</em>, Martin Scorsese ha riscoperto una vena musicale con il documentario su Bob Dylan e il film concerto <em>Shine a light</em>. </p>
<p>E continua su questa strada con <em><a href="http://www.hbo.com/documentaries#/documentaries/george-harrison-living-in-the-material-world.html/eNrjcmbOYM5nLtQsy0xJzXfMS8ypLMlMds7PK0mtKFHPz0mBCQUkpqf6JeamcjIyskknlpbkF+QkVtqWFJWmsjGyMQIAWCcXOA==">Living in the material world</a></em>, monumentale ritratto di George Harrison, il più misterioso e, a detta di alcuni, il più geniale dei Beatles. Dagli inizi a Manchester al successo globale della band, seguito dalla carriera solista, passando per le droghe, i concerti di beneficenza, i suoi progetti cinematografici e il ruolo nella sua vita del misticismo orientale. BluRay e dvd sono appena usciti in vari paesi europei.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/928/">928</a>, 16 dicembre 2011</em></p>
]]></description>
								<guid>http://www.internazionale.it/news/dvd/2011/12/18/un-maestro-italiano-2/</guid>
				<link>http://www.internazionale.it/news/dvd/2011/12/18/un-maestro-italiano-2/</link>
				                <pubDate>Sun, 18 Dec 2011 14:38:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[I film della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/NnkWpgvR1vQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Le idi di marzo</strong><br />
<em>Di e con George Clooney. Con Ryan Gosling, Evan Rachel Wood. Stati Uniti 2011, 100’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Metà dei liberal che conosco vorrebbero George Clooney alla Casa Bianca. Ha lo spirito e il carisma del politico nato ed è solidamente di sinistra. O almeno a sinistra della destra che oggi è diventato il centro. Almeno abbastanza a sinistra per stuzzicare quei democratici che hanno storto il naso vedendo Barack Obama fare sue alcune posizioni mantenute per anni dai repubblicani, che però oggi le rifiutano solo perché c’è sopra Obama. Ma per adesso Clooney sembra contento del suo posto come ambasciatore più o meno permanente di Hollywood al festival di Venezia, visto che per la sesta volta in nove anni un film di o con George Clooney ha catturato gli obiettivi dei fotografi sul tappeto rosso veneziano. Per i democratici, uno dei maggiori crucci della stagione elettorale che si avvicina è che, correndo Obama più o meno in solitaria, ci sarà una drammatica carenza di retorica liberal, la religione dei democratici dai tempi che furono. Bene. Il film colma questo vuoto raccontando due giorni delle primarie democratiche in Ohio del governatore della Pennsylvania e candidato presidenziale Mike Morris, interpretato da George Clooney. Le sue posizioni sono meravigliosamente di sinistra e inoltre, al contrario di Bill Clinton e di Obama, Morris non ha il problema di dover essere universalmente accettato da tutti. Anzi, ha la pretesa di voler governare secondo i suoi princìpi. A guidare le campagne di Morris e del suo principale avversario, il senatore Pullman, sono due mastini panciuti: Paul Zara (Philip Seymour Hoffman) per Morris e Tom Duffy (Paul Giamatti) per Pull­man. Invece, il braccio destro e portavoce di Morris, Stephen Myers (Ryan Gosling), è splendido quanto il suo capo. Quello che Murray Kempton scrisse di Jfk durante le primarie del 1960 (“Lui è fresco e tutti gli altri sono stanchi”) si adatta perfettamente a Stephen che combatte per bilanciare il suo idealismo con la determinazione di un cane da caccia. Tenendo fede al dogma che la politica è un posto perfetto per incontrare ragazze, Myers cade tra le braccia di una stagista di vent’anni (Evan Rachel Wood). E presto scoprirà che non è l’unica possibilità che gli si schiude davanti. <em>Le idi di marzo</em> ci racconta che la politica statunitense, non meno di quella italiana, è una bella villa su un mare pieno di squali che cavalcano le onde. E rende questo scettico e gustoso film un’offerta perfetta per il più affabile ambasciatore di Hollywood a Venezia e nel mondo intero.-<em>Richard Corliss, Time</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/UZH7ZjQRfVk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Il gatto con gli stivali</strong><br />
<em>Di Chris Miller. Stati Uniti 2011, 90’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Dopo quattro film, la Dreamworks ha giustamente mandato Shrek in pensione, ma per non perdere mai d’occhio il botteghino ha messo al centro della scena uno dei più amati e apprezzati alleati del celebre orco. Questa vivace avventura segue le orme del gatto con gli stivali (indissolubilmente legato alla voce di Antonio Banderas, nella versione originale) fin dai suoi primi passi come brigante e fuorilegge, ferito dolorosamente dal tradimento di quello che prima era il suo miglior amico e compagno di scorribande, Humpty Dumpty. Ora i due si ritrovano e, insieme a una nuova compagna di avventure, Kitty zampe di velluto, dovranno affrontare una serie di prove per diventare ricchi e vivere felici e contenti. Quello che ci aspetta è un pastone che unisce le favole per bambini agli spaghetti western, con riferimenti che vanno dai fagioli magici a Zorro, alla trilogia del dollaro di Sergio Leone. La maggior parte delle situazioni più interessanti (una sfida a colpi di flamenco, un inseguimento sui tetti e l’arrivo di un’oca con le dimensioni e la delicatezza di Godzilla) è gestita con grande sicurezza e funziona anche grazie a una grande nitidezza delle immagini in tre dimensioni. Ci sono abbastanza gag da tenere occupati i bambini, e gli adulti, ogni tanto, si troveranno a ghignare di fronte a qualche dettaglio divertente, in particolare riguardo al mondo dei gatti. Nessuna sorpresa (in positivo o in negativo), né per quello che riguarda la storia né sul fronte digitale/tridimensionale. Insomma, tutto secondo copione.–<em>Anthony Quinn, The Independent</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/ogzlq4P1LuE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Sherlock Holmes. Gioco di ombre</strong><br />
<em>Di Guy Ritchie. Con Robert Downey jr., Jude Law, Rachel McAdams, Noomi Rapace. Stati Uniti/Gran Bretagna 2011, 105’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Se qualcuno è in cerca di un antidoto contro la pesantezza e la letargia del periodo natalizio non dovrebbe scartare questo Gioco di ombre. Una stimolante dose di sferzante azione, che spesso sembra avere più a che fare con un film di James Bond che con gli scritti di Sir Arthur Conan Doyle. Guy Ritchie, come nel primo film, trova una chiave e va avanti con quella. Il suo Holmes non è celebrale e sedentario. Anzi è un seduttore, esperto di arti marziali, un uomo d’azione con pochi grammi di grasso attaccati alle ossa. Il tono è chiaro dall’inizio, quando una bomba esplode a Strasburgo e Holmes se la deve vedere contro una banda di sicari. Da questo momento in poi si procede a tutto vapore fino alla fine, tra complotti anarchici e treni che esplodono. Holmes si assicura che Watson arrivi sano e salvo al suo matrimonio, e subito dopo lo coinvolge in una battaglia contro il perfido Moriarty che ha ordito un piano per far scoppiare una guerra e poi arricchirsi vendendo armi al miglior offerente. In più Holmes sembra aver salvato Guy Ritchie che prima di incontrarlo aveva decisamente perso la strada. Puro divertimento contagioso.–<em>Xan Brooks, The Guardian</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Lee Marshall, collaboratore di Condé Nast Traveller e Screen International.</em></p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/8VWfBkTOdBA" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Là-bas</strong><br />
<em>Di Guido Lombardi. Con Moussa Mone, Esther Elisha. Italia 2011, 100’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Due film italiani sul tema dell’immigrazione, due approcci molto diversi. <em>Terraferma</em> di Emanuele Crialese era una storia drammaticamente ben costruita, visivamente ricca, ma la sua visione dell’immigrazione clandestina era esterna. E come molte visioni da fuori, era anche assai sentimentale. In questi giorni è uscito (in pochissime sale) <em>Là-bas</em> di Guido Lombardi, che prende spunto dalla strage di Castel Volturno del 2008 per raccontare la storia di Yssouf, giovane africano che approda nella Pomodoro valley a nord di Napoli pieno di speranze e sogni di ricchezza. Lombardi racconta la vicenda dall’interno, con attori (bravi) provenienti dalla comunità africana locale, con dialoghi prevalentemente in francese. S’immedesima con una naturalezza rara, che mi ricorda <em>Saimir</em> di Francesco Munzi, unico altro film italiano che è riuscito ad andare sotto la pelle di una comunità emarginata. Perfino la struttura narrativa di <em>Là-bas</em>, nonché la sua bella colonna sonora, sembra determinata, almeno in parte, dalla comunità che raffigura, rifacendosi a un certo filone picaresco del cinema africano. Il risultato forse a tratti sarà un po’ naif, ma è tutto fuorché liberal-sentimentale.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/928/"> 928</a>, 16 dicembre 2011</em></p>
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				                <pubDate>Fri, 16 Dec 2011 13:01:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[One millionth tower]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><embed src="http://media1.nfb.ca/medias/flash/ONFflvplayer-gama.swf" width="516" height="337" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" flashvars="mID=IDOBJ13173&#038;image=http://media1.nfb.ca/medias/nfb_tube/thumbs_large/2010/Highrise-tv-big_.jpg&#038;width=516&#038;height=337&#038;showWarningMessages=false&#038;streamNotFoundDelay=15&#038;lang=en&#038;getPlaylistOnEnd=true&#038;embeddedMode=true"></embed></p>
<p><strong>Katerina Cizek, <em><a href="http://highrise.nfb.ca/">Highrise</a></em></strong><br />
<em>Canada 2010</em></p>
<p>I grandi edifici residenziali che si stagliano nelle periferie urbane ospitano almeno un miliardo di persone in tutto il mondo. Il loro frequente degrado però mal testimonia i propositi modernisti che ne avevano ispirato la concezione nel novecento: pochi vengono rinnovati, alcuni abbattuti, la maggior parte abbandonati. </p>
<p>A Toronto un gruppo di architetti ha lavorato con gli abitanti di un gigantesco condominio, per reimmaginare gli spazi pubblici intorno all’edificio e il modo di viverlo. L’innovativo esperimento di urbanistica partecipata è documentato e integrato da questo film interattivo, a sua volta innovativo, che permette la navigazione all’interno delle immagini.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/927/"> 927</a>, 8 dicembre 2011</em></p>
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								<guid>http://www.internazionale.it/news/documentari-cultura/2011/12/10/one-millionth-tower/</guid>
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				                <pubDate>Sat, 10 Dec 2011 15:11:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Un maestro italiano]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p>Il 28 novembre è morto Vittorio De Seta, figura di riferimento nel documentario italiano per la sua capacità di unire etnografia, passione politica e stile. Oltre a <em>Banditi a Orgosolo</em> del 1961, erano stati brevi film degli anni cinquanta sulla pesca, il lavoro manuale e contadino nel sud, a farlo riscoprire ai più giovani. </p>
<p>Restaurati della Cineteca di Bologna, quei lavori sono disponibili nel dvd <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807740346/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8807740346">Il mondo perduto</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8807740346" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em> (Feltrinelli), mentre per conoscere o riascoltare De Seta c’è <em>Le cinéaste est un athlète</em>, ritratto realizzato nel 2010 dai registi Vincent Sorrel e Barbara Vey, disponibile in Francia per le <a href="docnet.fr, cinetecadibologna.it">edizioni Doc Net</a>.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/927/"> 927</a>, 8 dicembre 2011</em></p>
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								<guid>http://www.internazionale.it/news/dvd/2011/12/10/un-maestro-italiano/</guid>
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				                <pubDate>Sat, 10 Dec 2011 09:10:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[I film della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/k96uqayc0V0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>The artist</strong><br />
<em>Di Michel Hazanavicius. Con Jean Dujardin, Bérénice Bejo. Francia 2011, 100’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Lo spettatore ideale del film di Michel Hazanavicius sarebbe qualcuno che ignora totalmente quello che lo aspetta. Qualcuno convinto che dopo i primi minuti, il film, muto e in bianco e nero, si trasformi in una normale pellicola, parlata e a colori. Perché non è così. La storia si svolge in un’epoca in cui il modo di fare film è cambiato per sempre. Si parte da Hollywood, alla fine degli anni venti dove George Valentin (Jean Dujardin), star del muto, fatica a sopravvivere all’avvento del sonoro. Ad aiutarlo a non soccombere ci sono il fedele maggiordomo autista (James Cromwell), il suo ancor più fedele cagnolino e, soprattutto, l’adorazione di una stellina emergente, Peppy (Bérénice Bejo) che ha attraversato il cammino di Valentin prima di raggiungere la gloria nel mondo del sonoro. Non siamo di fronte a un esercizio di stile invischiato nell’autoreferenzialità o nello stile rétro. È un gran film che rende omaggio a un’era del cinema e a un’industria che, attraverso grandi sofferenze, hanno trasformato un intrattenimento di massa in una forma d’arte. -<em>Anthony Lane, The New Yorker</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/mY5oPTpXN-8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Cambio vita</strong><br />
<em>Di David Dobkin. Con Jason Bateman, Ryan Reynolds. Stati Uniti 2011, 105’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="due" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/due.jpg" /><br />
<br />Questa spaventosa commedia meriterebbe un premio per la sincerità del suo trailer. Dave, interpretato da Jason Bateman, avvocato e padre di famiglia, mentre cambia un pannolino, si becca una spruzzata di cacca del figlio neonato in faccia. La spruzzata può funzionare da inequivocabile avviso per il pubblico sulla volgarità del film. O, tenendo conto del target di riferimento, come garanzia di volgarità: questo è quello che promette, e mantiene, il film. La trama si basa su un concetto ormai piuttosto logoro. Dave e il suo miglior amico Mitch, scapolo impenitente, magicamente si trovano l’uno nei panni dell’altro, dopo una serata in cui si ubriacano e si raccontano quanto s’invidiano. Segue una serie di situazioni più o meno furbe o divertenti. Mediamente tutte stupide e offensive, nonostante gli attori ce la mettano tutta. Il regista David Dobkin, sei anni fa, aveva realizzato il divertente <em>Wedding crashers</em>. Gli sceneggiatori, Jon Lucas e Scott Moore, due anni fa hanno scritto <em>Una notte da leoni</em>. Insomma tutti professionisti con un certo talento, prigionieri del sistema hollywoodiano.-<em>Joe Morgenstern, The Wall Street Journal</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/kyllGJsEQ-8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Almanya. La mia famiglia va in Germania</strong><br />
<em>Di Yasemin Şamdereli. Con Vedat Erincin, Fahri Ögün Yardim. Germania 2011, 97’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br /><em>Almanya </em>è l’esordio alla regia della turco-tedesca Yasemin Şamdereli, che ha scritto la sceneggiatura insieme alla sorella Nasrin. Nel film, che racconta la storia di una famiglia di immigrati turchi in Germania, tutti i cliché sui turco-tedeschi sono gonfiati come bolle di sapone e poi fatti scoppiare in modo molto divertente. Il protagonista è Opa Hüseyin che, dopo cinquant’anni, tra bizzarri burocrati e vacanze a Mallorca non sa più se sia turco o tedesco. Quello che succede nel film non corrisponde ovviamente alla realtà, ma descrive bene cosa provano gli immigrati di vecchia data come Opa: per salvare quel piccolo brandello d’identità turca che gli resta, sfruttano ogni cliché per attaccare l’odiato piccolo borghese teutonico e, pur non avendo niente contro un paese che gli ha dato il benessere, sviluppano all’improvviso un tenace orgoglio turco. L’aspetto positivo di <em>Almanya </em>è che, appena si pensa che le sorelle Şamdereli abbiano esagerato con il buonismo, arriva qualcosa di malefico.-<em>Christian Buß, Der Spiegel</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/LkBBWLIncZM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Enter the void</strong><br />
<em>Di Gaspar Noé. Di Nathaniel Brown, Paz de la Huerta. Francia 2009, 150’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="due" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/due.jpg" /><br />
<br />Presentato a Cannes nel 2009, il film di Gaspar Noé ha irritato buona parte del pubblico. Interminabile e ripetitivo, confuso e al tempo stesso semplicistico, Enter the void si porta appresso i suoi difetti con l’aria tronfia di una piccola peste che sa di averne combinata una grossa. Un anno dopo Noé ha presentato la versione definitiva di <em>Enter the void</em>, più corto di una decina di minuti e rimontato. Ma a dire la verità la differenza non si è vista. Il film sembra più coerente, ma è anche vero che era la seconda volta che mi perdevo in questo labirinto. La prima parte è filmata in soggettiva, quella di Oscar, adolescente che si è trasferito a Tokyo dove, spacciando droga, mantiene la sorella Linda. Un suo amico gli fa scoprire il <em>Libro tibetano dei morti</em> e subito lui muore e si avvia alla reincarnazione. Forse Noé è convinto di voler impartire al pubblico una lezione di metafisica, ma l’impressione è che abbia voluto approfittare di questo spazio tra la vita e la morte per potersi liberare di ogni costrizione spazio-temporale.-<em>Thomas Sotinel, Le Monde</em></p>
<p>***</p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/akM50qDKN5g" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Mosse vincenti</strong><br />
<em>Di Tom McCarthy. Con Paul Giamatti, Alex Shaffer, Amy Ryan. Stati Uniti 2011, 106’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Ballata blues sulla recessione nel New Jersey. Mike (Paul Giamatti), avvocato di provincia e allenatore della squadra di lotta del college locale, incontra Alex (Alex Shaffer), un ragazzo emotivamente chiuso in fuga da una madre tossicodipendente, che si rivela un ottimo lottatore. Come già in L’ospite inatteso, McCarthy è bravissimo nel catturare il ritmo irregolare di un incontro tra due persone molto diverse tra di loro. Ma, in questo caso, non abbastanza bravo da tirarne fuori un climax soddisfacente. Film divertente e piacevole, ma un po’ timido.-<em>David Denby, The New Yorker</em></p>
<p>***</p>
<p><em>I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Eric Jozsef, del quotidiano francese Libération e dello svizzero Le Temps.</em></p>
<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/SE9obdhSbkc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Il giorno in più</strong><br />
<em>Di Massimo Venier. Con Fabio Volo, Isabella Ragonese. Italia 2011, 111’</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="uno" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/uno.jpg" /><br />
<br />Sarebbe troppo facile limitarsi a riprendere una battuta del film (tipo “le storie d’amore che finiscono bene sono delle cazzate”) ma la verità è che Il giorno in più, di Massimo Venier, tratto da un romanzo dell’attore protagonista Fabio Volo è di una banalità desolante. Nel raccontare l’innamoramento del donnaiolo, egocentrico e misantropo Giacomo Pasetti per Michela, giovane editrice delusa da storielle senza futuro, Il giorno in più  riprende un tema già affrontato migliaia di volte senza aggiungere nulla che sia originale o almeno rilevante nelle scene, nella costruzione dei personaggi o nei dialoghi. La commedia non si allontana quasi mai dai luoghi comuni e le battute di stile televisivo non bastano per alleggerire una trama che si trascina tra Milano e New York. Neanche il lieto fine, costruito su una successione di casi fortuiti, riesce a dare soddisfazione né tantomeno a emozionare, talmente il film è prevedibile dalla prima all’ultima inquadratura. Alla fine, mentre si seguono con una certa indifferenza le avventure di Giacomo Pasetti, si notano soprattutto gli omaggi tutt’altro che occulti agli sponsor, che siano acque minerali o automobili.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/927/"> 927</a>, 8 dicembre 2011</em></p>
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				                <pubDate>Thu, 08 Dec 2011 17:07:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[Presspauseplay]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><iframe width="622" height="346" src="http://www.youtube.com/embed/MterbpYTyjM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>David Dworsky e Victor Köhler, <em>PressPausePlay</em></strong><br />
<em>Stati Uniti 2011, 80&#8242;</em></p>
<p>Dopo un decennio di rivoluzione digitale è utile per una volta guardare non all’ennesima tendenza futura, ma a quello che è appena successo. Ai due giovanissimi registi David Dworsky (26 anni) e Victor Köhler (23) interessa il cambiamento radicale avvenuto nei modi di fare e consumare cultura, e ne hanno parlato con musicisti come Moby e Lykke Li, e responsabili di siti web come Behance, Pitchfork e The Hype Machine. </p>
<p>La democratizzazione degli strumenti di produzione e diffusione significa la scoperta di veri nuovi talenti o una sovrabbondanza di mediocrità? Dopo tanti festival, a partire dallo scorso Sundance, <a href="http://www.presspauseplay.com/">il film</a> è disponibile gratuitamente, con una scelta coerente con il tema.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/926/"> 926</a>, 2 dicembre 2011</em></p>
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								<guid>http://www.internazionale.it/news/documentari-cultura/2011/12/04/presspauseplay/</guid>
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				                <pubDate>Sun, 04 Dec 2011 11:32:00 +0000</pubDate>        
                    </item>
        				<item>          
                            				                <title><![CDATA[I libri della settimana]]></title>
				                                <description><![CDATA[<p><img src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2011/12/yeo.jpg" alt="" title="yeo" width="120" height="198" class="alignnone size-full wp-image-73073" /><strong>Abraham Yehoshua, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806203312/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8806203312">La scena perduta</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8806203312" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Einaudi, 372 pagine, 21 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br /><em>La scena perduta</em> è una specie di carrellata rivolta al passato, un libro in cui Yehoshua guarda indietro alla sua carriera e ripercorre le trasformazioni e le tensioni stilistiche che l’hanno caratterizzata. È  la lenta meditazione di un autore maturo, che torna ai suoi esordi letterari e riflette sulla sua eredità artistica. Yehoshua ha incentrato la storia intorno a un anziano regista israeliano di nome Yair Moses. Il regista va in Spagna dove gli hanno dedicato una retrospettiva: viaggia per tre giorni insieme a Ruth, attrice protagonista della maggior parte dei suoi film. Quando torna in Israele, Moses visita i luoghi in cui ha girato i suoi primi film.</p>
<p>Nel corso di questa retrospettiva interiore, Moses ricorda una grande discussione che ha avuto con il suo sceneggiatore Shaul Trigano. L’ultimo film a cui hanno lavorato insieme sarebbe dovuto finire con una scena in cui la protagonista, dopo aver lasciato suo figlio in adozione, incontra un mendicante e lo allatta al seno. Ruth, che interpretava la donna, si rifiutò di girare la scena, e Moses difese la sua scelta. </p>
<p>In Spagna Moses vede Caritas romana, un quadro in cui una giovane ragazza allatta l’anziano padre. Scopre così che si tratta di un motivo artistico con una lunga tradizione, e che la sceneggiatura di Trigano toccava un’antica verità umana. Decide allora di trasformare la retrospettiva in un atto di espiazione e riconciliazione. Incontra lo sceneggiatore, che chiede però un prezzo per la riconciliazione: vuole girare la scena  con Moses stesso nei panni del padre affamato allattato dalla figlia.</p>
<p>Come nelle più raffinate opere di Yehoshua, abbiamo qui una scena carica di significati, in cui le suggestioni psicologiche, sociali ed estetiche si intrecciano indissolubilmente. L’eroe di Yehoshua, la cui paura delle donne si rivela nel suo desiderio di baciare i loro piedi, al cospetto del seno femminile diventa allo stesso tempo un uomo e un lattante. La Caritas romana è un’allegoria delle tensioni tra ebrei ashkenaziti e sefarditi. Ma lascia anche trapelare il desiderio di Yehoshua di riconciliarsi con la sua eredità familiare, e quello di un anziano autore che vuole riavvicinarsi alla prima sorgente del suo lavoro creativo.-<em>Avraham Balaban, Ha’aretz</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Jennifer Egan, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875213631/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8875213631">Il tempo è un bastardo</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8875213631" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Minimum fax, 395 pagine, 18 euro </em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Un romanzo sul tempo e sulla musica, e su come le due cose agiscono creando connessioni tra le persone. I tredici capitoli saltano avanti e indietro per l’America, con escursioni in Africa e in Italia. Saltano anche attraverso il tempo e vorticano in un caleidoscopio di punti di vista, dal momento che ogni capitolo è narrato da un personaggio diverso. C’è però qualcosa di costante nell’atmosfera del libro, che si muove in gran parte nell’orbita dell’industria musicale e ne ripercorre le tappe dai gloriosi giorni del punk alla spazzatura digitale smerciata oggi dalle etichette discografiche. In effetti, si potrebbe considerare un tributo di Jennifer Egan al vecchio e graffiato disco di vinile: il libro è diviso in due facciate (lato A e lato B) ed è illuminante pensare ai capitoli come se fossero solchi di un album. Ciascuno ha un suo valore autonomo, anche se non si dubita mai del fatto che tutti concorrano a formare un insieme unitario, ambizioso e molto raffinato.-<em>Jonathan Gibbs, The Independent</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Evgeny Morozov, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/887578261X/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=887578261X">L&#8217;ingenuità della rete</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=887578261X" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Codice edizioni, 360pagine, 27 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="cinque" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/cinque.jpg" /><br />
<br />Quando migliaia di giovani iraniani occuparono le strade nel giugno del 2009, i mezzi d’informazione occidentali si concentrarono sull’uso di Twitter. L’idea che internet stesse fomentando la rivoluzione in Iran era solo l’ultimo esempio della credenza diffusa secondo cui le tecnologie della comunicazione sono intrinsecamente democratiche. In questo libro iconoclasta, Evgeny Morozov prende posizione contro il ciberutopismo, sostenendo che internet può essere usata efficacemente a sostegno dei regimi autoritari. I regimi possono stringere un patto implicito con i loro popoli: divertitevi con film piratati, video stupidi e pornografia online, ma state lontani dalla politica. I social network offrono un modo per identificare i dissidenti più semplice ed economico delle tradizionali forme di sorveglianza. Internet può essere usata per propaganda, ed è per questo che Hugo Chávez è su Twitter. E nei regimi dove nessuno crede ai canali di comunicazione ufficiali, la propaganda dei blogger filogovernativi è percepita da molti come più credibile. Morozov propone di sostituire il ciberutopismo con il ciberrealismo: la tecnologia può essere usata per promuovere la democrazia, a condizione che si tenga presente il contesto sociale e politico in cui essa è dispiegata. Il risultato è un libro godibilissimo, e una risposta provocatoria e illuminante al ciberutopismo.-<em>The Economist</em></p>
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<p><strong>Marc Dugain, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8855801848/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8855801848">L&#8217;insonnia delle stelle</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8855801848" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Tropea, 174 pagine, 14,90 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="quattro" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/quattro.jpg" /><br />
<br />Questo romanzo si svolge in un angolo della Germania occupato dai francesi alla fine della seconda guerra mondiale. Qui un ufficiale scopre, abbandonata, una ragazza selvaggia e affamata. Accanto a lei, il cadavere carbonizzato di uno sconosciuto. È il punto di partenza di un’indagine che, per cerchi concentrici e diabolici, si allarga fino a raggiungere la zona dove il male affonda le sue radici. L’ufficiale è stanco e lucido. Un guerriero che non odia i suoi nemici e non nutre alcuna illusione sulla moralità dello schieramento di cui fa parte. Vorrebbe solo capire, se non riparare, ciò che la follia dell’epoca ha compiuto. La ragazza lo aiuterà, mentre intorno il peggio trionfa. Ovviamente, il romanzo include anche la maggior parte delle abiezioni che hanno caratterizzato i tempi bui di una Germania esaltata. E ci si abitua lentamente, seguendo una trama quasi poliziesca, all’odio, al delirio razziale, all’eugenismo trionfante. Dugain non è tipo da descrivere in maniera pomposa o compiaciuta l’orrore che costeggia ed evoca. Scrive da pessimista, senza effetti sonori, senza lirismo nero. Da qui viene il suo stile clinico. Medico legale di una barbarie che si agita ancora, redige il suo rapporto con una precisione terribile.-<em>Jean-Paul Enthoven, Le Point</em></p>
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<p><strong>Andre Dubus III, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8865940980/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8865940980">I pugni nella testa</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8865940980" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Nutrimenti, 210 pagine, 19,50 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Il grintoso memoriale di Andre Dubus III racconta la sua formazione arida e disperata nel Massachusetts postindustriale. Quando aveva dieci anni, il padre lasciò la madre per una delle sue studentesse. Dubus era molto legato al fratello Jeb. Un pomeriggio, quando erano ragazzini, un bullo di strada picchiò Jeb sotto gli occhi di Dubus, paralizzato dalla paura. Pieno di vergogna decise: “Non ti consentirò mai più di non reagire”. Nelle cento pagine successive Dubus racconta i noiosi allenamenti per diventare pugile. Eppure, l’intelligenza e la riflessività dell’autore riescono a farsi strada tra i suoi demoni. In fin dei conti, <em>I pugni nella testa</em> parla di cosa significa diventare uomini.-<em>Gordon D. Marino, The Wall Street Journal</em></p>
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<p><strong>Stuart Nadler, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/883392260X/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=883392260X">Nel libro della vita</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=883392260X" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Bollati Boringhieri, 231 pagine, 16,50 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />I temi del tradimento e del perdono pervadono questa notevole raccolta d’esordio. Nel racconto che dà il titolo al libro, un padre di famiglia si sorprende a portare a letto con disinvoltura la figlia del suo partner d’affari; in altri un combattivo avvocato va a letto con la moglie di un amico d’infanzia e una giovane donna si fa complice dell’ingaggio di un’altra donna per sedurre il suo fidanzato. Quando non si rivolge all’infedeltà sessuale, Nadler punta il suo acuto occhio di osservatore su quella che si potrebbe definire infedeltà familiare. L’aspirazione alla redenzione può qui e là sconfinare nel sentimentalismo, ma Nadler è abile nel creare personaggi i cui difetti e fallimenti li rendono comicamente, teneramente umani.-<em>The New Yorker</em></p>
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<p><em>Fumetti</em></p>
<p><img src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2011/12/fumetti.jpg" alt="" title="fumetti" width="120" height="158" class="alignnone size-full wp-image-73074" /><strong>Blain &#038; Lanzac, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8876182004/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8876182004">I segreti del Quai d’Orsay</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8876182004" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Coconino Press/Fandango, 104 pagine, 17,50 euro</em><br />
<br />Arriva in Italia un caso editoriale. Perfino nell’enorme mercato francofono di libri a fumetti, vendere oltre centomila copie è segno di successo. Se, per giunta, lo si fa parlando di politica, non facendo satira ma penetrando dietro le quinte, allora l’exploit è duplice. E infatti quest’opera ha vinto numerosi premi. La stampa francese ha tirato in ballo Molière. E seguendo questa chiave potremmo dire che qui siamo anche, anzi molto, nella pantomima. La gestualità dei personaggi e, in particolare, del protagonista, è direttamente proporzionale alla gestualità straordinaria del segno di Blain. Quanto si agita, quanto si muove, quanto ubriaca di parole il prossimo, questo Taillard de Vorms, ministro degli esteri francese (il Quai d’Orsay, appunto), dietro il quale si riconosce bene Dominique de Villepin, che fu ministro degli esteri e poi primo ministro di Chirac, antagonista feroce dell’attuale presidente Sarkozy. De Villepin pronunciò un famoso discorso all’Onu per dire no alla guerra in Iraq.  Qui è tutto rielaborato, i paesi hanno nomi da fumetto umoristico d’altri tempi, ma la legnosità imponente – un burattino di carta dominatore – di de Vorms/de Villepin rivela presto un grande vuoto, di idee e di attenzione reale ai dossier scottanti, sempre risolti dai collaboratori: i testi di Abel Lanzac, dietro il quale si cela un ex alto funzionario del ministero degli esteri francese, sembrano dirci che basta il ritmo della sceneggiatura (dovuto a Blain) e il lavoro grafico/formale per rivelarci, con gran forza, che la politica è già in partenza satira. Un involucro vuoto di parole e atti un tempo grandiosi.-<em>Francesco Boille</em></p>
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<p><em>I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana Frederika Randall, che scrive per The Nation</em>.</p>
<p><strong>Piero Calamandrei, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8861902294/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&#038;tag=internazional-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8861902294">Lo stato siamo noi</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=internazional-21&#038;l=as2&#038;o=29&#038;a=8861902294" width="1" height="1" border="0" alt="" style="border:none !important; margin:0px !important;" /></em></strong><br />
<em>Chiarelettere, 136 pagine, 7 euro</em><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="tre" src="http://www.internazionale.it/wp-content/uploads/2010/07/tre.jpg" /><br />
<br />Una selezione di scritti e discorsi pronunciati tra il 1946 e il 1956 dal grande antifascista Piero Calamandrei non poteva essere più attuale. Alla fine del quasi ventennio berlusconiano (che sia finito davvero?) perdura tra gli oppositori del Cavaliere un clima paradossale di sconfitta, incertezza sugli obiettivi politici, sfiducia nel rinnovamento. Non era così tra chi aveva lottato contro Mussolini. Da una parte, la resistenza, e dall’altra, secondo Calamandrei, la desistenza: passività, rassegnazione, “il riattaccarsi con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato”. Decisamente dalla prima parte, l’azionista Calamandrei contribuì a scrivere la costituzione italiana, un testo profondamente innovatore, fondamentale oggi più che mai. Aveva difeso quei princìpi con tenacia, sostenendo che la scuola pubblica, tra gli organi essenziali di una democrazia, era più importante addirittura del parlamento e della corte costituzionale. Già nel 1951 spronava il governo ad attuare gli impegni della carta: una retribuzione dignitosa, il diritto al lavoro, pari dignità sociale per tutti. Più una bella rosa di citazioni che una vera antologia del pensiero di Calamandrei, questo instant book brilla con un coraggio e un’energia che al giorno d’oggi ci sogniamo ancora.</p>
<p><em>Internazionale, numero <a href="http://www.internazionale.it/sommario/926/"> 926</a>, 2 dicembre 2011</em></p>
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				                <pubDate>Sat, 03 Dec 2011 15:03:00 +0000</pubDate>        
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