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Cronache dai centri di detenzione libici

Una protesta di migranti in un centro di detenzione a Gharyan, in Libia, il 2 febbraio 2018. (Hamza Turkia, Xinhua/Zuma/Ansa)

Nei centri di detenzione libici ci sono persone che sono state intercettate nel Mediterraneo dalla guardia costiera libica e rimandate indietro anche tre volte. Mentre le autorità italiane ed europee propongono la costruzione di centri d’identificazione (hotspot) dei migranti in Libia e negli altri paesi di transito, l’organizzazione non governativa Medici senza frontiere (Msf) denuncia le condizioni inumane dei centri di detenzione ufficiali nel paese nordafricano.

Per Msf nei centri rimangono soprattutto i potenziali rifugiati, persone che scappano dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia e che in Europa potrebbero beneficiare della protezione internazionale. La Libia non ha sottoscritto la convenzione di Ginevra sui rifugiati e riconosce una forma di protezione solo a sette nazionalità (siriani, iracheni, palestinesi, somali, eritrei, etiopi di etnia oromo e sudanesi provenienti dal Darfur), ma non è facile per l’Alto commissariato delle Nazioni Unite (Unhcr) fare dei colloqui con le persone rinchiuse nei centri e portarle via.

Per Msf, inoltre, la maggior parte delle persone rinchiuse oggi nei centri ufficiali non può essere rimpatriata attraverso programmi di rimpatrio volontario, e non ha accesso neanche a canali umanitari. “Una delle differenze più grosse rispetto al passato è che le persone che presentano delle vulnerabilità, che sono vittime di tratta o che sono potenziali rifugiati rimangono di più nei centri di detenzione e non c’è nessun modo per farli uscire”, spiega Hassiba Hadjsahraoui, esperta di affari umanitari di Msf.

Una delle ragioni è che i centri di transito per rifugiati che si trovano in Niger e in Tunisia sono già pieni e non accettano altre persone dalla Libia, affermano i funzionari di Msf. Inoltre tutte le procedure per trasferire queste persone sono molto lente e il risultato è che proprio i più vulnerabili devono affrontare una detenzione più lunga.

“In Tunisia c’è un centro di transito per 12mila persone, mentre in Niger la capienza è di 1.400 persone. Ma questi centri sono già pieni perché non ci sono canali umanitari stabili aperti con paesi terzi e le persone rimangono bloccate come in un imbuto”, spiega Hadjsahraoui. Il Niger non sembra disposto ad accettare altre persone dalla Libia fino a quando il suo centro di transito non si sarà svuotato. Mentre quello che avrebbe dovuto essere aperto a Tripoli, in Libia, già dalla fine del 2017 non è ancora attivo. Nei centri di detenzione libici sono incarcerati anche molti minori: “Ci sono bambini molto piccoli, donne incinte e adolescenti. Quelli di dodici anni sono chiusi nelle celle insieme agli adulti”, spiega Hadjsahraoui.

Centri inumani
“I centri di detenzione sono magazzini oppure vecchi edifici del regime di Muammar Gheddafi, riaperti dalle autorità libiche. A un certo punto a Tripoli avevano usato i magazzini dello zoo come centri di detenzione dei migranti”, racconta Ibrahim Younis, capomissione di Msf nell’area di Tripoli. “Sono strutture sovraffollate, senza acqua corrente, con un unico bagno per seicento o mille persone”.

Non ci sono abbastanza medicinali e strutture sanitarie nei centri quindi per casi gravi Msf è costretta a chiedere il trasferimento urgente in cliniche private. Inoltre per Younis l’attività delle organizzazioni non governative è concentrata soprattutto nella capitale, mentre manca di fatto un monitoraggio dei centri di detenzione nel resto del paese. “Tripoli e il resto del paese sono due questioni completamente diverse”, afferma Christophe Biteau, capomissione di Msf a Misurata e a Bani Walid.

Dal 2015 Msf fornisce assistenza sanitaria in cinque centri di detenzione, gestiti dal ministero dell’interno e dall’agenzia contro l’immigrazione irregolare nella capitale libica e in altri centri a Khoms, Misurata e Bani Walid. Ma la situazione dei migranti all’interno di queste strutture (19 in tutto il paese) continua a essere molto critica. “Dal 23 giugno sono state riportate indietro nei centri monitorati da Msf almeno duemila persone”, racconta Younis.

“Il numero di detenuti varia molto a seconda dei momenti e dipende da molti fattori. Nelle ultime due settimane sono state intercettate in mare numerose imbarcazioni di migranti, questo ha prodotto una situazione di sovraffollamento che spesso provoca dei tentativi di fuga”, continua. Gli operatori di Msf spiegano che è molto difficile definire i numeri dei migranti detenuti nei centri ufficiali in Libia “perché non c’è un sistema chiaro di registrazione, è tutto molto arbitrario”. Nei centri visitati sono recluse oggi tra le cinquemila e le settemila persone, calcola Msf.

Un circolo vizioso
Fuori da Tripoli la situazione è peggiore. “Un mese fa, durante il Ramadan, abbiamo visitato un centro a Zuara, un vero e proprio carcere”, spiega Younis. “Le celle erano sovraffollate, senza acqua corrente, senza bagni. E le persone erano incarcerate da molto tempo”. In questo centro Younis racconta di essere stato colpito da tre casi e in particolare da quello di una donna incinta che aveva provato a imbarcarsi per l’Europa e aveva avuto un brutto incidente: si era scottata con il motore del gommone.

La donna era stata poi riportata indietro dalla guardia costiera libica e rinchiusa nel centro di Zuara dove non era stata curata e per questo aveva avuto un’infezione molto grave. Quando i medici sono riusciti a farla trasferire in un ospedale a Tripoli, è stato necessario amputarle la gamba. “Il bambino è nato con un cesareo pochi giorni dopo l’amputazione”, racconta Younis.

Anche il centro di Khoms ospita il triplo delle persone che potrebbe contenere (circa trecento rispetto alle 130 consentite). “La situazione è terribile, non ci sono latrine e le persone fanno pipì nelle bottiglie di plastica”, racconta Biteau. Poi ci sono i centri che non sono gestiti dal governo, ma dalle milizie e dai trafficanti e secondo Biteau c’è un rapporto di contiguità tra i centri governativi e i centri di detenzione controllati dai trafficanti.

Per Msf l’attività della guardia costiera libica in qualche modo farebbe rientrare i migranti nel circolo vizioso del traffico di esseri umani, una delle attività più sviluppate e redditizie del paese nordafricano. Secondo Open Migration da gennaio a maggio 2018, il 41 per cento dei migranti partiti dalle coste libiche è stato intercettato dalla guardia costiera ed è stato riportato indietro.

“È un sistema circolare. I migranti sono soldi che camminano. Non possiamo escludere che i trafficanti corrompano i secondini dei centri ufficiali per fare uscire le persone”, afferma Biteau. Nei centri non ufficiali le estorsioni, le compravendite di persone, le torture e le violenze sessuali sono all’ordine del giorno.

“Basta parlare con le persone per sapere quello che succede in questi centri di detenzione in cui non è consentito l’accesso alle ong”, continua Biteau. Il 23 maggio di quest’anno per esempio i medici di Msf hanno assistito a una fuga di massa dai centri di detenzione non ufficiali a Bani Walid, una città a 150 chilometri da Tripoli. I guardiani hanno sparato contro le persone che cercavano di scappare dal centro. Ci sono stati almeno 25 feriti e 15 persone sono morte. I sopravvissuti, in gran parte adolescenti provenienti da Eritrea, Etiopia e Somalia che cercavano di raggiungere l’Europa per chiedere asilo, hanno raccontato di essere finiti nelle mani dei trafficanti che li avevano venduti più volte tra Bani Walid e Nesma.

Dopo essere scappati si sono rifugiati in una moschea locale e sono stati protetti dagli abitanti della città, poi sono stati portati in un comprensorio militare e il giorno successivo sono stati trasferiti in un centro governativo a Tripoli. “Molti di loro avevano ferite di arma da fuoco, molti altri avevano segni di tortura e sono stati incarcerati in un centro a Tripoli”, racconta Biteau. Per il capomissione di Msf in Libia è inaccettabile parlare di “retorica della tortura” quando sono state raccolte centinaia di testimonianze e di referti medici e certificazioni che documentano la sistematicità della tortura nell’ex colonia italiana.

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