Una protesta all’esterno dell’ambasciata libica a Parigi, il 24 novembre 2017.

Perché l’accordo tra l’Italia e la Libia sui migranti è sotto accusa

Una protesta all’esterno dell’ambasciata libica a Parigi, il 24 novembre 2017.
29 novembre 2017 10:18

L’inchiesta della Cnn ha fatto il giro del mondo, mostra alcuni migranti venduti all’asta come schiavi in Libia. Anche se questo fenomeno era noto da tempo, il video della tv statunitense ha scatenato un’ondata d’indignazione: in Francia, in Germania e in Svizzera ci sono state manifestazioni per chiedere ai governi dell’Unione europea di non finanziare più la guardia costiera libica, che intercetta i migranti nel Mediterraneo centrale e li riporta indietro nei centri di detenzione, dove subiscono pestaggi, torture, estorsioni e stupri. La compravendita di esseri umani nel paese era nota da tempo, ma le immagini esplicite e dirette hanno indotto il segretario generale dell’Onu António Guterres a definirsi “inorridito” dalle scene mostrate. Guterres ha dichiarato che i responsabili potrebbero essere accusati di “crimini contro l’umanità”.

Il 28 novembre, su richiesta del presidente francese Emmanuel Macron, si è svolta una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla situazione dei migranti in Libia. Anche Macron ha definito “crimini conto l’umanità” i maltrattamenti e le violenze di massa subiti dai migranti in un paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. Il governo di Tripoli, intanto, ha aperto un’inchiesta, per timore che il Consiglio di sicurezza possa approvare delle sanzioni.


Il 14 novembre l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Raad al Hussein aveva definito “disumana” la collaborazione tra l’Unione europea e la guardia costiera libica. “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a questa schiavitù, agli stupri, alle violenze sessuali e agli omicidi nel nome della gestione della crisi migratoria”, aveva detto il commissario. Intanto il presidente dell’Unione africana, Alpha Condé, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta, il Burkina Faso e il Mali hanno richiamato il loro ambasciatore a Tripoli, il Niger ha chiesto l’intervento della Corte penale internazionale, mentre il Ruanda si è offerto di accogliere 30mila migranti che si trovano in Libia.

In Italia l’inchiesta della Cnn non ha avuto lo stesso effetto, anche se Roma ha svolto un ruolo di primo piano nell’addestramento della guardia costiera libica e nel finanziamento del governo di Tripoli, incaricato di fermare le partenze dei migranti verso l’Europa.

Cosa prevede l’accordo
Il 2 febbraio il presidente del consiglio Paolo Gentiloni e il primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli Fayez al Serraj hanno firmato un memorandum d’intesa (Mou) per il “contrasto dell’immigrazione illegale”.

L’accordo, che estende la validità del primo trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia, sottoscritto nel 2008 dall’allora ministro dell’interno Roberto Maroni con il governo di Muammar Gheddafi, prevede che Roma finanzi infrastrutture per il contrasto dell’immigrazione irregolare, formi il personale e fornisca assistenza tecnica alla guardia costiera e alla guardia di frontiera libica.

Il patto del 2008 prevedeva che l’Italia versasse alla Libia cinque miliardi di dollari in aiuti, in cambio del pattugliamento costante della costa per impedire ai migranti di partire. L’accordo era stato criticato già all’epoca dalle organizzazioni per i diritti umani, che denunciavano la detenzione arbitraria dei migranti, maltrattamenti e torture da parte delle autorità libiche. Nonostante questo, nel 2012 l’Italia aveva rinnovato l’accordo con Tripoli.

Il 20 marzo del 2017 il premier libico Al Sarraj ha presentato la lista delle sue richieste all’Italia: dieci navi per la ricerca e il soccorso di migranti, dieci motovedette, quattro elicotteri, 24 gommoni, dieci ambulanze, trenta jeep, quindici automobili, trenta telefoni satellitari, mute da sub, binocoli diurni e notturni, bombole per ossigeno. L’equivalente di 800 milioni di euro.

Un patto contestato
Il memorandum d’intesa tra Roma e Tripoli è stato contestato sia in Libia sia in Italia. Avvocati e giuristi ne hanno messo in dubbio da subito la legittimità da tutte e due le sponde del Mediterraneo. A Tripoli l’avvocata Azza Maghur, insieme ad altri cinque connazionali, ex politici e giuristi, ha presentato un ricorso alla corte d’appello, che è stato accolto il 22 marzo.

I giuristi libici hanno messo in discussione la costituzionalità dell’accordo che non è stato approvato all’unanimità, ma anche le sue conseguenze umanitarie. In un’intervista con Internazionale, Maghur aveva accusato l’Italia di voler affidare a Tripoli tutti gli obblighi derivati dal memorandum, senza chiarire il suo impegno economico. “L’Italia e la Libia sono entrambi paesi di transito, ma l’Italia è stabile ed è in grado di proteggere i migranti. Non si può dire lo stesso per la Libia. Allora perché le responsabilità sono affidate a chi non è in grado di farlo?”, chiedeva Maghur.

In Italia l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha da subito sollevato questioni di legittimità. Secondo il professore di diritto costituzionale Paolo Bonetti, il memorandum non rispetta l’articolo 80 della costituzione italiana, che prescrive la ratifica da parte del parlamento dei trattati internazionali di natura politica che implicano oneri finanziari da parte dello stato. Inoltre la professoressa di diritto europeo Chiara Favilli poneva un’altra questione sull’origine dei finanziamenti destinati all’intesa: “Nel memorandum Italia-Libia si precisa che non ci saranno stanziamenti aggiuntivi oltre a quelli già previsti, ma non si capisce bene a quale previsione ci si riferisce”.

L’uso dei fondi per la cooperazione
Il 14 novembre le avvocate Giulia Crescini e Cristina Laura Cecchini dell’Asgi hanno impugnato davanti al Tribunale amministrativo del Lazio (Tar) il decreto 4110/47 con cui il ministero degli esteri e della cooperazione internazionale ha accordato al ministero dell’interno un finanziamento di due milioni e mezzo di euro per riparare quattro motovedette che sono state riconsegnate lo scorso aprile alla guardia costiera di Tripoli.

Perché l’Europa non può affidare i migranti alla Libia


I finanziamenti sono serviti anche ad addestrare i guardacoste libici e a fornirgli attrezzature. Secondo l’Asgi, il governo ha usato i finanziamenti per la cooperazione con l’Africa per affidare a Tripoli il controllo della frontiera e la gestione dell’immigrazione irregolare, in contrasto con gli obiettivi previsti per i finanziamenti. L’avvocata Giulia Crescini ha spiegato: “Abbiamo chiesto un accesso agli atti e abbiamo visto che uno dei decreti del ministero parla di 2,5 milioni di euro per il trasporto e la sistemazione delle motovedette, soldi che rientrano quindi nel finanziamento dell’apparato militare libico”.

“Riteniamo necessario mettere in discussione le politiche attuate dalle autorità italiane ed europee, le quali finanziano direttamente e indirettamente le autorità libiche, le rafforzano con attrezzature e strumentazione”, hanno dichiarato le avvocate Crescini e Cecchini in un comunicato. “L’Italia e l’Unione europea, in questo modo, delegano il controllo della frontiera alle autorità libiche, di fatto impedendo le partenze, rendendo la fuga dei migranti dalla Libia ancora più pericolosa anche grazie alla strumentazione che inevitabilmente è usata dalle autorità libiche per attaccare le navi delle ong durante le operazioni di soccorso, rendendo ancora più drammatiche le condizioni di vita dei migranti”. Per i legali e per diverse associazioni, di fatto l’Italia starebbe delegando i respingimenti dei migranti in Libia alle autorità libiche, in particolare alla guardia costiera del paese.

Il ruolo della guardia costiera libica
Il 6 novembre una nave dell’ong tedesca Sea Watch, durante una delle operazioni di soccorso a 30 miglia dalle coste libiche, ha documentato e denunciato la condotta violenta dei guardacoste libici verso i migranti appena soccorsi. Durante l’operazione, i libici non hanno calato i gommoni per il salvataggio, hanno lasciato annegare un uomo in mare e hanno ostacolato l’intervento della nave dell’ong tedesca.

Gennaro Giudetti, uno dei volontari, ha raccontato che almeno cinquanta persone sono morte davanti agli occhi dei soccorritori, mentre il gommone su cui viaggiavano si è sgonfiato. Tra loro un bambino di due anni, il cui corpo è stato recuperato dallo stesso Giudetti. Il volontario ha chiesto d’incontrare il ministro dell’interno Marco Minniti, e sulla vicenda è stata depositata al senato e alla camera un’interrogazione al ministro dell’interno il 16 novembre. In un appello associazioni, giornalisti e attivisti hanno chiesto al parlamento europeo di ascoltare la testimonianza di Giudetti.

“Il materiale video pubblicato dalla ong tedesca Sea Watch mostra con chiarezza che la guardia costiera libica, lungi dall’aver condotto un’operazione di search and rescue, ha agito in modo aggressivo e scoordinato per riportare i profughi in Libia, impedendo alla ong e alle unità italiane e francesi presenti sulla scena del naufragio di procedere nelle operazioni di soccorso, già coordinate dal Mrcc di Roma”, è scritto nella lettera al parlamento europeo.

L’episodio non è un caso isolato: da tempo le organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo hanno documentato una condotta aggressiva della guardia costiera libica verso gli altri mezzi di soccorso. Il 18 maggio la stessa ong tedesca, la Sea Watch, aveva denunciato alla Corte penale internazionale dell’Aja di essere stata speronata dalla guardia costiera libica, mentre stava per eseguire un salvataggio. I guardacoste avevano aperto il fuoco contro un peschereccio carico di migranti e poi avevano riportato i migranti in Libia.

L’8 agosto il fondatore dell’organizzazione non governativa Proactiva open arms, Oscar Camps, aveva diffuso un video girato in acque internazionali a nord di Tripoli, che mostrava alcuni agenti della guardia costiera libica sparare in aria per intimidire l’equipaggio di una delle due navi dell’ong spagnola.

L’intervista a Gennaro Giudetti di Sea Watch


Il 27 novembre l’ong Sos Méditerranée – ancora attiva nei soccorsi nel Mediterraneo centrale con la nave Aquarius – ha accusato la centrale operativa della guardia costiera italiana di fermare o ritardare l’intervento dei mezzi di soccorso delle organizzazioni non governative per aspettare quello della guardia costiera libica. Secondo Nicola Stalla, portavoce di Sos Méditerranée, il 23 novembre l’Aquarius pur avendo avvistato dei gommoni in difficoltà ha dovuto aspettare quattro ore prima di intervenire in loro aiuto, perché la centrale operativa della guardia costiera di Roma aveva chiesto alle motovedette libiche di fare i salvataggi.

Per gli avvocati dell’Asgi, che seguono i ricorsi, quello che l’Italia sta facendo è delegare alla guardia costiera libica il respingimento dei migranti in Libia, una prassi che viola numerose norme internazionali e che è già costata all’Italia una condanna nel 2012. In quell’occasione l’Italia era stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani e aver rimandato in Libia alcuni cittadini eritrei e somali, che nel paese nordafricano rischiavano di subire trattamenti inumani e degradanti.

“Stiamo pensando di portare il caso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché a nostro avviso l’Italia e l’Unione europea stanno violando la Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, spiega l’avvocata Giulia Crescini. “L’Italia e l’Unione europea mantengono il controllo di queste operazioni, semplicemente le delegano alla guardia costiera libica, che non potrebbe però fare quello che sta facendo senza l’appoggio sia economico sia tecnico delle autorità italiane ed europee”, conclude.

L’esperto di diritto internazionale Paolo Biondi, che sta studiando la documentazione prodotta da alcune ong, spiega invece che la marina militare italiana e la centrale operativa di Roma stiano violando la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo che prevede che siano le navi più vicine alle imbarcazioni in pericolo a intervenire. “È successo in un paio di casi recentemente che la centrale operativa della guardia costiera italiana chiedesse alle navi delle ong di aspettare in stand by, nell’attesa dell’intervento della guardia costiera libica”, ricorda Biondi. Ma questa decisione “non segue le regole, né favorisce la sicurezza delle persone che devono essere soccorse come nel caso del 23 novembre”.

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Il ministro dell’interno italiano Marco Minniti, intervenendo sulla questione all’Istituto affari internazionali il 27 novembre, si è difeso dicendo che “non è un problema degli ultimi sei mesi: la Libia è un luogo cruciale dei traffici di migranti da almeno quindici anni e non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951”.

Dello stesso tono l’intervento del capo di gabinetto del ministero dell’interno Mario Morcone che, intervenendo a Bruxelles in un’audizione della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (Libe) del Parlamento europeo, ha respinto le critiche mosse all’Italia dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e ha smentito le accuse di aver condotto dei respingimenti in Libia.

L’Italia oggi “sta facendo un’azione intelligente di chi vuole fare, chi vuole investire in quei paesi, di chi vuole cercare di recuperare diritti per quelle persone”, e “non si accontenta di gridare alla luna la propria solidarietà e la denuncia di lesione di diritti”. Il capo di gabinetto Morcone ha detto che l’Italia e l’Unione europea entro il 2023 spenderanno 285 milioni di euro per la guardia costiera libica e il suo coordinamento, nei prossimi mesi partirà anche “un progetto pilota” per la guardia di frontiera sulla terraferma.

A Morcone ha risposto con durezza l’europarlamentare italiana Barbara Spinelli: “Ho qui un prospetto del ministero dell’interno a cui ho avuto accesso, che parla di respingimenti, che quindi ci sono stati. Lei dice che non segue le ‘stupidaggini’ di Amnesty international, ma prima o poi il governo italiano e l’Unione europea che lo appoggia dovrebbero iniziare a vedere delle verità dietro alle stupidaggini”. L’associazione diritti e frontiere (Adif), che ha chiesto l’accesso agli atti, ha dichiarato che nell’ultimo anno (da maggio del 2016 a maggio del 2017) sono stati respinti dall’Italia alla Libia sessanta cittadini libici, tra cui cinque donne e 55 uomini.

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