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Le stragi in Siria segnano la fine del diritto umanitario

Alla periferia di Damasco, nella Ghuta orientale, Siria, 22 febbraio 2018. (Amer Almohibany, Afp)

L’assedio di Aleppo è finito in un bagno di sangue solo un anno fa, nel dicembre del 2016. Oggi assistiamo nella Ghuta orientale al lancio delle stesse bombe per mano dal regime e del suo alleato, la Russia. Si tratta delle barrel bombs, che vengono lanciate dagli aerei sulle città causando danni inimmaginabili.

“Assistiamo sempre alla solita storia”, scrive il quotidiano panarabo Al Araby. “Decine di testimoni rischiano la vita per mostrarci le immagini sconvolgenti dei corpi tra le macerie, le urla delle donne e degli uomini feriti, i bambini terrorizzati in mezzo alle rovine. La stessa scena si ripete, cambia solo la data”.

“Sterminio”, “genocidio”, gli osservatori sul campo sono unanimi: oltre 400mila persone sono intrappolate alla periferia di Damasco e vengono bombardate senza via di uscita. Il regime di Assad prima ha affamato la popolazione della Ghuta orientale: in una delle zone più agricole della Siria, gli abitanti erano finiti a mangiare erba. Già nel 2013 aveva ucciso circa 1.700 persone lanciando gas sarin sulla regione, fatto così sconvolgente che aveva quasi spinto l’allora presidente statunitense Barack Obama a intervenire. Ora il regime sta prendendo di mira, come già in precedenza, gli ospedali della zona.

In cinque giorni gli aerei di Assad e quelli russi hanno sganciato bombe ogni minuto o due, i civili non possono uscire dall’enclave e aspettano solo la morte, come i 400 – di cui almeno novanta bambini – uccisi finora. Il corrispondente di Al Araby afferma che sembra la fine del mondo.

Simon Tisdall scrive sul quotidiano britannico The Guardian che stiamo assistendo a una nuova Srebrenica e stiamo di nuovo voltando lo sguardo dall’altra parte: “Oggi nella Ghuta orientale, come a Srebrenica nel 1995, vengono commessi crimini che potrebbero costituire un genocidio. A novembre, Ratko Mladić è finalmente stato condannato per genocidio all’Aja. Ci sono voluti 22 anni. Quanti bambini moriranno prima che giustizia sia fatta in Siria?”.

Il corrispondente di Enab Baladi, un giornale dell’opposizione, è certo di quello che sta avvenendo nella Ghuta: stiamo assistendo a una “guerra di sterminio contro la popolazione civile”, preparata a tavolino prima di passare all’assalto terrestre.

Assad sta violando tutte le regole del diritto internazionale umanitario, esattamente come l’organizzazione Stato islamico

Di fatto, con i crimini di guerra ripetuti in Siria dall’inizio della guerra e senza nessuna risposta concreta della comunità internazionale, siamo davanti alla fine di un mondo, quello in cui le relazioni internazionali, dalla seconda guerra mondiale in poi, erano bene o male gestite in modo multilaterale dalle Nazioni Unite.

La dichiarazione delle Nazioni Unite del 2005 sulla responsabilità di proteggere dice: “Ogni stato ha la responsabilità di proteggere la sua popolazione da genocidio, pulizia etnica e crimini contro l’umanità. (…) La comunità internazionale deve essere pronta a incoraggiare e aiutare gli stati a esercitare questa responsabilità e attraverso le Nazioni Unite ha anche la responsabilità di prendere un’azione collettiva destinata a proteggere queste popolazioni, in conformità con la carta delle Nazioni Unite”.

La comunità internazionale ha quindi deciso di scrivere delle regole per la guerra per impedire ai tiranni di massacrare il proprio popolo. Che succede ora con Bashar al Assad? Sta violando tutte le regole del diritto internazionale umanitario esattamente come l’organizzazione Stato islamico, ma le potenze occidentali sembrano assolutamente incapaci di reagire. Davanti alla mancanza di interlocutori nell’opposizione siriana, si pensa che si dovrà comunque parlare con Assad, forte del sostegno russo. Al contrario, in una lettera pubblica diretta al presidente francese Emmanuel Macron, l’universitario ed ex diplomatico in Siria Jean Pierre Filiu richiama alla necessità di una posizione morale contro il falso realismo che non sta portando da nessuna parte: “La morale è un’arma strategica davanti alla barbarie”.

Le giustificazioni del regime
La Ghuta orientale è una delle regioni da cui è partita la rivoluzione contro Assad. Negli anni si sono anche infiltrati nella zona varie forze jihadiste, come Jebhat al Nusra, che la settimana scorsa ha attaccato Damasco. L’agenzia di stampa ufficiale del regime, Sana, giustifica l’attacco nella Ghuta orientale in questi termini: “Una fonte del commando della polizia a Damasco ha fatto notare che uomini armati si stanno nascondendo a Ghuta e hanno preso di mira con lanci di missili la zona di Bab al Salam, nella città vecchia di Damasco, ferendo alcuni civili e causando alcuni danni”.

Assad non può tollerare che questa zona così vicina a Damasco sia in mano ai ribelli. Il massacro della Ghuta ricorda quello di Aleppo, che a sua volta ricorda Douma, oppure Homs. In queste zone ribelli che resistono ancora dopo sette anni di guerra, l’isteria del bombardamento dimostra che il regime sta pensando a una soluzione finale: radere tutto al suolo.

Davanti ai nostri occhi il regime di Bashar al Assad sta svuotando la Siria della sua popolazione. Sui 17 milioni di siriani, 13,5 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, sei milioni sono sfollati internamente, cinque milioni hanno lasciato il paese. Con i massacri ripetuti ad Aleppo, Hama e ora la Ghuta orientale, continuerà inesorabilmente l’esodo. In Europa, che si può raggiungere in barca, gli sfollati di Assad sono ormai parte dei dibattiti politici nazionali.

La comunità internazionale, identificata come “occidente”, è largamente screditata dalle operazioni statunitensi in Afghanistan e in Iraq, ma anche in Libia. Questo rende la responsabilità di proteggere molto problematica. E, così, quelli che sono sul campo non hanno più speranza.

Il giornalista siriano Rami Jarrah dice: “Noi siriani non vediamo più oggi alcuna soluzione per mettere fine a questa guerra”.

Anche le organizzazioni umanitarie sono ammutolite, come l’eloquente messaggio dell’Unicef, un comunicato bianco con una nota: “Non abbiamo più parole per descrivere la sofferenza dei bambini e il nostro sdegno. Quelli che stanno infliggendo queste sofferenze hanno ancora parole per giustificare i loro atti barbarici?”.

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