La Siria sta vivendo uno dei momenti più terribili dall’inizio della guerra cominciata sette anni fa, assicurano tutte le agenzie delle Nazioni Unite presenti sul territorio.

Tra gli elementi più gravi c’è il fatto che da gennaio gli ospedali sono chiaramente presi di mira, in totale violazione del diritto internazionale umanitario. La Union of medical care and relief organizations (Uossm), una coalizione internazionale di ong che si occupano di soccorsi d’emergenza, ha registrato oltre 14 attacchi a delle strutture mediche solo nel mese di gennaio. Tra gli ultimi raid denuncia quello contro l’ospedale di Al Maghara, nella provincia di Hama, considerato il più sicuro della Siria essendo collocato in una caverna 20 metri sottoterra. Per il portavoce dell’Uossm, Avi D’Souza, “la distruzione di Al Maghara è l’attacco più grave agli ospedali nell’ambito di una campagna più ampia contro le strutture sanitarie in Siria”. L’attacco non è stato rivendicato, ma l’aviazione militare siriana, appoggiata da quella russa, sta effettuando numerosi attacchi aerei contro le postazioni ribelli nella zona.

Altre aree di crisi sono quella di Afrin, nel nordovest del paese, dove la Turchia ha lanciato un’operazione contro le milizie curde e oltre 15mila persone sono state sfollate; e quella nella Ghuta orientale, alle porte di Damasco, l’enclave tenuta dai ribelli in cui 400mila persone sono sotto assedio: almeno 750 di loro dovrebbero essere trasferite urgentemente o ricevere cure mediche, ma i soccorsi non possono arrivare.

Il coordinatore delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari in Siria, Jan Egeland, ha espresso tutta la sua frustrazione il 1 febbraio: “Gli sforzi diplomatici per fare entrare aiuti nel paese sono ormai totalmente impotenti”. I convogli umanitari devono essere approvati dal governo siriano e dai gruppi armati che devono offrire garanzie di sicurezza, ma l’ultimo convoglio è stato fatto passare a novembre. Egeland ribadisce: “Bisogna mettere fine ai combattimenti e Russia, Turchia e Iran devono mettere fine all’intensificarsi di questi attacchi”.

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Nella provincia nordoccidentale di Idlib, controllata dai ribelli, con un inverno gelido, ci sono 1,3 milioni di persone sfollate. Scrive sempre Egeland su Twitter: “Idlib in Siria è un gigantesco campo profughi. Ci sono 1,3 milioni di donne, bambini e uomini sfollati in tutta la provincia. Non possiamo tollerare una guerra contro profughi e ospedali”.

Solo nell’ultima settimana, gli attacchi aerei nella regione a nord di Idlib hanno colpito due mercati uccidendo 31 persone. L’organizzazione umanitaria siriana dei Caschi bianchi sta tentando di fare il possibile, ma ammette i suoi limiti. Gli ospedali hanno dichiarato ad Al Jazeera che essendo sotto attacco non sanno più dove portare i feriti.

Il 29 gennaio è stata la volta dell’ospedale di Saraqab, sempre nella regione di Idlib, sostenuto da Medici senza frontiere: gli attacchi sono arrivati mentre l’ospedale riceveva i feriti di un precedente raid contro il mercato della città che aveva causato undici vittime, secondo il direttore dell’ospedale. Il secondo attacco ha ucciso altre cinque persone, tra cui un bambino, e ferito tre componenti dello staff medico. Per Medici senza frontiere “colpire un mercato e un’ora dopo un ospedale che sta ricevendo pazienti da curare è un’azione brutale”.

L’attacco a strutture mediche e ospedaliere è una grave violazione del diritto internazionale umanitario e porta a un incremento delle vittime che si dovrebbe evitare in tutti i modi. L’8 febbraio un nuovo attacco riportato dal quotidiano Al Araby al Jadid parla di 24 morti nella Ghuta orientale sotto i bombardamenti intesivi del regime siriano e della Russia: “Il numero delle vittime rischia ancora di aumentare”, scrive il giornale, “data l’intensità dei bombardamenti in zone civili e il sovraffollamento nei centri medici”.

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