×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

E alla fine Idomeneo porta a casa la pelle

Idomeneo re di Creta alla Scala di Milano. (Brescia/Amisano - Teatro alla Scala)

L’Idomeneo re di Creta di Wolfgang Amadeus Mozart è una classica, e a un primo sguardo antiquata, opera seria all’italiana. C’è un libretto mitologico scritto con tono aulico da un prelato, Giambattista Varesco, ci sono i lunghi recitativi accompagnati dal basso continuo (cembalo e violoncello) e le grandi arie con da capo e ampio spazio di manovra ai cantanti per cadenze e abbellimenti vari.

Nel primo cast che eseguì l’opera a Monaco di Baviera nel 1781 c’era naturalmente un castrato italiano, Vincenzo dal Prato, nel ruolo di Idamante, il figlio del re di Creta. Era un cantante non eccelso e Mozart temeva che non arrivasse neanche in fondo alla sua aria; ma mandare in scena un nobile dramma per musica in italiano senza almeno un castrato pareva brutto.

L’orchestra che aveva per le mani invece era ottima e permise al giovane compositore di sbizzarrirsi in una serie d’invenzioni orchestrali e di piccole ma ardite innovazioni: se dal punto di vista teatrale Idomeneo è un’opera antiquata, dal punto di vista musicale è la palestra in cui Mozart si fa i muscoli per affrontare, sei anni dopo, Le nozze di Figaro. È un’opera di passaggio, dunque, un lavoro di cerniera tra epoche diverse e proprio per questo eseguirla e metterla in scena oggi presenta una serie di problemi.

La versione di Idomeneo in scena al teatro alla Scala di Milano fino al 6 giugno, diretta con gusto ed energia da Diego Fasolis, è quella più vicina possibile all’edizione integrale che debuttò a Monaco nel 1781. I tagli sono pochi e strategici e l’operazione di restituire tutte le sfumature di un’opera così piena di richiami al passato, ma anche di squarci sulle future invenzioni mozartiane, riesce con naturalezza.

Idomeneo re di Creta alla Scala di Milano.

Il re di Creta Idomeneo, per salvarsi da un naufragio, fa un voto a Nettuno: sacrificherà sull’altare del dio il primo essere umano che incontrerà una volta toccata sano e salvo la terra. Idomeneo, sbattuto miracolosamente illeso su una spiaggia, incontra proprio il figlio, Idamante, vittima predestinata. Da lì partono una serie di angosciosi dilemmi, in cui si intrecciano religione, intrighi amorosi e giochi di potere. Fino a un lieto fine risolto, come nella migliore tradizione settecentesca, da una voce divina fuori scena che rimette a posto le cose.

È un testo teatrale polveroso nel linguaggio ma moderno nei contenuti. Si parla di fanatismo religioso e del libero arbitrio di un sovrano davanti alla crudeltà degli dei. Molti registi possono essere tentati, com’è accaduto, di infilarci per i capelli le malefatte del gruppo Stato islamico o l’oppressione psicologica del fondamentalismo biblico americano. Fortunatamente il regista tedesco Matthias Hartmann non cade nella trappola e ambienta l’azione in quella che vorrebbe essere una Creta arcaica e ctonia. Peccato che il più delle volte il palcoscenico finisca, con i suoi crani bovini un po’ ovunque e le strutture di legno, per sembrare più un ristorante della catena Old Wild West che una Cnosso fuori dal tempo e dalla classicità.

Eppure la scenografia rotante studiata da Volker Hintermeier è un ingegnoso pezzo di ingegneria: permette cambi di scena vertiginosi e toglie staticità a un’opera che potrebbe essere di una noia mortale. La scenografia, però, con la sua ingombrante presenza toglie aria ai cantanti, che non sanno bene dove andare, e al coro, che molto spesso si trova a scavalcare travi ed elementi scenici: nell’Idomeneo il coro ha un ruolo abbastanza importante e troppo spesso si ha sulla scena un effetto di caotico affollamento. Una sensazione che cresce anche per colpa di un invadente corpo di ballo, che sembra parlare un’altra lingua rispetto a tutti gli altri e che con molta difficoltà si sintonizza con ciò che accade in scena.

Idomeneo re di Creta alla Scala di Milano.

Il vero problema però sono i movimenti dei protagonisti in scena, troppo spesso enfatici e ripetitivi. Troppo spesso viene usato l’escamotage di farli voltare come se se ne andassero via per poi tornare frontali davanti al pubblico per il da capo dell’aria. La recitazione robotica dei cantanti, associata ai movimenti inesorabili della scenografia-macchina, dà un senso di meccanicità a un testo già abbastanza legnoso di suo. Ad aggiungere ostacoli alla recitazione, un uso sconsiderato degli oggetti di scena: una spada di Idamante troppo grande che viene agitata in aria un po’ a caso, un’enorme calla brandita in maniera involontariamente comica da Ilia durante la sua idilliaca aria “Zeffiretti lusinghieri” e una corona regale che ricorda più la coroncina di cartone dorato che ti danno da Burger King quando ci festeggi il compleanno che un attributo regale.

Il cast vocale, molto corretto e puntuale ma non memorabile (e eccezione della splendida Elettra di Federica Lombardi) ha comunque portato avanti con dedizione ed efficacia lo spettacolo. Nonostante tutti gli inconvenienti, questo lungo Idomeneo quasi integrale non ha mai del tutto deragliato. Ci è andato molto vicino durante il balletto finale ma, appunto, ormai l’opera era alla fine e oltre tre ore erano passate senza che la noia prendesse il sopravvento. Il merito è ovviamente della musica di Mozart e di un cast affiatato e preparato che alla fine è riuscito a portare a casa la pelle. Proprio come il povero Idomeneo re di Creta.

pubblicità