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I paesi del sudest asiatico approvano un piano per affrontare le cause della crisi dei migranti

Il piano è stato approvato anche dalla Birmania durante un summit dei paesi della regione a Bangkok. Sarà anche istituita una task force contro i trafficanti di esseri umani

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Chi sono i rohingya e perché vengono abbandonati in mare

È ancora poco chiaro il destino di alcune imbarcazioni cariche di migranti rohingya partite dalla Birmania e respinte dalla Malesia, dalla Thailandia e dall’Indonesia. Secondo le Nazioni Unite, sono circa seimila i migranti alla deriva nel mare delle Andamane e in cerca di un approdo, ma secondo altre stime potrebbero essere trentamila. Come e perché è esplosa la crisi dei migranti rohingya.

La barca con a bordo circa 350 migranti rohingya e alla deriva al largo delle coste tailandesi, nel mare delle Andamane. Almeno dieci persone sono morte durante il viaggio.

Chi sono i rohingya

  • I rohingya sono un gruppo etnico di fede musulmana che risiede principalmente nel nord dello stato birmano del Rakhine, al confine con il Bangladesh, e non è riconosciuto come minoranza dalla Birmania.
  • Si ritiene discendano dai commercianti musulmani che si stabilirono nel paese più di mille anni fa.
  • Gruppi di rohingya vivono anche in Bangladesh, Arabia Saudita e Pakistan.
  • In Birmania e in Bangladesh sono sistematicamente discriminati e fanno parte degli strati più poveri della popolazione.

Perché è scoppiata la crisi dei rohingya?

Dal 2012 a oggi i rohingya e altri musulmani birmani hanno subìto violenti attacchi da parte della maggioranza buddista. I rakhine, buddisti, sono la comunità più numerosa nell’omonimo stato e negli ultimi tre anni hanno incendiato interi villaggi e ucciso centinaia di rohingya. Le autorità birmane sono accusate di non essere intervenute per fermare le violenze, che hanno spinto sempre più rohingya a scappare. A peggiorare la situazione è intervenuta la politica di respingimento adottata da Thailandia, Malesia e Indonesia.

I rohingya in Birmania

Nello stato del Rakhine vive quasi un milione di rohingya, su una popolazione di quattro milioni di persone. Molti abitanti non li considerano birmani: li ritengono dei bengalesi musulmani, arrivati con la colonizzazione britannica. Il governo birmano quindi non riconosce loro la cittadinanza, privandoli dei loro diritti fondamentali. Non possono muoversi liberamente nel paese, non possono avere più di due figli né hanno diritto alla proprietà privata. Vivono in campi sovraffollati fuori dalla città di Sittwe, capoluogo del Rakhine, privati dell’accesso alle cure mediche e all’istruzione. Senza documenti o prospettive di lavoro, sopravvivono nell’indigenza. L’Unhcr, l’agenzia del’Onu che si occupa dei rifugiati, ha calcolato che negli ultimi tre anni più di 120mila rohingya sono fuggiti nei paesi vicini. Secondo Human rights watch (Hrw), nei primi tre mesi del 2015 in circa 28.500 hanno intrapreso il viaggio via mare.

Il 1 aprile il governo birmano ha formalmente annullato le carte d’identità temporanee, che rappresentavano l’ultima forma di identificazione ufficiale dei rohingya, privandoli anche del diritto di votare.

L’atteggiamento dei paesi della regione nei confronti dei rohingya

I paesi che confinano con la Birmania sono molto ostili nei confronti dei migranti rohingya e riluttanti a fornirgli assistenza. Human rights watch ha accusato la Malesia, la Thailandia e l’Indonesia di “giocare un ping pong umano”.

  • La Malesia è da anni uno dei maggiori punti di approdo dei migranti rohingya, che preferiscono arrivare in un paese musulmano. Questa settimana le navi della guardia costiera malese hanno respinto due imbarcazioni con a bordo circa seicento migranti dopo la decisione del governo di chiudere i porti del paese e di dare provviste alle navi dei migranti e mandarle via. Il governo è preoccupato dell’impatto che una crisi umanitaria legata all’arrivo dei migranti potrebbe avere sul settore del commercio e del turismo. Il paese ospita già 150mila migranti stranieri, di cui 45mila sono rohingya. Il governo malese accusa la Birmania e il Bangladesh di essere i responsabili della crisi con le loro politiche discriminatorie nei confronti delle minoranze e reputa che siano questi due paesi a dover trovare una soluzione.
  • La Thailandia è stata per anni al centro dell’industria del traffico di esseri umani nel sudest asiatico. I trafficanti hanno usato il paese come transito dove sbarcare i migranti, sistemarli temporaneamente in accampamenti nascosti nella giungla e trasportarli poi in altri paesi. Le cose hanno cominciato a cambiare dopo che il 1 maggio le autorità hanno scoperto una fossa comune con più di trenta corpi di presunti migranti rohingya in un accampamento abbandonato nella foresta vicino al confine con la Malesia. Il governo ha deciso un giro di vite contro i trafficanti, compiendo diversi arresti e rafforzando i controlli in mare. Per evitare l’arresto, i trafficanti hanno abbandonato le imbarcazioni piene di migranti lasciandole alla deriva in mare. Il 29 maggio Bangkok ospiterà un incontro sulla “migrazione irregolare nell’oceano Indiano” con i rappresentanti di 15 paesi coinvolti.
  • Essendo un paese musulmano, l’Indonesia è uno dei punti di arrivo dei rohingya. In passato il paese ha avuto una politica di apertura nei confronti dei migranti e il precedente governo aveva condannato la persecuzione dei rohingya in Birmania. Ma il governo del presidente Joko Widodo ha deciso di rafforzare i controlli alle frontiere. La marina indonesiana ha respinto diverse imbarcazioni e il governo ha avvertito che i migranti che sono riusciti a sbarcare potrebbero essere espulsi. Il generale Moeldoko, comandante delle forze armate indonesiane, ha dichiarato che i militari pattuglieranno le frontiere marittime e forniranno assistenza alle imbarcazioni cariche di migranti, impedendogli però di entrare nelle acque territoriali indonesiane per “evitare problemi sociali”. “Se apriamo le frontiere, ci sarà un esodo”, ha detto il generale.
  • Negli ultimi vent’anni in Bangladesh è arrivato un flusso quasi ininterrotto di rohingya. Il governo gli ha concesso di vivere nei campi profughi sorti nel sudest del paese, al confine con la Birmania, dove le condizioni sono disastrose. In alcuni casi però li ha respinti verso la Birmania. Si stima che nei campi vivano circa duecentomila rohingya.

La questione dei respingimenti delle imbarcazioni dei migranti ha scatenato le reazioni della comunità internazionale. In particolare sono tre i soggetti coinvolti.

Associazione delle nazioni del sudest asiatico (Asean)
I leader dei dieci paesi membri dell’Asean si incontrano due volte all’anno con l’obiettivo di aumentare la cooperazione e migliorare le vite dei loro cittadini. Uno dei princìpi fondanti dell’associazione è la non interferenza negli affari interni dei singoli stati, un punto che secondo i critici consente ai governi di commettere abusi senza conseguenze. Quando la Birmania ha avuto il turno della presidenza dell’Asean, nel 2014, ha vietato ogni dibattito sulla questione dei rohingya, ribadendo lo stesso concetto durante l’incontro del mese scorso a Langkawi. Molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani stanno facendo pressioni affinché l’Asean metta fine alla sua politica di non interferenza e chieda alla Birmania di risolvere la questione dei rohingya.

Stati Uniti
Sotto la pressione dei gruppi per la difesa dei diritti umani e di alcuni deputati, Washington ha chiesto ai paesi della regione di collaborare per salvare i migranti alla deriva. Ma sembra riluttante nell’offrire aiuto diretto alle operazioni di ricerca esalvataggio. “È una questione regionale. Occorre una soluzione regionale a breve termine”, ha detto Jeff Rathke, il portavoce del dipartimento di stato.

Nazioni Unite
L’Unhcr ha detto di essere “estremamente allarmata” per la situazione dei migranti rohingya e ha chiesto ai paesi della regione di dare la priorità al salvataggio delle vite piuttosto che alla definizione delle politiche di governo. L’agenzia non ha il mandato per portare avanti delle proprie missioni di salvataggio, ma sta lavorando con i governi e le organizzazioni per “girare le informazioni alle persone giuste” che possono fare qualcosa.

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