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In Birmania sale la tensione tra musulmani e buddisti

Una moschea distrutta a Thayethamin, in Birmania, il 24 giugno 2016. (Soe Zeya Tun, Reuters/Contrasto)

Da anni percorsa da tensioni intercomunitarie, la Birmania si trasforma periodicamente in una vera e propria polveriera religiosa; in poco più di una settimana due moschee sono state saccheggiate dai buddisti.

Armati di bastoni, coltelli e armi di vario genere, gli aggressori hanno attaccato un luogo di culto musulmano a Hpakant, nel nord del paese, che è buddista al 90 per cento. Le forze di sicurezza non sono state in grado di controllare la folla, che ha demolito l’edificio e poi incendiato la sala di preghiera. Il 23 giugno una moschea di Thayethamin (nel centro del paese) aveva subito la stessa sorte.

Testimone della scena, Ali Ahmed, 60 anni, un imam in pensione della regione di Bago, ha raccontato di aver visto un gruppo di uomini gridare “Uccidete i kalar! Eliminate i kalar!” (kalar è un termine peggiorativo per indicare i musulmani birmani).

Le tensioni interetniche continuano dal 2012, quando lo stato di Rakhine, a ovest del paese è stato teatro di violenti scontri fra buddisti e musulmani rohingya, che sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi. Molti di loro vivono ancora nei campi profughi.

Diritti negati

I rohingya, considerati una delle comunità più perseguitate del mondo, sono visti come degli immigrati illegali arrivati dal vicino Bangladesh. Di fatto i buddisti negano loro ogni diritto e li definiscono con il termine dispregiativo di “bengali”.

A dimostrazione di questo rifiuto di accettarli, migliaia di buddisti, fra cui dei monaci, hanno manifestato domenica nell’ovest del paese, in segno di protesta contro la decisione del governo civile di Aung San Suu Kyi di riconoscere questa minoranza sotto la denominazione di “comunità musulmane nello stato di Rakhine”.

Mentre Yanghee Lee, relatrice speciale sulla situazione dei diritti dell’uomo in Birmania, ha chiesto alle autorità che la lotta contro la discriminazione antimusulmana diventi una “priorità assoluta”, Aung San Suu Kyi cerca di trovare una strada alternativa e di far emergere una cultura politica più conciliante. Una scommessa azzardata?

(Traduzione Andrea De Ritis)

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