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Nessuno sa quando l’Eritrea uscirà dal suo lockdown 

Asmara, Eritrea, 22 agosto 2019. (Eric Lafforgue, Corbis/Getty Images)

Il Government response stringency index (Grsi, indice della severità della risposta dei governi) è stato elaborato da alcuni ricercatori dell’università di Oxford per comparare le misure adottate dai diversi paesi contro la pandemia da covid-19. L’indice usa nove indicatori per classificare la severità dei provvedimenti, dalla chiusura delle scuole e dei luoghi di lavoro al divieto di viaggiare. Il paese che è stato più a lungo in cima alla classifica è l’Eritrea.

Asmara ha deciso lo stop totale delle attività il 1 aprile, fermando tutti i trasporti pubblici, chiudendo le scuole e sospendendo letteralmente qualsiasi cosa, compresa la pubblicazione del quotidiano di stato (l’unico del paese), che è stata interrotta per cinque mesi.

Le conseguenze della pandemia sono state disastrose in tutto il mondo, ma in paesi estremamente poveri come l’Eritrea, dove i generi alimentari di base sono razionati nei negozi gestiti dal partito al potere, le conseguenze della chiusura sono state enormi. Le élite del paese, che detengono un potere assoluto, già da vent’anni paralizzano lo stato. Oggi le famiglie che hanno parenti all’estero contano solo sulle rimesse per sopravvivere (nonostante i tassi di cambio fissati dal governo siano estremamente sfavorevoli). I più sfortunati, senza familiari nella diaspora, soffrono ancora di più.

Quindi l’intero paese è fermo, ma ci sono pur sempre delle eccezioni. Nei mesi scorsi il presidente Isaias Afewerki ha compiuto tre viaggi internazionali, in Etiopia, Sudan ed Egitto, insieme a numerosi collaboratori. Afewerki ha anche ricevuto a luglio il primo ministro etiope Abiy Ahmed e a settembre il presidente del consiglio sovrano del Sudan, il generale Abdel Fattah al Burhan. Prima di questi incontri il presidente era stato assente per più di due mesi dalla scena pubblica, facendo nascere le solite ipotesi su una sua malattia o la sua morte.

La seconda eccezione sono gli studenti inviati a Sawa, il tristemente noto centro di addestramento militare nell’ovest desertico del paese. Dal 2003 i ragazzi che frequentano l’ultimo anno delle superiori, alcuni appena sedicenni, sono mandati nel posto più ostile e rigido di tutti. Secondo le leggi nazionali sul servizio di leva e gli altri trattati internazionali firmati dall’Eritrea, l’età minima per l’addestramento militare è diciotto anni.

Praticamente senza servizi, con temperature che raggiungono facilmente i 45 gradi e tempeste di sabbia molto frequenti, a Sawa i ragazzi eritrei entrano ufficialmente in un meccanismo di schiavitù. Il programma di un anno affianca allo studio le esercitazioni militari. Dopo un anno nel campo, gli allievi sostengono un esame di diploma che deciderà della loro sorte: andare all’università o entrare nell’esercito, senza via d’uscita. La scuola è stata descritta dalla responsabile per il Corno d’Africa di Human rights watch, Laetitia Bader, come l’elemento “al cuore del sistema repressivo di controllo della popolazione”.

A Sawa si è tenuta la cerimonia di conferimento dei diplomi. Nulla faceva pensare che ci fosse una pandemia in corso

Da quando è esplosa la pandemia di covid-19, molti governi hanno liberato migliaia di detenuti e adottato misure per garantire il distanziamento tra i reclusi. La diaspora eritrea ha implorato il governo di Asmara di rilasciare i prigionieri di coscienza e di ridurre il sovraffollamento a Sawa.

All’inizio di aprile Hagos “Kisha” Gebrehiwet, il responsabile degli affari economici del Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (il partito al potere), in un seminario online ha dichiarato che il campo di Sawa e le prigioni sono i centri per la quarantena più sicuri perché sono isolati. Circa tre mesi dopo, Sawa ha ospitato due capi di stato, accompagnati dalle loro mogli e dai rispettivi entourage. A luglio il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, nel tentativo di sviare l’attenzione dalle crisi domestiche, è andato a visitare Sawa per assistere alle prove della “parata dei diplomati”.

Un mese dopo, a metà agosto, a Sawa si è tenuta la cerimonia di conferimento dei diplomi, trasmessa in diretta tv. È un’occasione a cui il presidente Isaias Afewerki non manca mai. Nel corso dell’evento nulla faceva pensare che ci fosse una pandemia in corso.

Sempre ad agosto, nel mezzo del più rigido lockdown, gli studenti del penultimo anno delle superiori sono stati richiamati in classe per recuperare i mesi perduti, in quello che il ministro dell’informazione ha definito un “parziale allentamento delle restrizioni”. Ma il rientro degli studenti è stato l’unica forma di allentamento a materializzarsi.

Finta emergenza
Secondo le dichiarazioni ufficiali del ministero della sanità eritreo, gli ultimi casi di covid-19 registrati nel paese sono quelli di cittadini rientrati dai paesi vicini. Dall’inizio di giugno non si registrerebbero più contagi a livello locale. Eppure le restrizioni non sono state mitigate e sono stati predisposti nuovi centri per la quarantena dei cittadini di rientro dai paesi confinanti. Sembra che la pandemia sia stata una benedizione per il regime, che è sempre in cerca di scuse per tenere isolata la popolazione.

In Eritrea oggi non c’è un’emergenza. Il paese vive sotto un assedio politico autoimposto. I genitori eritrei non sanno bene quale sarà il destino dei loro figli, solo che la scuola dovrebbe ricominciare nel mese di settembre. In un sistema statale precario e basato sull’improvvisazione, la carestia ha cominciato a colpire duramente e l’unica risposta delle autorità è stata rafforzare il confinamento.

Non c’è modo di opporsi alle scelte del governo dall’interno del paese. Ma alcuni ex studenti di Sawa che vivono in esilio hanno lanciato una campagna per chiedere la fine di questa pratica. La campagna #EndHighSchoolInSawa (stop alla scuola superiore a Sawa) è sempre più popolare tra la diaspora eritrea ed è stata amplificata all’interno del paese da alcuni mezzi d’informazione indipendenti creati dalle comunità all’estero. Anche personalità di spicco come l’ex ministro della difesa Mesfin Hagos, oggi in esilio, si sono unite all’appello.

“L’impatto più significativo della campagna #EndHighSchoolInSawa è stato aver sensibilizzato nuovamente gli eritrei, che erano anestetizzati ed accettavano come normale questa pratica detestabile”, afferma Haikel Negash, tra le promotrici della campagna ed ex studente del campo militare. Oggi Haikel vive negli Stati Uniti. Samuel Emaha, studente di dottorato presso la Queens university, sostiene che “la campagna mira a portare la questione al centro del dibattito pubblico e all’attenzione della gente comune. È servita a sollevare alcuni problemi e a fornire agli ex studenti una piattaforma per poterne parlare”.

Molti ex allievi oggi parlano apertamente dei maltrattamenti subiti. Alcuni hanno raccontato di aver subìto stupri e molestie sessuali, come da anni si legge nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani. La campagna, però, non è riuscita a spingere il governo eritreo a cambiare linea.

L’8 settembre gli studenti dell’ultimo anno delle superiori di tutto il paese sono partiti per Sawa. Le possibili conseguenze di una decisione del genere in tempo di pandemia sono facilmente immaginabili. Nelle caserme i ragazzi vivono in spazi molto stretti e devono condividere tutto. Non solo il distanziamento è impossibile, ma il contatto con gli altri è costante. E non ci si può giustificare dicendo che i benefici bilanciano le possibili conseguenze di questa decisione. Molti hanno implorato il governo di tornare sui suoi passi, ma il regime preferisce contribuire alla libera circolazione della malattia.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Questo articolo è uscito sul sito Africa is a Country.

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