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“Stranger things” e le intelligenze artificiali

Stranger things. (Netflix)

Il 31 dicembre 2025 Netflix ha distribuito in tutto il mondo il finale della quinta stagione di Stranger things. La serie, cominciata nel 2016 con quella che sembrava un’operazione nostalgica per chi ha vissuto gli anni ottanta, è stata, per molti versi, sorprendente. Non tanto per la trama (molti commentatori lamentano, per esempio, l’assenza di colpi di scena) ma, fra l’altro, perché alcuni episodi delle stagioni successive hanno superato alcuni limiti delle produzioni originali di Netflix, ammiccando al genere splatter.

Il successo ha trasformato le scelte di contestualizzazione storica in una specie di vetrina della nostalgia di cui hanno approfittato, per esempio, vari marchi della moda e del settore alimentare. Ma anche della musica. Running up that hill, una canzone di Kate Bush del 1985, fondamentale – ai limiti dell’ossessivo – per la trama della serie, è tornata in classifica grazie a Stranger things.

I Metallica hanno pubblicato il primo videoclip di Master of puppets trentasei anni dopo l’uscita del brano, che fa da colonna sonora a una scena molto “metal” della quarta stagione. Gli Iron Maiden si sono beati su Instagram di aver preso parte al finale della serie con la loro The trooper (e agli appassionati del genere non sarà sfuggito che il personaggio del metallaro Eddie ha lo stesso nome della mascotte degli Iron). L’industria discografica ha scoperto che può ridistribuire i propri archivi usando serie tv di successo.

Da un paio di decadi uno dei passatempi preferiti dei fan delle serie tv di successo è un esempio di cultura partecipativa: ci si ritrova su siti dedicati e sui social network (con una certa predilezione per reddit) a commentare le serie preferite, cercando di decifrare eventuali segnali nascosti, di evidenziare gli errori, di immaginare finali con teorie più o meno improbabili. Questo fa gioco alla promozione delle serie ed è spesso incoraggiato da chi si occupa della loro promozione: uno dei casi più eclatanti fu Lost della Hbo. La consapevolezza delle scelte registiche e di sceneggiatura, in questo modo, è cresciuta molto. E si può stare certi di una cosa: dato un finale di una serie di grande successo, è matematico che quel finale farà discutere e che moltissimi se ne lamenteranno.

Lo sapevano anche i fratelli Duffer, autori e registi della serie, come ammettono nel documentario che racconta il backstage dell’ultima stagione, One last adventure, distribuito su Netflix il 12 gennaio 2026.

E proprio con questo backstage arriva il collegamento – che fin qui sarà apparso abbastanza improbabile – con le intelligenze artificiali generative. In alcune sequenze che documentano le fasi di creazione e lavorazione della serie si vede il portatile di uno dei fratelli Duffer con tante schede aperte. Qualche fan ha fatto uno screenshot di un punto in particolare in cui sembrerebbero esserci delle finestre di ChatGpt, una delle ia generative più famose al momento. Secondo altri, invece, i loghi delle schede non sono affatto quelli di ChatGpt.

Ma bastano uno screenshot e una conversazione su reddit far diventare questo dettaglio prima un’ipotesi, poi un’illazione, poi una notizia, con i giornali che riprendono le conversazioni online con la solita dinamica, titolando: “I fratelli Duffer accusati di aver scritto il finale di Stranger things con ChatGpt”. Non si sa bene accusati da chi – forse dall’inesistente popolo del web? – né perché.

Ci sono varie spiegazioni possibili a quel che si vede nel backstage, senza bisogno di arrivare alle accuse.

Mentre scrivo questo articolo, che non richiede certo lo stesso sforzo di una serie tv, ho aperte almeno una ventina di schede e, sì, ci sono anche strumenti di intelligenza artificiale: questo non significa che tutte le schede indichino strumenti che sto usando. Poi, le icone, sfocate nell’immagine del portatile, sembrano anche quelle della funzione di risparmio memoria (memory saver) di Chrome, il browser che viene inquadrato: è l’ipotesi più probabile, coerente con l’ambiente di lavoro digitale mostrato dal filmato.

Inoltre, il processo creativo attinge a decine di fonti e non è un flusso continuo di scrittura solitaria: è assolutamente probabile che un gruppo di scrittura abbia aperto anche qualche strumento di ia. Nel filmato si vede chiaramente anche il logo di reddit, ed è normale che gli sceneggiatori si leggano le teorie della comunità di fan.

Emiliano Ereddia, scrittore, autore televisivo e della newsletter Resoconti terrestri, racconta: “Uso le ia come strumento per hackerare la vita di tutti i giorni, per ricerche approfondite su arte e letteratura, per curiosità varie, cucina, farmaci, piante. Ho una versione pro allenata e programmata per le mie esigenze. Le ia sono uno strumento: le uso così come uso Word. Word ha cambiato il modo in cui i testi vengono scritti ma non ci scandalizziamo se qualcuno lo usa. Nello specifico televisivo, uso le ia come assistenti dialogici; per brainstorming solitari; per scrivere sinossi di brevi promo o magari sviluppare dei segmenti con giochi divertenti; poi edito. Magari di dieci cose prodotte ne prendo una buona. È impossibile, però, usarle per la composizione automatica di scalette, copioni, romanzi (non i miei, almeno). E il mio know-how come autore tv per adesso non è replicabile. Le ia non conoscono il pubblico, non conoscono le interruzioni pubblicitarie, non sanno distinguere il valore di un ospite. Sarebbe troppo lungo spiegare loro l’intero mondo complesso dell’intrattenimento”.

Martina Radwans, la regista del backstage, intervistata da The Hollywood Reporter, ha dovuto rispondere anche a domande su questo tema. “Ho assistito a scambi creativi e conversazioni”, ha detto. “La gente pensa che writers room [stanza degli sceneggiatori, ndr] significhi che le persone sono sedute lì a scrivere. No, è uno scambio creativo. È lo sviluppo della storia”. E lo sviluppo della storia può avvenire, piaccia o meno, anche usando strumenti di intelligenza artificiale.

C’è anche un’altra possibilità: che una parte del pubblico stia proiettando le proprie ansie tecnologiche un po’ su tutto. Una volta innescato il sospetto, ogni dialogo mediocre viene interpretato come prova di un’origine sintetica. In psicologia, questo si chiama pregiudizio di conferma: si ignorano tutte le altre ipotesi o gli altri segnali per concentrarsi solo su ciò che conferma le proprie teorie. E così, dialoghi e schemi narrativi già presenti fin dalla prima stagione, come gli “spiegoni” (una delle critiche più frequenti a Stranger things è che i personaggi parlano troppo, i piani dei personaggi vengono spiegati troppo, si usa poco la tecnica narrativa dello show, don’t tell) diventano conferma dell’uso di un’ia.

I giornali – di settore o meno – che parlano addirittura di “bufera su Stranger things” o di “accuse”, appunto, non fanno che alimentare questo meccanismo di proiezione, usando, peraltro, un meccanismo moralista che continua a equiparare strumenti tecnologici a un imbroglio.

Eppure è altamente improbabile che i fratelli Duffer abbiano usato un’ia nel modo che sospettano alcune persone. Invece, si può usare un’ia generativa come assistente creativo. E la notizia è che non c’è niente di male.

Questo testo è tratto dalla newsletter Artificiale.

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