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Possiamo appropriarci delle intelligenze artificiali

Un dettaglio della mappa Calculating empires (calculatingempires.net)

Il 27 marzo 2026 al Museo della scienza e della tecnologia di Milano si è svolta un’intera giornata di conversazioni e laboratori sulle intelligenze artificiali nel mondo. La sera ho avuto la possibilità di parlarne in pubblico con Vladan Joler, un artista che ha collaborato, fra l’altro, con Kate Crawford (qui l’intervista per Artificiale) per un lungo lavoro di ricerca che ha portato alla creazione di Calculating empires, una mappa storica delle tecnologie.

La mappa è stata stampata ed esposta più volte: misura ventiquattro metri di lunghezza e tre di altezza. Illustra l’evoluzione delle strutture tecniche e sociali in cinque secoli.

Calculating empires ci aiuta a mettere in prospettiva storica la contemporaneità. Dalle recinzioni per la proprietà privata all’automazione, mostra le idee che si evolvono, i dispositivi e le infrastrutture usate dai sistemi di potere, i modelli coloniali, la militarizzazione. È una fotografia complessa e accurata del potere che agisce attraverso le tecnologie. Indagando sul modo in cui gli imperi del passato hanno operato, spiegano Joler e Crawford, “possiamo capire come hanno creato le condizioni che li caratterizzano oggi e come potrebbero essere smantellati”.

Il loro lavoro ci aiuta a capire meglio l’estensione storica e geografica delle tecnologie e a vedere, per esempio, che le intelligenze artificiali non nascono dal nulla. Non sono uno strumento immateriale o magico, ma un’infrastruttura materiale, estrattiva, basata su cavi sottomarini, data center, minerali, sfruttamento del lavoro umano e profonde dinamiche geopolitiche, spesso di stampo coloniale. Si basano su idee e ricerche del passato e sono proiettate verso il futuro.

Disegnare queste “contro-mappe”, come le chiama Joler, è una forma di resistenza contro le rappresentazioni omogenee date, invece, dalle aziende che sviluppano le ia. Le “contro-mappe” svelano le strutture di potere nascoste.

Nel corso del tempo, le posizioni di Crawford e Joler si sono spesso orientate verso un rifiuto critico di queste tecnologie: in effetti, è la conseguenza naturale del ragionamento se pensiamo che questi imperi, semplicemente, non si possano smantellare. Ma, dialogando con l’artista, quel che è emerso è un modo di porsi un po’ diverso che dal rifiuto passa all’appropriazione.

Una volta che l’infrastruttura globale e le sue dinamiche sono evidenti grazie alle mappe, possiamo concentrarci su ciò che le persone possono fare attivamente quando si interfacciano con le macchine e possiamo concentrarci sull’appropriazione culturale, politica e tecnologica.

Questo ci può aiutare a rifiutarne certi usi, a boicottarne alcuni aspetti (armi e sorveglianza su tutti), ma anche a smontare e riusare questi sistemi con una visione simile a quella del mondo hacker. La formazione, lo studio, il reverse engineering degli strumenti chiusi, la richiesta e l’uso di strumenti open source ma anche l’aggiramento dei limiti degli strumenti commerciali sono parte di questa strategia, che non può fare a meno della ricerca pubblica.

Questo testo è tratto dalla newsletter Artificiale.

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