La fine di Hollywood non è ancora arrivata
Sui social media in cui la comunicazione visiva è importante, come Instagram e TikTok, sono sempre di più i video fatti usando intelligenze artificiali generative. E molti dei reel generati con le ia mostrano sequenze adrenaliniche, accattivanti, con effetti speciali. Di solito si rivolgono a persone che vogliono usare i video per lavoro. Sono più di quante si possa immaginare: dai filmmaker a chi fa produzione video, dai creator a chi fa divulgazione.
Spesso scene simili sono accompagnate dalla frase Hollywood is cooked (Hollywood è finita) o qualcosa di simile. Comprensibilmente, la cosa non piace affatto a chi fa parte dell’industria cinematografica. L’ultimo a reagire molto male è stato l’attore e sceneggiatore Seth Rogen, che ha stigmatizzato l’uso delle ia soprattutto nella scrittura delle sceneggiature.
In generale, molte persone che hanno ruoli importanti nell’industria cinematografica reagiscono con snobismo o addirittura violenza contro l’uso delle ia e ricevono il plauso generalizzato: Guillermo del Toro ha appena ritirato un premio dicendo “Fuck ai”. Molte altre, però, come Peter Jackson, non sono affatto contrarie all’uso delle ia generative, purché avvenga in modo responsabile. Resta da stabilire cosa si intende con “responsabile”.
È responsabile che le voci di attori e attrici morti come Judy Garland o James Dean, o quelle di personalità come Albert Einstein e Alan Turing, si possano usare perché hanno deciso così le grandi aziende o i fondi di investimento che gestiscono le loro eredità? È la dinamica capitalistica del profitto ad ogni costo a decidere cosa va bene?
Lo scontro fra detrattori e sperimentatori sembra molto simile a quello che si scatenò quando furono inventate e poi commercializzate le prime telecamere digitali. La reazione di chi, fino a quel momento, aveva lavorato solo in pellicola era sprezzante: i film in digitale, si diceva, non hanno futuro e non sono veri film.
Eppure, nel 1999, Festen di Thomas Vinterberg vinse il premio della giuria a Cannes: era stato girato con una videocamera Sony Dcr-Pc3. Vintenberg faceva parte di un movimento molto popolare fra gli amanti del cinema indipendente: Dogma 95. La cosa interessante è che Dogma 95, il cui regista più famoso era Lars von Trier, usava le novità dell’industria per opporsi all’uso sfrenato degli effetti speciali: nel decalogo di regole del movimento trionfa l’estetica essenziale.
Nel 2002 arrivò Full frontal di Steven Soderbergh: il film non era granché, ma era anche parte di una grandissima campagna di marketing per la telecamera Canon Xl1 e, in generale, per sdoganare il digitale al cinema. Nello stesso anno, George Lucas girò interamente in digitale L’attacco dei cloni; Aleksandr Sokurov girò un piano sequenza di 96 minuti su hard disk: Arca russa, senza il digitale, sarebbe stato semplicemente impossibile.
Da allora, fra il mainstream e la produzione indipendente il digitale viene usato indistintamente, con risultati altalenanti. Che però dipendono dall’idea, dalla scrittura, dalla registrazione e non dal mezzo. Oggi la pellicola sopravvive come scelta stilistica, a volte di lusso (per esempio sostenuta strenuamente da autori come Christopher Nolan, Quentin Tarantino e Paul Thomas Anderson), a volte di eccezionale indipendenza come in Le città di pianura.
Ma il digitale è diventato l’infrastruttura di base su cui poggia l’intera industria cinematografica, nel bene e nel male. Il male, di solito, è rappresentato da tutto ciò che è orientato esclusivamente al profitto di pochi, non da chi vuole usare gli strumenti a disposizione per raccontare le sue storie.
Una buona notizia
Arriviamo al 2026 e alle ia per i video. Le fazioni pro e contro le intelligenze artificiali stanno recitando due copioni simili a quelli già visti: i sostenitori delle ia a ogni costo si comportano come quelli che vogliono rompere il vecchio modello e hanno una retorica che può sembrare spocchiosa e fastidiosa. Spesso presentano brevi filmati con molti limiti tecnici come se fossero risultati eccezionali. Così si attirano, comprensibilmente, le antipatie di tutti gli altri. Soprattutto delle persone che vedono minacciati il loro lavoro e il loro reddito.
Gli altri, però, fanno i gatekeeper, difendono le loro posizioni di privilegio. E quando un grandissimo nome dell’industria cinematografica si erge a paladino dell’artigianalità, non sta facendo una cosa di sinistra né per il bene comune: sta cercando di blindare la sua rendita di posizione. In mezzo c’è una quantità enorme di persone che usano le ia in modo creativo, per la videoarte o per la produzione video, proprio come si faceva dalla fine degli anni novanta con il digitale.
Se questa è la dinamica sociale, però, come stanno davvero le cose, produttivamente? Non c’è dubbio che siamo di fronte a una tecnologia dirompente. I modelli cinesi, soprattutto Kling 3.0 e Seedance 2.0, hanno superato vecchi limiti tecnologici in pochi anni. Il 19 maggio 2026 è uscito anche il nuovo modello video di Google Omni, ma è troppo presto per giudicarlo.
Per capire come si stanno evolvendo gli strumenti, nel 2024 ho fatto un esperimento. Dopo essermi inventato due personaggi (Nox e Dust) con i miei figli ho creato un breve teaser della loro storia. C’era un limite tecnico enorme: era praticamente impossibile mantenere la coerenza estetica dei personaggi. Così ci siamo inventati che Nox e Dust erano due mutaforme.
Nel 2026 ho fatto lo stesso esperimento, con gli stessi personaggi, per le ragazze e i ragazzi del festival di Internazionale Kids: ho preso due disegni arrivati in redazione e li ho messi in scena insieme a Nox e Dust. Il video si può vedere qui: la coerenza estetica e la struttura dei personaggi non sono più un problema.
Gli studi di produzione più all’avanguardia si stanno già attrezzando per mescolare le riprese fatte dal vero con quelle modificate o generate con ia e, come è già successo con il digitale, sono trainati dagli indipendenti che sperimentano e creano.
Proprio come è successo con la prima telecamera digitale, le ia generative stanno abbattendo i costi della produzione audiovisiva liberando la creatività. Il contraltare l’abbiamo già visto: l’industria e le major se ne approprieranno e la piramide capitalistica, probabilmente, troverà il modo di estrarre sempre più profitto per pochi. Hollywood, in altre parole, non è affatto cooked.
Siccome, però, conosciamo questa dinamica, c’è una buona notizia: possiamo smettere di fare lo stesso errore e lavorare per l’appropriazione di queste macchine, anche per scopi creativi. Le ia amplificano la creatività, non la soffocano e non la appiattiscono. Possiamo decidere come usarle e sarebbe proprio ora di farlo.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Artificiale.
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Cosa succede nel mondo dell’intelligenza artificiale. Ogni venerdì, a cura di Alberto Puliafito.
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