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Alexandra Elbakyan, pirata o eroina?

Aleksandra Ėlbakjan ai Wikipedia awards, 2016 (Wikipedia)

A settembre del 2011, ad Almaty, in Kazakhstan, l’informatica Alexandra Elbakyan ha scritto il codice di un sito per aggirare i paywall degli editori scientifici e mettere gli articoli di ricerca a disposizione di chiunque, gratis. Un furto secondo gli editori. Qualcosa di molto diverso secondo Elbakyan.

“Per la mia tesi”, ha raccontato a Repubblica nel 2017, “dovevo consultare una trentina di studi. Il costo medio era di 30 dollari l’uno. Troppo per me. Così mi rivolsi alla rete: avevo già scaricato gratis libri tecnici da siti pirata, pensavo di poter fare lo stesso per gli studi. In realtà non era così facile. Ma trovai una community di hacker dove mi spiegarono i modi in cui si potevano aggirare i paywall. E in un paio d’anni lanciai Sci-Hub”.

Il problema dell’accesso alla ricerca non è sentito solo da Elbakyan. Come spiega Il Tascabile, “il grosso della scienza del pianeta è dietro un paywall, sotto accesso a pagamento. Se la scienziata o lo scienziato sono fortunati (o privilegiati) il loro istituto avrà sottoscritto, a caro prezzo, un abbonamento con l’editore che possiede il copyright della rivista di interesse. Altrimenti, la ricerca rimarrà inaccessibile, a meno di non voler pagare di tasca propria, di nuovo a caro prezzo”.

Già nel 2012, per esempio, un gruppo di matematici aveva lanciato una campagna per rendere più equo l’accesso agli studi scientifici: era stata sottoscritta da più di ventimila ricercatori.

Ma gli editori non sono d’accordo con loro e non gradiscono la pirateria di Elbakyan. Nel 2015 la Elsevier, un colosso dell’editoria scientifica che pubblica oltre cinquecentomila articoli all’anno, ha intentato una causa per violazione del copyright proprio contro Elbakyan e Sci-Hub presso un tribunale federale degli Stati Uniti. Negando la legittimità della giurisdizione del tribunale in materia di conoscenza scientifica, Elbakyan si è rifiutata di partecipare al processo. È stata condannata in contumacia al pagamento di 15 milioni di dollari a titolo di risarcimento.

Ma il mondo della ricerca non affatto è compatto contro di lei. Anzi. A dicembre del 2016 la rivista scientifica Nature l’ha inserita nella lista delle dieci persone che hanno fatto cose importanti per la scienza quell’anno. Ars Technica l’ha paragonata all’attivista Aaron Swartz e il New York Times a Edward Snowden.

Nel 2017 c’è stata un’altra causa, questa volta dell’American chemical society, e un’altra condanna a risarcire 4,8 milioni di dollari.

Una rete di mutuo soccorso

Nel 2019 il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha ipotizzato che Elbakyan agisse in coordinamento con l’intelligence militare russa e che il suo progetto fosse, in realtà, un modo per diffondere segreti militari statunitensi classificati, mascherato da campagna accademica per l’open access. Elbakyan ha sempre negato queste accuse, ribadendo continuamente, ancora oggi, di aver scritto il codice del suo sito da sola.

Nel 2020 Elbakyan è stata citata in tribunale anche in India. Questa volta si è fatta difendere da un avvocato e, per evitare il blocco totale del sito, ha preso un impegno davanti all’alta corte di Delhi: non caricare più gli articoli nuovi di quegli editori.

Poi però ha trovato un modo per aggirare la cosa. Ha creato Sci-Net, una specie di rete di mutuo soccorso fra ricercatori. Funziona così: chi non riesce a leggere un articolo ne inserisce il codice identificativo e pubblica la richiesta; chi ha un accesso istituzionale valido la soddisfa caricando il pdf. Una volta caricato, l’articolo viene copiato per sempre nel database di Sci-Hub e resta libero per tutti, senza registrazione.

Il sito non chiede né email né numero di telefono e ripulisce i file dai watermark che potrebbero rivelare l’università o l’indirizzo ip da cui sono stati caricati. A ricompensare chi carica l’articolo non sono soldi ma i token di una criptovaluta (nata proprio intorno ai due progetti Sci-Hub e Sci-Net) che si ricevono solo dopo che la qualità dell’articolo è stata verificata da chi aveva fatto la richiesta.

L’idea di questo scambio fra pari, che taglia fuori i grandi editori, è alla base di un movimento che si chiama scienza decentralizzata. Elbakyan la chiama “economia della conoscenza”.

Nel 2023 la Electronic frontier foundation (Eff) le ha dato un premio per il suo lavoro, citando esplicitamente la sua idea che “limitare l’accesso all’informazione e alla conoscenza violi i diritti umani.”

Caricando articoli nuovi su Sci-Net, però, Elbakyan ha violato l’impegno che aveva preso con il tribunale indiano. Così il 19 agosto 2025 l’alta corte di Delhi ha ordinato di bloccare Sci-Hub e Sci-Net in tutta l’India.

Fra riconoscimenti e condanne, fra chi la accusa di essere una ladra e chi la definisce un’eroina, quindici anni dopo la nascita di Sci-Hub, i progetti di Elbakyan esistono ancora, hanno archiviato 88 milioni fra articoli e libri scientifici e soddisfano decine, forse centinaia di migliaia di richieste al giorno. Sono diventati due fra i siti più usati dai ricercatori di tutto il mondo e rappresentano un vero paradosso: odiati dagli editori, sono l’infrastruttura digitale clandestina su cui si appoggia buona parte della ricerca (non solo nel sud del mondo ma anche nelle università ricche che gli abbonamenti li pagano già).

Ma i paradossi non sono finiti, perché quello stesso archivio, costruito e difeso come bene comune, oggi serve anche ad addestrare le intelligenze artificiali generative di aziende che producono modelli chiusi e proprietari.

Lo si è scoperto leggendo i documenti del processo Kadrey contro Meta, resi pubblici all’inizio del 2025. In un promemoria interno, un dipendente della Meta annotava che la qualità dei testi in Sci-Hub è alta e che sono “ottimi dati su cui imparare, in particolare per conoscenze molto specializzate”. Per procurarsi quel materiale la Meta ha scaricato più di ottanta terabyte di testi piratati usando il celebre Anna’s Archive, un’enorme libreria pubblica di libri piratati. E infatti la Elsevier, insieme ad altri quattro editori, ha fatto causa anche alla Meta.

Per sviluppare ancora di più il suo progetto continuando a restituire al pubblico ciò che il privato tenta di chiudere, il 24 maggio 2026 Elbakyan ha annunciato lo Sci-Bot. È un assistente di ricerca basato sulle intelligenze artificiali, il cui codice è stato scritto dall’informatica proprio usando un’ia. Lo Sci-Bot cerca nel database, recupera gli studi più pertinenti e costruisce la risposta citando le fonti, con i link agli articoli. È ancora in versione alpha e gli mancano gli articoli più recenti, ma il principio è sempre quello: restituzione del sapere alla collettività.

Questa storia non finisce, ma ci costringe a prendere posizione. Se davvero ci interessa che la conoscenza scientifica resti un bene comune, la risposta non può essere un copyright ancora più rigido, che consegnerebbe i modelli più avanzati a un pugno di aziende statunitensi e cinesi e renderebbe più povere tutte le altre. La risposta è un’infrastruttura pubblica e indipendente, dove i dati prodotti non abbiano più bisogno di essere liberati con atti di pirateria ma servono invece a costruire conoscenza e modelli di tutti. Di questa idea, però, rimane traccia solamente negli appellicome quello dell’associazione Cairne e nell’attivismo di persone come Elbakyan.

Questo testo è tratto dalla newsletter Artificiale.

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