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La passione di ragazze e ragazzi per Enrico Berlinguer

Roma, 23 febbraio 2024. La mostra I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer, al Mattatoio. (Tania, Contrasto)

La coda per entrare era lunga anche domenica 25 febbraio, ultimo giorno della mostra su Enrico Berlinguer, organizzata a Roma dall’associazione che porta il suo nome. Alla fine, nei poco più di due mesi di apertura sono stati più di 65mila i visitatori: una moltitudine forse inattesa in queste proporzioni, che mostra il sentimento ancora vivo per uno dei politici più amati a sinistra. Ma che forse racconta molto anche dell’aria che tira in quel campo di questi tempi.

Nei due padiglioni dell’ex Mattatoio di Roma erano raccolti appunti, immagini e fotografie. Si potevano ascoltare le registrazioni di alcuni degli interventi più significativi del segretario del Partito comunista italiano (Pci), o guardare le immagini della folla infinita che accompagnò i suoi funerali, il 13 giugno 1984. C’erano anche alcuni libri della sua biblioteca privata, da cui si poteva ricavare il ritratto di un giovane Berlinguer decisamente affascinato dalla filosofia. E c’erano alcuni oggetti come gli occhiali che indossava a Padova, il giorno dell’ultimo comizio.

Erano insomma ricostruite la vita politica di Berlinguer, la sua dimensione privata e quella internazionale, e naturalmente gli anni della sua segreteria tra il 1972 e il 1984. Furono tempi difficili per l’Italia, colpita duramente dalle stragi fasciste e dal terrorismo. Ma furono anche gli anni della costruzione dello stato sociale e dell’affermazione dei diritti, di cui il Pci fu protagonista, per quanto all’opposizione, “poiché all’epoca”, osserva Ugo Sposetti, presidente dell’associazione Enrico Berlinguer, “le riforme passavano per il parlamento, e non venivano imposte a forza di decreti come succede oggi”.

In mostra c’era un pezzo di storia italiana, ma a sorprendere è stata soprattutto la cronaca, per così dire, e dunque proprio la grande folla di persone che ha attraversato quei due padiglioni fin dal 15 dicembre 2023, quando l’esposizione è stata inaugurata. Non si è trattato di una folla animata da nostalgie o reducismo. Non del tutto, almeno. Molti sono stati i giovani, moltissime le ragazze. “I primi giorni”, racconta Sposetti, “sono venute soprattutto persone di una certa età. Dopo l’epifania l’età si è abbassata”.

I più anziani spesso sono venuti a cercare se stessi nelle foto, nei ritagli di giornale, nell’eco delle parole del leader comunista. I ragazzi, invece, soprattutto strumenti per interpretare l’attualità. “In queste settimane ho incontrato molte persone, con loro ho parlato, a volte le ho accompagnate lungo la visita”, spiega Melissa Mongiardo, che ha collaborato all’organizzazione e che racconta della “scoperta da parte di molti ragazzi e ragazze di un mondo dagli orizzonti più larghi rispetto a quello che vedono ogni giorno”.

“Berlinguer”, osserva lo storico Alexander Höbel, tra i curatori della mostra, “aveva una prospettiva lunga ed era in grado di ragionare su scala globale, ma possedeva anche un grande realismo. E questo modo alto e al tempo stesso concreto di fare politica sta colpendo molto soprattutto i più giovani, che scoprono uno strumento di trasformazione profonda della società che oggi non abbiamo più, ma che era una presenza forte e diffusa mezzo secolo fa”.

La crisi degli anni novanta

Secondo Sposetti, “che ci sia voglia di politica tra i ragazzi è evidente. Lo dicono le manifestazioni di questi giorni”. D’altra parte, “di fronte alle guerre”, aggiunge, “i leader sanno parlare solo di armi. Non c’è una parola in difesa delle bambine e dei bambini che di quelle guerre sono vittime”. Ed è una cosa che Sposetti ripete più volte, e ogni volta torna a sorprendersi. “Forse è così”, dice, “perché la mia generazione ha vissuto i racconti familiari di due guerre”. O invece è così, come qualcuno ha scritto nel grande libro delle firme della mostra, perché “oggi manca un partito e un’idea della politica come ricerca, ascolto e partecipazione”.

È un’osservazione piuttosto fondata, a maggior ragione in un momento come quello attuale in cui la sinistra, anche quando vince come è appena successo in Sardegna, dà comunque la sensazione di faticare a costruire un orizzonte politico vero e proprio. E, invece di inseguire pensieri lunghi, continua ad animarsi solo attorno a singole battaglie, senza una prospettiva che le trasformi in un’idea di società.

Si tratta evidentemente dell’estrema conseguenza della crisi politica che nei primi anni novanta del novecento spazzò via idee e partiti popolari, sostituiti rapidamente da strutture verticali costruite attorno a leader carismatici. Venne meno così la dimensione comunitaria della politica, che diventò strumento di affermazione personale, mentre gli avversari si trasformarono in nemici tout court. In questo nuovo contesto, che è quello della cosiddetta seconda repubblica, una sinistra sempre più evanescente smise perfino di difendere la propria storia, spesso la rimosse, accontentandosi di una visione monocorde della realtà. Per questo, una volta trasformata la politica in un’ossessione tattica, iniziò a sfuggire ogni complessità, ogni possibilità critica, ogni ipotesi alternativa a quella dominante. “There is no alternative”, non c’è alternativa, ripeteva non a caso la premier inglese Margaret Thatcher negli stessi anni in cui la destra conservatrice stava cominciando a costruire il mondo neoliberista in cui ancora oggi viviamo.

C’è stato invece un tempo in cui la sinistra non aveva paura delle idee, dai diritti civili al lavoro, al Medio Oriente. In mostra per esempio c’erano anche due foto di Berlinguer insieme a Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), all’epoca non ancora premio Nobel per la pace. Furono scattate entrambe a Roma nel 1982. In quegli stessi mesi il segretario del Pci affermò che “il fatto che la lotta dei palestinesi si esprima anche in forme terroristiche, e come tali da respingere e da condannare, non può far dimenticare il dramma di questo popolo senza territorio, senza stato, privato di identità nazionale, e non può far dimenticare le responsabilità di coloro, come i dirigenti dello stato di Israele, che cercano di cancellare questa realtà con i metodi della repressione e della rappresaglia di massa”.

Sono parole che sembrano descrivere quello che succede anche in questi giorni. Ma su questo tema si potrebbero ricordare anche altri due celebri discorsi, peraltro di tenore decisamente più ruvido. Il primo pronunciato alla camera dal segretario del Partito socialista italiano (Psi) Bettino Craxi nel 1985, quando era presidente del consiglio, in cui affermò di non contestare “la legittimità del ricorso alla lotta armata” da parte dell’Olp. Il secondo pronunciato nel 2006 in senato da Giulio Andreotti, esponente di primo piano della Democrazia cristiana (Dc), sette volte presidente del consiglio, secondo cui “ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento, da cinquant’anni fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un avvenire, sarebbe un terrorista”.

Si può essere d’accordo o in disaccordo con queste posizioni. Non è però il contenuto politico di quei discorsi che qui interessa. Ciò che colpisce è l’ampiezza che raggiungeva senza scandalo il dibattito pubblico in quegli anni di idee forti. Quel mondo ovviamente non esiste più, e sembra essersi portato via anche il coraggio di riconoscersi e parlarsi tra avversari, insieme alla capacità della politica di ragionare sulla realtà per trasformare la società. E ha lasciato il posto a un riformismo così sbiadito e timido da tradire la sua natura schiettamente conservatrice.

Tutto questo forse spiega almeno una parte del fascino che Berlinguer esercita ancora, anche su persone nate tanti anni dopo la sua morte, e in un paese ormai molto diverso da quello che lo vide segretario del Pci. Come per esempio Alice, che sul grande libro delle firme ha scritto: “Grazie da una neo iscritta 30enne del Pd. Ho scoperto una figura che mi parla molto”.

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