Le nuove carceri di Trump
Se sorvolassimo gli Stati Uniti su un aereo a bassa quota, vedremmo spuntare qua e là – soprattutto nelle aree meno abitate e fuori dalle grandi città – enormi scatole rettangolari appoggiate a terra. Ce ne sono di due tipi: quelle che ospitano le macchine che servono a sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale, e quelle in cui vengono rinchiuse le persone che il governo vuole cacciare dal paese. Hanno in comune il fatto di essere il frutto di progetti contestati da chi ci vive intorno, ma la distanza tra le loro funzioni rivela le contraddizioni degli Stati Uniti di oggi: da una parte la corsa verso un futuro rivoluzionato dalla tecnologia, dall’altra il progetto di rifondare una società omogenea dal punto di vista razziale, in sostanza bianca.
Per sostenere il suo piano di espulsioni, l’amministrazione Trump ha avviato un’espansione senza precedenti del sistema di detenzione. L’obiettivo è creare una rete capillare di centri in grado di ospitare decine di migliaia di persone in attesa di essere espulse. Il progetto prevede la riconversione di 23 grandi magazzini industriali, con una capienza complessiva fino a ottantamila posti e una spesa che dovrebbe superare i 38 miliardi di dollari. In fondo ha senso che gli immigrati arrestati finiscano in edifici di questo tipo: Todd Lyons, direttore dell’Ice, ha detto di voler trasformare l’agenzia in un colosso logistico come Amazon o FedEx, “ma per gli esseri umani”.
I luoghi scelti si trovano in diverse parti del paese, spesso in aree industriali vicine ad autostrade e aeroporti. Si tratta per lo più di capannoni vuoti, pensati per lo stoccaggio di merci, che il dipartimento per la sicurezza interna (Dhs) vuole trasformare in centri con dormitori, mense, ambulatori, aree per colloqui legali e spazi ricreativi.
Questi piani stanno suscitando forti contestazioni. Molti edifici non sembrano adatti a ospitare delle persone: a Chester, nello stato di New York, l’ex deposito della catena Pep Boys è noto per il caldo soffocante d’estate; a Roxbury, nel New Jersey, i residenti temono che l’impianto idrico locale non regga; a Oklahoma City l’edificio è a poca distanza da una scuola elementare e da una chiesa.
Sindaci e amministratori locali denunciano di essere stati informati a decisioni già prese e temono ripercussioni su servizi pubblici, fognature, traffico e sicurezza. In almeno quindici comunità ci sono state manifestazioni di protesta e assemblee cittadine molto partecipate. Le critiche non arrivano solo dai democratici e dagli attivisti progressisti che contestano le politiche migratorie di Trump. Anche politici repubblicani locali lanciano allarmi su strutture “inadeguate” e costi sociali troppo alti.
Le preoccupazioni riguardano anche il rispetto degli standard federali: garantire ventilazione adeguata, isolamento sanitario e cure mediche in enormi spazi industriali richiede lavori complessi, difficili da completare nei tempi rapidi previsti dal dipartimento. Il tema sanitario è diventato centrale dopo che sono emersi dei casi di morbillo nel South Texas family residential center di Dilley, il principale centro di detenzione per famiglie del paese, che ospita circa 1.100 persone tra adulti e bambini. Il morbillo è una delle malattie più contagiose e si diffonde rapidamente in ambienti affollati e poco ventilati. In un contesto nazionale in cui i casi sono tornati a crescere, il rischio di focolai nei centri di detenzione preoccupa gli esperti di salute pubblica.
Famiglie divise
Dilley merita un approfondimento. È la stessa struttura in cui, il mese scorso, sono stati rinchiusi Liam Conejo Ramos, cinque anni, e suo padre Adrian Conejo Arias, arrestati dagli agenti dell’Ice durante un’operazione a Minneapolis (nel frattempo sono tornati a casa, ma il governo sta facendo di tutto per cacciarli dal paese). La struttura è gestita da una società privata, la CoreCivic, e si trova a circa cento chilometri a sud di San Antonio. È un vasto complesso di roulotte e dormitori, circondato da un’alta recinzione. È stato inaugurato durante l’amministrazione Obama per far fronte al flusso sempre più grande di famiglie latinoamericane che attraversavano il confine. Nel 2021 il presidente Joe Biden aveva liberato il centro, sostenendo che gli Stati Uniti non dovessero detenere dei bambini.
Appena tornato alla Casa Bianca, Trump ha ripristinato la politica di detenzione delle famiglie. Durante il suo primo mandato, la pratica di separare i figli dai genitori al momento dell’arresto al confine era stata bloccata dai tribunali federali e travolta da un’ondata di indignazione pubblica. Stavolta sarebbe stato diverso, hanno assicurato i funzionari dell’amministrazione, perché a Dilley le famiglie sarebbero rimaste insieme.
Negli ultimi dieci mesi, mentre il giro di vite al confine faceva crollare gli attraversamenti irregolari e aumentavano invece gli arresti di immigrati all’interno del paese, è cambiato il profilo delle persone rinchiuse nel centro texano: non più solo famiglie appena entrate negli Stati Uniti, ma genitori e bambini che ci vivevano da tempo, abbastanza da aver messo radici e costruito reti di parenti, amici e sostenitori pronti a mobilitarsi contro la loro detenzione. È in questo spostamento – dal confine all’interno del paese, dai nuovi arrivati a residenti ormai inseriti nelle comunità – che si coglie la differenza più netta tra il primo e il secondo mandato di Trump.
La giornalista Mica Rosenberg di ProPublica è riuscita a raccogliere le storie di alcuni dei bambini detenuti a Dilley, incontrandoli di persona, parlandoci in videochiamata o facendosi mandare delle lettere (che spesso contenevano solo disegni). Ecco alcune delle testimonianze.
Ariana Velásquez, 14 anni, viveva a Hicksville, New York. Quando Rosenberg l’ha incontrata, era nel centro da 45 giorni insieme alla madre. “Dal giorno in cui siamo state arrestate a Manhattan, la mia vita si è fermata all’improvviso”, ha scritto in una lettera. Racconta che i fratellini (nati negli Stati Uniti) non vedono la madre da più di un mese: “Sono molto piccoli e quando cresci hai bisogno di entrambi i genitori”. Di Dilley dice: “Da quando sono arrivata in questo centro sento solo tristezza, soprattutto depressione”.
Susej Fernández, 9 anni, venezuelana, fermata a Houston, ha scritto: “Sono da 50 giorni a Dilley. Vedere come vengono trattati gli immigrati come me cambia la mia prospettiva sugli Stati Uniti. Io e la mia mamma siamo venute qui cercando un posto sicuro dove vivere”.
Gaby M.M., 14 anni, colombiana, denuncia il comportamento delle guardie: “I lavoratori trattano le persone in modo disumano, verbalmente, e non voglio immaginare come si comporterebbero se non fossero controllati”.
Maria Antonia Guerra, 9 anni, ha disegnato se stessa e la madre con il badge identificativo al collo. Accanto al ritratto ha scritto: “Non sono felice, per favore fatemi uscire da qui”. In un’altra lettera racconta: “Sono in una prigione e sono triste. Sono svenuta due volte qui dentro. Quando sono arrivata piangevo ogni notte e ora non dormo bene”.
Gustavo Santiago, 13 anni, che viveva in Texas, ha detto che non vuole tornare nel Tamaulipas, in Messico. “Ho amici, scuola e famiglia qui negli Stati Uniti. Fino a oggi non so cosa abbiamo fatto di sbagliato per essere detenuti”. E ha aggiunto: “Mi sento che non uscirò mai da qui. Vi chiedo solo di non dimenticarvi di noi”.
Una ragazza venezuelana di 12 anni ha scritto: “Mi avevano detto che sarei rimasta qui solo 21 giorni, ma sono già più di due mesi che mi sveglio e mangio sempre le stesse cose”. Parlando dell’infermeria, aggiunge: “Quando vai dal dottore ti dicono solo di bere più acqua, e la cosa peggiore è che sembra che sia proprio l’acqua a far star male le persone qui”.
Spiega la giornalista: “Tra i registri che abbiamo ottenuto delle chiamate al 911 e alle forze dell’ordine riguardo alla struttura da quando ha ricominciato ad accogliere famiglie la scorsa primavera, ho trovato richieste di aiuto per bambini piccoli con difficoltà respiratorie, una donna incinta svenuta e una bambina in età scolare con convulsioni. Le autorità locali sono state chiamate anche per tre casi di presunte aggressioni sessuali tra i detenuti”.
Anche le storie dei genitori sono emblematiche della strategia della Casa Bianca, che consiste nel traumatizzare il più possibile le persone prese di mira e le loro comunità di riferimento. Nonostante la promessa di Trump di perseguire i criminali violenti, la grande maggioranza degli adulti portati a Dilley nell’ultimo anno non aveva precedenti penali negli Stati Uniti, spiega Rosenberg. “Ad alcuni dei genitori con cui ho parlato era scaduto il visto. Molti avevano presentato domanda di asilo, avevano sposato cittadini statunitensi ed erano in attesa di visto permanente o avevano ottenuto un permesso temporaneo per motivi umanitari: sono stati arrestati quando si sono presentati volontariamente ai controlli regolari per la richiesta d’asilo negli uffici dell’Ice”.
Diana Crespo, una bambina venezuelana di sette anni che viveva a Portland, è stata arrestata insieme alla famiglia dagli agenti dell’immigrazione fuori da un ospedale dov’era stata portata per cure di emergenza.
Il New Yorker invece ha raccontato le condizioni di vita nella California City Ice detention facility, nel deserto del Mojave. Partendo dalla storia di Karam, detenuto con un’ulcera cronica: trasferito nel centro senza ricevere le cure adeguate, ha smesso di mangiare per protesta, ha vomitato sangue ed è svenuto, ma per settimane non ha visto uno specialista.
Secondo l’articolo, casi simili sono frequenti: ritardi nelle visite, farmaci negati o somministrati in modo irregolare, condizioni igieniche precarie e personale sanitario insufficiente. Anche questa struttura è gestita dalla CoreCivic, che ha ottenuto dal governo un contratto da 130 milioni di dollari all’anno. Si trova in una zona isolata e difficile da raggiungere anche per gli avvocati. Secondo avvocati e attivisti, le condizioni nella struttura sarebbero così dure da spingere alcuni a rinunciare alle richieste d’asilo e ad accettare volontariamente di lasciare il paese pur di uscire dalla struttura.
Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.
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