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Il fumo della repressione

I lacrimogeni tirati in tangenziale durante lo sciopero generale del 3 ottobre 2025 a Bologna (Michele Lapini)

Da un po’ di tempo Lince non usa più la benda sull’occhio che l’ha accompagnata per molte settimane. La luce non le dà più fastidio, le ferite sono ormai quasi invisibili e il verde dell’iride spicca di nuovo tra i capelli scuri che le incorniciano il viso. “Poteva andare molto peggio”, mi dice quando la incontro. “Il nervo ottico non è stato danneggiato e questo permette ai miei occhi di muoversi insieme nella stessa direzione, anche se uno è completamente cieco”.

Lince ha 33 anni e il 2 ottobre scorso è stata colpita al volto da un lacrimogeno durante una manifestazione per la Palestina a Bologna. “È successo tutto in pochi minuti”, dice. “La polizia avanzava, sparando lacrimogeni a raffica. Ho provato ad allontanarmi ma dietro c’erano troppe persone, non avevo vie di fuga. Ho sentito un dolore lancinante e sono caduta: non vedevo niente, mi sono portata la mano all’occhio e ho sentito che stavo sanguinando”.

Oggi, a causa di quell’incidente, non è ancora tornata al lavoro e non ha ripreso a guidare. Nel frattempo ha richiesto il riconoscimento dell’invalidità: “La vita è cambiata: la mia autonomia è fortemente compromessa, ma giorno dopo giorno mi sto abituando a questa nuova routine”.

Da quando ha deciso di raccontare pubblicamente la sua storia ha scelto di farsi chiamare Lince, per tutelare la sua identità: a dicembre ha lanciato la campagna Lince. Occhio sugli abusi, che nasce da un lato per raccogliere fondi per le sue spese mediche e legali, dall’altro per mettere insieme altre segnalazioni di violenze della polizia. In pochi mesi sono arrivate una trentina di testimonianze da tutta Italia.

Un disegno ben preciso

Raccontando quello che le è successo agli amici, agli operatori sanitari, agli avvocati e alla procura, all’inizio non poteva neanche commuoversi, perché il solo fatto di piangere o soffiarsi il naso avrebbe compromesso la sua ripresa. Viveva nella penombra, aspettando che il tempo passasse e che le ferite migliorassero.

È rimasta in ospedale per due settimane, sottoponendosi a due interventi chirurgici. Alla fine i medici le hanno detto che il candelotto lacrimogeno ha causato delle fratture al setto nasale e all’osso orbitale e temporale, e uno scoppio del bulbo oculare. Il risultato è che non può neanche pensare a un trapianto, perché la cicatrice interna è troppo grande.

Ci sono diversi video, foto e testimonianze che mostrano i momenti in cui, quella sera, le forze dell’ordine hanno lanciato decine di lacrimogeni, alcuni anche direttamente contro i manifestanti. L’aria si era riempita di fumo, le persone scappavano. “Ero ferita, non vedevo niente, ma la mia amica mi ha sollevato e siamo corse via”, racconta Lince. “A un certo punto l’ho sentita urlare, mi sono buttata a terra e siamo state picchiate. C’è un video in cui si vedono alcuni agenti che ci colpiscono con i manganelli. Ricordo che cercavo di essere vigile, ma in realtà avrei voluto solo concentrarmi sul mio corpo e sul dolore”.

Quello di Lince non è un caso isolato: dopo l’approvazione del decreto sicurezza del governo Meloni nel giugno 2025, l’uso dei lacrimogeni per disperdere i manifestanti è diventato più frequente. Il caso più recente è quello dello scorso 31 gennaio a Torino, dove sono stati usati centinaia di lacrimogeni contro il corteo che protestava per lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Molti sono stati lanciati anche contro le persone, un comportamento vietato dalla legge.

Lince, 2 ottobre 2025, Bologna

Un mese prima, sempre a Torino, i lacrimogeni erano stati usati anche vicino a un ospedale. Il 14 ottobre a Udine, in occasione della partita di calcio Italia-Israele, Amnesty international ha denunciato un uso “massiccio” di gas lacrimogeni contro un piccolo gruppo di manifestanti: la questura ha detto di averne usati circa 150.

Situazioni del genere si erano create anche prima dell’approvazione del decreto sicurezza: il caso più noto è quello delle manifestazioni contro il G8 di Genova del 2001, durante le quali furono lanciati 6.200 lacrimogeni. Mentre nel 2011, durante una protesta del movimento No-Tav, un candelotto colpì alla testa un ragazzo di 16 anni, Yuri Justesen, che ha perso parte dell’udito. “Il mio non è un incidente, non è un caso sfortunato”, afferma Lince. “È il risultato di un disegno ben preciso”.

Contromisure

I lacrimogeni sono armi chimiche in dotazione alle forze dell’ordine italiane dal 1991. Fanno parte delle armi cosiddette meno letali, perché non sono progettate per uccidere, ma comunque possono avere conseguenze molto gravi, soprattutto se usate non rispettando le procedure. Questi gas producono effetti irritanti che durano da cinque a dieci minuti, ma essendo sostanze tossiche possono comportare una serie di conseguenze sulla salute anche a lungo termine, come problemi respiratori, cutanei o danni alla vista.

L’uso dei lacrimogeni risale alla prima guerra mondiale, ma è negli anni cinquanta che fu commercializzato il gas Cs, di gran lunga il più diffuso al mondo. Da quel momento le forze di polizia di vari paesi cominciarono a usarlo durante le proteste di piazza: l’immagine più rappresentativa risale al 1969, quando durante le manifestazioni degli studenti dell’università di Berkeley, negli Stati Uniti, un elicottero usò i lacrimogeni sulla folla.

Ma i pericoli possono riguardare anche chi non partecipa alle proteste: i lacrimogeni si diffondono velocemente nell’atmosfera, sono trasportati dal vento ed entrano negli edifici vicini. Per questo negli anni si sono diffusi metodi su come prepararsi e reagire: il progetto RiotId – condotto dal Civic media hub dell’università di Bournemouth, nel Regno Unito, e della fondazione Omega research – mette a disposizione una guida in otto lingue (tra cui l’italiano) per identificare il tipo di gas, fornire un primo soccorso e monitorare eventuali violazioni.

Ci sono diversi casi documentati in cui i lacrimogeni sono stati usati come armi offensive: Amnesty international ha fatto un’indagine sull’impiego improprio di questi gas in 22 paesi, analizzando quasi cinquecento video.

“Sono diverse le situazioni in cui l’impiego dei lacrimogeni ha causato gravi ferite o morti”, spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia. “Oggi nel nostro paese stiamo assistendo a un preoccupante aumento del loro uso. Non esistono organi di monitoraggio indipendenti per verificare la condotta delle forze dell’ordine e manca un soggetto istituzionale specifico a cui rivolgersi per far valere i propri diritti”.

Regole trasgredite

Le regole su come le forze dell’ordine possono usare i lacrimogeni sono contenute in varie circolari del ministero dell’interno, che però non sono pubbliche. Ma ci sono altre norme di riferimento.

L’articolo 53 del codice penale sancisce il principio di proporzionalità nell’uso legittimo delle armi. E poi ci sono alcuni standard internazionali, come i principi base sull’uso della forza e delle armi da fuoco adottati nel 1990 dalle Nazioni Unite e il codice etico di condotta delle forze di polizia emanato dal Consiglio d’Europa nel 2001.

Secondo queste norme, i gas lacrimogeni devono essere “l’ultima risorsa” e le forze dell’ordine devono prima intervenire con strumenti meno pericolosi. Inoltre, i lacrimogeni non possono essere usati in modo indiscriminato contro la folla o sparati direttamente contro le persone: prima dev’essere dato un avvertimento chiaro e dev’essere lasciato il tempo ai manifestanti di allontanarsi. Infine, questi gas devono essere usati in spazi aperti, dove ci siano vie d’uscita, e non in quantità eccessiva.

La vicenda di Lince sembra andare oltre questi limiti: per questo la procura di Bologna sta portando avanti un’indagine per accertare eventuali responsabilità degli agenti. “I cittadini dovrebbero avere il diritto di esprimere il proprio dissenso e invece siamo di fronte a uno scenario repressivo sempre più duro, che vede una criminalizzazione delle proteste di piazza”, spiegano gli avvocati di Lince, Elia De Caro e Marina Prosperi. “È possibile che, partecipando a una manifestazione, ci si ritrovi in una tale situazione di pericolo? La gestione dell’ordine pubblico diventa essa stessa pericolosa per le persone”. Non solo: “È ancora molto difficile intraprendere processi contro la polizia e lo è ancora di più in questa fase, in cui è allo studio un disegno di legge che prevede un certo grado di immunità delle forze dell’ordine”.

Denunciare insomma non è facile: “C’è uno stigma forte che colpisce le persone che si feriscono in questi contesti, che si sentono accusate di essersela andata a cercare”, conclude Lince. “La verità è che tu vai a manifestare, eserciti un tuo diritto, e la tua vita può cambiare da un giorno all’altro: per questo è ancora più importante chiedere giustizia”.

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