Nel tardo pomeriggio del 31 gennaio un fumo denso si è diffuso per le strade del quartiere Vanchiglia di Torino. È successo poco prima delle 18, quando il corteo nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna è arrivato nei pressi dell’edificio sequestrato in corso Regina Margherita. Al lancio di fuochi d’artificio di un gruppo di manifestanti le forze dell’ordine hanno risposto con i lacrimogeni, e così nel giro di poco tempo il fumo ha coperto tutto.

Il grosso del corteo è arretrato, altre persone si sono accalcate ai lati della strada in cerca di vie di fuga. C’era chi vomitava, chi faticava a respirare, chi correva coprendosi naso e bocca. “Non ho mai visto un lancio così fitto di lacrimogeni, eppure di cortei ne ho fatti”, ha commentato un ragazzo. Era il preludio a due ore di pesanti scontri che hanno spinto la presidente del consiglio Giorgia Meloni a parlare di attacco allo stato. E a promettere una nuova stretta repressiva.

Regolarizzazione e sgombero

Quando lo scorso 18 dicembre le forze dell’ordine sono arrivate a Vanchiglia, quartiere nella parte nordest di Torino, il motivo è stato subito chiaro. Da mesi la tensione politica intorno al centro sociale Askatasuna si era fatta particolarmente aspra e il rischio di uno sgombero era nell’aria.

Askatasuna, nato nel 1996 dall’occupazione di una palazzina in corso Regina Margherita 47, nel tempo ha stretto un forte legame con la comunità del quartiere, offrendo spazi sociali come una palestra, un ambulatorio, una biblioteca e una scuola di italiano, e organizzando eventi culturali come concerti, festival e presentazioni. Molto più difficili sono stati invece i rapporti con le istituzioni, soprattutto a causa del legame tra gli attivisti del centro e la lotta No Tav che nel tempo ha portato a una dura repressione, con tanto di condanne e accuse (poi cadute) di “associazione a delinquere” per diversi di loro.

Nel gennaio 2024 il sindaco di centrosinistra Stefano Lo Russo ha avviato un percorso di regolarizzazione del centro sociale. E si è alzato il livello dello scontro. Da una parte gli attivisti, sostenuti dalla comunità locale. Dall’altra la destra, impegnata in una campagna diffamatoria. In mezzo, il sindaco e la sua giunta, a cercare di mediare.

Lo sgombero è stato voluto dal governo Meloni sulla scia delle indagini per una serie di episodi violenti legati alle manifestazioni per la Palestina. Durante il blitz nell’edificio, che era stato dichiarato inagibile, sono state trovate sei persone e due gatti. Sufficiente, per il sindaco, per porre fine al progetto di regolarizzazione.

Militarizzazione permanente

Lo sgombero ha sconvolto la quotidianità di Vanchiglia. Grate di metallo e camionette di traverso hanno stravolto la viabilità, le scuole sono rimaste chiuse per giorni, i negozi hanno registrato un drastico calo dei clienti. Si pensava che la militarizzazione fosse provvisoria, ma non è stato così.

“I nostri figli ora hanno la percezione di vivere in un posto non sicuro. Non perché davvero ci sia un pericolo, ma perché la presenza di tutte queste forze dell’ordine crea questo effetto e sta lasciando strascichi psicologici”, denuncia Ortensia Romano, portavoce del comitato Vanchiglia insieme. “Con Askatasuna avevamo un rapporto di buona collaborazione. Era una presenza positiva, con loro si condividevano spazi, attività e riflessioni sul futuro del quartiere”.

Il pomeriggio dello sgombero centinaia di persone si sono riunite davanti all’edificio sotto sequestro. La situazione era molto tranquilla fino a quando le forze dell’ordine hanno acceso gli idranti per disperdere il presidio. Il 20 dicembre una manifestazione ha riunito più di cinquemila persone e al termine ci sono stati scontri isolati. Il 14 gennaio nella palestra della scuola Fontana c’è stata un’assemblea per discutere del futuro del quartiere e opporsi alla militarizzazione. La fila di cittadini era così lunga da arrivare in fondo alla via e sono state messe delle casse all’esterno per permettere a tutti di ascoltare.

La polizia durante gli scontri a Torino, 31 gennaio 2026 (Federico Guarino)

Nei giorni prima della manifestazione del 31 gennaio sono comparsi posti di blocco ai caselli dell’autostrada, all’aeroporto e nelle stazioni. Più di settecento persone sono state fermate e identificate in quelle ore.

Al corteo hanno partecipato in almeno cinquantamila, secondo gli organizzatori. I manifestanti si sono mossi per il centro di Torino tra bandiere della Palestina e del Rojava, striscioni di solidarietà ad Askatasuna, slogan contro la repressione del governo, simboli No Tav e carri con la musica. C’erano coppie con bambini nei passeggini, ragazze, ragazzi e anziani.

Arrivati all’imbocco di corso Regina Margherita non c’era alcun presidio delle forze dell’ordine, come a lasciare libera la strada per deviare dal percorso concordato. Ottocento metri più in fondo, davanti a quella che era la sede del centro sociale, barricate di agenti e camionette con idranti e lancia lacrimogeni puntati. Ai fuochi d’artificio e alle bombe carta la polizia ha risposto con un fittissimo lancio di candelotti. E nel fumo calato su Vanchiglia si sono consumate quasi due ore di violenze.

Scontri e abusi

Un piccolo gruppo di manifestanti è andato avanti a lungo con il lancio di oggetti contro le forze dell’ordine, costruendo piccole barricate sull’asfalto e incendiando cassonetti, spazzatura e perfino una camionetta. Gli agenti hanno fatto molte cariche e proseguito con il lancio di lacrimogeni, in molti casi ad altezza uomo e senza fare distinzione tra i manifestanti. Molti, tra quelli estranei agli scontri, sono rimasti intrappolati nel fumo soffocante sul lato nord di corso Regina Margherita, senza vie di fuga.

Con il passare del tempo la situazione è diventata tesa anche nelle vie limitrofe e la sensazione è stata quella di un caos incontrollato. Camionette che sfrecciavano a tutta velocità tra le persone, urtando muretti e fioriere. Squadre di agenti che correvano sui due lati delle strade per manganellare chiunque capitasse a tiro. Lacrimogeni sparati anche contro i palazzi, agenti che si lanciavano in incursioni solitarie contro le frange più violente. Come nel caso del poliziotto che poi è stato brutalmente aggredito da alcuni manifestanti incappucciati.

Rita Rapisardi, una giornalista che collabora con il Manifesto, ha assistito all’episodio e lo ha raccontato. Nelle fasi finali degli scontri, dopo le 18.30, Alessandro Calista, un agente di 29 anni, è stato circondato e colpito da una decina di persone con calci, spintoni e un martelletto, fino a perdere il casco. Uno dei manifestanti ha urlato agli altri di fermarsi, poi un agente è intervenuto portando via il collega.

Intorno alle 18.30 il fotoreporter Federico Guarino si trovava vicino alle camionette. “Avevo appena scattato alcune foto quando un gruppo di agenti si è girato e mi ha buttato per terra”, racconta. La scena, ripresa da un’altra persona, lo mostra colpito dalle manganellate e immobilizzato. “Continuavo a identificarmi come fotografo ma andavano avanti, forse non mi sentivano”. Una volta in piedi è stato portato più indietro per essere identificato. Le immagini mostrano un agente che continua a colpirlo durante il tragitto.

“Tra perquisizioni e controlli mi hanno trattenuto più di un’ora e rilasciato a scontri finiti. Non ho potuto fare il mio lavoro”, conclude Guarino, a cui in ospedale hanno dato cinque giorni di prognosi.

Anche il fotoreporter Francesco Anselmi, dell’agenzia Contrasto, è stato ferito intorno alle 18.30. “Stavo per scattare una foto quando un lacrimogeno mi ha centrato all’inguine. Sono caduto per terra, l’impatto è stato fortissimo. Alcune persone mi hanno soccorso. Me la sono cavata con un grosso livido”, racconta. Secondo Anselmi il 31 gennaio c’è stato un aumento del livello dello scontro da parte delle forze dell’ordine. “I lacrimogeni erano lanciati all’altezza delle persone”, cosa che è vietata dalla legge. “Dovrebbero essere uno strumento per disperdere la folla ma se sono usati come arma diventano molto pericolosi”.

A fine giornata il bilancio è stato di decine di feriti. Tra loro anche Claudio Francavilla, sessant’anni, che intorno alle 18 si è trovato in mezzo a una carica della polizia e, una volta colpito, è stato trascinato dagli agenti e abbandonato sul marciapiede senza che gli fosse prestato soccorso.

È stato ricoverato al centro traumatologico ortopedico, a poche centinaia di metri dall’ospedale Molinette, lo stesso di Calista. Quest’ultimo ha ricevuto la visita della presidente del consiglio Giorgia Meloni, che ha denunciato un “tentato omicidio” nei suoi confronti. Per gli altri feriti, tra cui i due fotoreporter, nessuna vicinanza istituzionale. La Digos ha fatto il giro degli ospedali, identificando e schedando durante il ricovero diversi manifestanti feriti.

Gli scontri alla fine del corteo e le immagini dell’agente colpito da alcuni manifestanti hanno monopolizzato il dibattito politico, offuscando il resto. Tre persone sono state arrestate e 24 denunciate. Il ministero dell’interno Piantedosi ha parlato di più di cento agenti feriti e non ha fatto distinzione tra manifestanti pacifici e violenti, accusando i primi di coprire i secondi. Il governo ha dato un’accelerata all’approvazione del nuovo decreto sicurezza, insistendo sullo scudo penale per le forze dell’ordine e i fermi preventivi.

Nonostante questo, la mobilitazione di Vanchiglia non si ferma. “Il corteo del 31 gennaio è stata solo una tappa, ci saranno presto altri appuntamenti”, sottolinea un’attivista di Askatasuna. “A Torino continuerà a esserci una sorta di mobilitazione permanente contro la militarizzazione di Vanchiglia, ma anche per costruire percorsi più ampi di confronto e partecipazione”.

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