L’ascensore di metallo scricchiola e oscilla nella discesa di dieci minuti fino al livello 68, più di due chilometri sotto la boscaglia che circonda Superior, in Arizona. Gli occupanti escono sotto quella che sembra una pioggia calda dovuta all’acqua che si trova tra il livello 68 e la superficie terrestre. Indossano elmetti, stivali con la punta d’acciaio e tute con i respiratori. Lo stench, un gas maleodorante, viene rilasciato nei tunnel come segnale di evacuazione in caso d’emergenza. Siamo nella parte più profonda di questa miniera del famoso “triangolo del rame” dell’Arizona, uno stato dove si è cominciato a scavare nell’ottocento. La Resolution Copper, l’azienda che la possiede, ha speso più di due miliardi di dollari per le autorizzazioni e lo sviluppo del sito. Ma forse ci vorrà un’altra decina d’anni prima che cominci a estrarre rame, e l’affare resterà incerto fino a quando la corte suprema non avrà emesso una sentenza. La miniera si trova sotto quella che un gruppo di nativi considera una terra sacra, e la battaglia legale ha ritardato l’avanzamento dei lavori. “Il paesaggio verrebbe stravolto per sempre”, dice Terry Rambler, capo del consiglio tribale della riserva San Carlos, che si oppone al progetto. “Questa lotta non è solo per noi oggi. È anche per i miei figli e i miei nipoti”.
La Resolution, invece, prevede che il grande deposito produca abbastanza metallo da soddisfare un quarto della domanda statunitense per almeno quarant’anni. Dal punto di vista economico la situazione sembra ideale per un investimento così importante: la domanda di rame è sostenuta dalla costruzione di nuove reti per la transizione energetica e dal fabbisogno dei centri di elaborazione dati per l’intelligenza artificiale (ia). Secondo l’azienda mineraria Grupo México, questi centri richiedono tra le 27 e le 33 tonnellate di rame per megawatt di potenza, più del doppio rispetto a quelli tradizionali. La Bhp, il più grande gruppo minerario del mondo per valore di borsa e azionista della Resolution, stima che la quantità di rame usato nei centri crescerà di “sei volte entro il 2050”.
A questo si aggiunge la nuova corsa agli armamenti. “Gran parte della domanda di rame è nascosta”, spiega l’imprenditore minerario Robert Friedland. “Il fabbisogno militare di questo metallo non è mai rivelato pubblicamente”. Gli analisti della banca francese Société Générale stimano che nel 2024 la spesa globale per la difesa è cresciuta del 9,4 per cento arrivando a 2.700 miliardi di dollari.
Ma le miniere esistenti, alcune con più di un secolo di storia alle spalle, invecchiano e diventano meno produttive, mentre i nuovi giacimenti sono più difficili da trovare. Negli ultimi anni “le nuove miniere costruite sono state pochissime”, dice Charles Cooper, responsabile della ricerca di rame per la società di consulenza Wood Mackenzie. L’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha dichiarato che entro il 2035 la quantità di rame prodotta nei siti esistenti e in quelli in costruzione soddisferà solo il 70 per cento della domanda globale. Non a caso, le aziende minerarie puntano alle fusioni per aumentare le riserve e abbassare i costi. Gli analisti fanno già i conti con le carenze. La Wood Mackenzie prevede che nel 2026 la mancanza di rame si farà sentire ancora di più. “L’attività mineraria è decisiva per la transizione energetica”, dice Cooper.
I prezzi si sono adeguati: da ottobre il rame ha superato una serie di record. La quotazione di riferimento del London metal exchange ha superato i tredicimila dollari alla tonnellata, mentre due anni fa era di circa 8.500 dollari.
Acquirenti tradizionali
“Sul mercato dei metalli le carenze non possono protrarsi troppo a lungo”, spiega Cooper, facendo notare che in passato le impennate dei prezzi hanno portato a sostituire o ad aumentare l’offerta di altre fonti, come il metallo di recupero. Ma l’analista sottolinea anche che le grandi aziende tecnologiche che costruiscono centri per l’ia sono meno sensibili al prezzo rispetto ai tradizionali acquirenti del settore industriale. Stanno già “superando le offerte dei fornitori di reti su prodotti come i trasformatori”, osserva.
Il mercato del rame è stato distorto dai dazi sulle importazioni voluti da Washington. Molte navi cariche di metallo raffinato sono state spedite negli Stati Uniti prima che entrassero in vigore le tariffe. Vineet Mehra, amministratore delegato della Irh Global Trading, azienda che commercia in minerali, dice che il rame è il “nuovo oro” e sostiene che i prezzi attuali sono destinati a durare a causa dello squilibrio tra domanda e offerta.
Il caso della Resolution è anche un test per l’amministrazione Trump, che vorrebbe dare nuovo impulso al settore minerario statunitense. A dicembre la Casa Bianca ha aggiunto il rame in una lista di minerali indispensabili all’economia nazionale. Vicky Peacey, presidente e direttore generale della Resolution, afferma che l’amministrazione “ha riconosciuto l’ormai decennale carenza di rame” e aggiunge che il progetto gode “sicuramente” di un sostegno bipartisan. La scarsità del metallo è “esattamente il motivo per cui dovremmo sviluppare nuove riserve il prima possibile”.
Nel 1996 la Bhp comprò la Magma Copper Company, che gestiva diverse miniere e una fonderia in Arizona. Ma in seguito, di fronte a una congiuntura negativa del mercato del rame, tagliò molte attività e chiuse definitivamente la fonderia nel 2003. L’anno successivo, con la Rio Tinto, un gruppo minerario con sede nel Regno Unito che gestisce una delle più antiche miniere di rame degli Stati Uniti, fondò la Resolution Copper. Insieme volevano trovare un modo per estrarre le 1,8 miliardi di tonnellate di rame che, secondo le stime, si trovano sotto i terreni della Magma. È uno dei più grandi giacimenti di rame non sfruttati al mondo, ma per accedere alle riserve servirà della dinamite e un tunnel di più di un chilometro dal livello 68.
La nuova spinta verso un’impresa così costosa e complessa dal punto di vista tecnico dipende in parte dal desiderio dei paesi occidentali di non dipendere più dalla Cina per una serie di metalli strategici. Nella battaglia commerciale con gli Stati Uniti, Pechino non ha esitato a usare come arma il controllo della filiera di molti minerali. In realtà la Cina produce solo il 9 per cento circa del rame estratto a livello mondiale ma, secondo le analisi di Benchmark Mineral Intelligence, si arriva al 20 per cento se si considerano i siti minerari che Pechino possiede all’estero.
È improbabile che nel breve termine aprano delle nuove fonderie fuori dal territorio cinese, anche se i politici occidentali lo auspicherebbero
Come per le terre rare, inoltre, il vero dominio sul mercato del rame viene dalla fase di lavorazione. Oggi la Cina controlla la metà della capacità di fusione del rame a livello mondiale. Gli Stati Uniti hanno solo due fonderie di rame operative. La Cina è anche il maggiore consumatore di rame: nel 2025 ha rappresentato il 58 per cento della domanda. Negli ultimi due anni, secondo l’Aie, il principale motore della domanda è stata la rapida espansione della rete energetica cinese. Nei prossimi anni, anche se la crescita cinese dovesse rallentare, la domanda globale di rame sarà sostenuta dall’India e dalle altre economie asiatiche emergenti.
Ma le miniere di rame più grandi stanno invecchiando e di conseguenza cala la qualità del minerale, mentre i costi salgono un po’. Per Máximo Pacheco, presidente della Codelco, il colosso statale cileno del rame, produrre rame diventa ogni anno “più difficile e costoso”. L’incapacità di mantenere la “continuità operativa” e di evitare le interruzioni nell’approvvigionamento è stata vista come il “rischio numero uno” dai commercianti di metalli e dagli imprenditori minerari che si sono riuniti a Londra a ottobre per l’incontro annuale del settore, racconta Pacheco.
Quest’anno ci sono stati gravi incidenti in tre miniere enormi, tra cui la El Teniente della Codelco. Inoltre, i principali produttori di rame, tra cui la Glencore e la Antofagasta, hanno rivisto al ribasso le previsioni di produzione a breve termine.
Una nuova generazione
Gli incidenti hanno anche evidenziato quanto sia rischioso fare affidamento su poche miniere gigantesche. “In questo modo i rischi per l’approvvigionamento globale si concentrano”, afferma Ekbal Hussain, geologo esperto di telerilevamento presso il British geological survey. “Abbiamo bisogno di più rame, ma lo stiamo estraendo da pochi siti di grandi dimensioni”, continua Hussain, sottolineando che solo venti miniere producono un terzo del rame estratto nel mondo. La più grande è Escondida, in Cile, dove la Bhp e la Rio Tinto stanno investendo miliardi di dollari per mantenere e rafforzare la produzione. Sono pochi gli esperti convinti che questa strategia sarà sufficiente, ma trovare una nuova generazione di Escondidas è sempre più difficile. Secondo l’Aie, dei 239 depositi di rame scoperti tra il 1990 e il 2023, solo quattordici sono stati individuati nell’ultimo decennio. “Le cose facili nel nostro settore sono già state fatte”, afferma Kathleen Quirk, amministratrice del più grande gruppo minerario del rame statunitense, la Freeport-McMoRan. Bisognerà esplorare luoghi più remoti o scendere ancora di più in profondità. “In passato c’era una lunga lista di progetti in cui si poteva investire a livello globale, ma oggi si è molto accorciata”, aggiunge Quirk. “Aumentare l’offerta è difficile in questo settore”.
Sviluppare giacimenti noti può essere complicato sul piano politico, oltre che costoso. Le aziende minerarie hanno dovuto fare i conti con la resistenza delle comunità locali anche in paesi come il Cile, dove il settore contribuisce al 12 per cento del pil. L’estrazione del rame richiede molta acqua. A luglio la società di consulenza Pwc ha lanciato l’allarme affermando che con il cambiamento climatico sale il rischio di siccità nelle principali regioni dove si estrae il rame, Cile compreso. A novembre gli analisti del Cru Group hanno affermato che le miniere di rame devono accelerare il ritmo con cui approvano i progetti, avvertendo che il mondo fa sempre più affidamento su quantità di rame “senza precedenti” da miniere che restano solo sulla carta, dato che non ci sono finanziamenti approvati.
Il numero di nuove grandi miniere in cantiere nel breve termine è “terribilmente basso”, dice Albert Mackenzie, analista specializzato nel rame della Benchmark Mineral Intelligence. Gli investitori sono spesso poco entusiasti, aggiunge: “Non solo perché costruire una nuova miniera di rame è complesso, ma anche perché ci sono possibilità di investimento migliori”.
I problemi non mancano neanche nella lavorazione. In Cina negli ultimi anni l’espansione delle fonderie è stata tale che ora non c’è abbastanza rame per alimentare tutti gli impianti a livello globale. Un tempo le aziende minerarie pagavano le fonderie per lavorare il loro minerale: ora è il contrario.
È improbabile che nel breve termine aprano delle nuove fonderie fuori dal territorio cinese, anche se i politici occidentali lo auspicherebbero per ridurre la dipendenza da Pechino. Sono costose da costruire, energivore e offrono esili margini di profitto. La Bhp, che in origine aveva comprato la Magma anche per ottenere l’accesso alla sua fonderia di San Manuel, non ha ancora dichiarato dove invierà la sua quota di concentrato di rame proveniente dalla Resolution. La Rio Tinto prevede di usare il suo impianto nel vicino Utah.
Chi vive in regioni ricche di risorse non sempre è contento di avere una miniera o una fonderia vicino a casa. In Serbia, la persistente opposizione al progetto di scavare una miniera di litio ha costretto la Rio Tinto ad accantonare il piano, in cui aveva già investito milioni di dollari. In Arizona una parte della comunità apache della riserva di San Carlos si è opposta alla Resolution, portandola in tribunale e bloccando il progetto. Anche se a maggio la corte suprema degli Stati Uniti ha dato il via libera al cantiere, ad agosto una corte d’appello federale ha fermato l’inizio degli scavi. Rambler, del consiglio tribale di San Carlos, afferma che i piani della Resolution distruggeranno un territorio, Oak Flat, che alcuni Apache considerano sacro. La Resolution ammette che nel tempo la miniera farebbe sprofondare un’area che include parte di Oak Flat.
Ma non tutti nella riserva apache di San Carlos sono d’accordo con Rambler, anche alla luce di tradizioni diverse e della prospettiva di nuovi posti di lavoro. “Basta dare un’occhiata alla nostra riserva”, ha detto William Belvado, un residente del posto, in una recente riunione della comunità. “Abbiamo forse una buona qualità della vita? No di certo. Ce ne accorgiamo ogni giorno”, ha detto alle persone presenti all’evento, che era stato organizzato dalla Resolution.
Nella riserva la povertà è evidente: molte case sono minuscole, alcune sono capanne o roulotte. Vicino non è raro trovare spazzatura e oggetti usati, oltre a qualche auto rotta o bruciata. Molti, ha aggiunto Belvado, sono disposti a confrontarsi sul progetto con l’azienda mineraria. “Non significa necessariamente che accetteremo tutto”.
◆ L’estrazione e la lavorazione del rame comportano gravi rischi per l’ambiente e per la salute delle persone. Lo dimostra il caso di Puerto Huarmey, in Perù, raccontato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. Gli abitanti di questa località, che si trova sulla costa trecento chilometri a nord della capitale Lima, bevono acqua che sa di metallo. “L’acqua in bottiglia venduta al supermercato è troppo costosa” per un posto dove la maggior parte dei sedicimila abitanti è molto povera e vive in abitazioni con il tetto fatto di lamiere, su cui l’autorità ambientale peruviana ha riscontrato polvere piena di metalli tossici”. Nel 2023 gli abitanti di Puerto Huarmey si sono sottoposti a delle analisi per verificare il livello di arsenico nel loro organismo: 88 persone avevano valori superiori ai livelli fissati dal governo peruviano senza aver mai lavorato in una miniera o in un’acciaieria. Alan Guerrero, un pescatore di 39 anni, aveva 157 microgrammi arsenico nelle urine, quasi otto volte il livello consentito. Se si chiede agli abitanti di Puerto Huarmey quale sia la causa del problema tutti rispondo “il mostro”, scrive la Süddeutsche Zeitung. Il mostro è il porto privato realizzato a poca distanza dal villaggio dalla più grande azienda mineraria del Perù, la Antamina. Qui l’azienda lavora e prepara per le spedizioni marittime il rame e lo zinco che estrae a centinaia di chilometri di distanza, sulle Ande, e li trasporta misti all’acqua attraverso delle lunghe condotte. Un affare ricchissimo per gli azionisti della Antamina, ma pessimo per gli abitanti di Puerto Huarmey, che subiscono sulla loro pelle gli effetti dei prodotti usati per lavorare i metalli. Le sostanze tossiche ormai sono presenti “nell’acqua che bevono, nell’aria che respirano e nel pesce che mangiano”.
Rambler ammette che alcuni componenti della tribù lavorano per la Resolution e che una parte della comunità “è più aperta alla possibilità di trovare impiego nelle miniere”. E aggiunge: “Abbiamo fatto del nostro meglio per spiegare ai membri della tribù la minaccia che la miniera rappresenta per le nostre vite”. I terreni sacri sono “come una chiesa. I cristiani non scaverebbero sotto le loro chiese”.
Comprare quote
Viste le complicazioni di costruire nuove miniere dal nulla, le aziende più grandi e ricche in genere preferiscono comprare quote o espandere siti già esistenti. La corsa al rame sta portando a quello che potrebbe essere l’affare minerario del 2026: la fusione da cinquanta miliardi di dollari tra i gruppi Anglo American e Teck Resources, che possiedono siti adiacenti in Cile. L’accordo renderebbe la Anglo Teck il quinto maggiore produttore di rame al mondo, secondo le analisi di Benchmark.
Cresce anche l’interesse per il riciclo, le nuove tecnologie e l’estrazione di rame da materiali considerati in precedenza di scarto. L’amministratore delegato della Bhp, Mike Henry, ha dichiarato che l’azienda sta considerando l’ipotesi di riaprire miniere di rame chiuse, e anche la possibilità di estrarre il metallo da cumuli di rifiuti in Arizona. Anche altre aziende minerarie, tra cui la Freeport, hanno progetti simili.
“Parte di ciò che è estratto oggi non sarebbe stato economicamente sostenibile dieci anni fa”, afferma la Benchmark. Ma l’aumento dei prezzi del rame e le nuove tecnologie “potrebbero allungare la vita delle miniere”. Natalie Scott-Gray, analista dell’intermediario di materie prime StoneX, prevede che entro il 2030 il mercato del rame “registrerà un deficit strutturale da cui sarà molto difficile uscire”. In questo scenario, vinceranno “i paesi che hanno accumulato scorte” o che controllano la capacità produttiva. Questa scarsità potrebbe ancora dare delle sorprese sul lato dell’offerta o della domanda, aggiunge Scott-Gray. Ma “il risultato finale sarà comunque l’aumento costante dei prezzi”. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati