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Un libro quasi impossibile ha vinto il premio Strega europeo

La premiazione di Leila Guerriero (al centro) con la traduttrice Maria Nicola (a destra) e il direttore della Fondazione Bellonci Stefano Petrocchi (a sinistra). Torino, 17 maggio 2026 (Fondazione Circolo dei lettori)

“Il mio caso non fu l’unico. Perché sei viva, che cosa hai dovuto fare per sopravvivere? Il peso di questo sospetto ha gravato sulla maggioranza dei sopravvissuti. C’era una frase molto famosa all’epoca che diceva ‘vivi li abbiamo lasciati, vivi li rivogliamo’, ma quando riemergemmo vivi si scoprì che non ci rivolevano più. Se eravamo vivi era perché avevamo fatto qualcosa di male, perché avevamo tradito”, ha detto in un’intervista Silvia Labayru, rapita nel 1976, durante la dittatura del generale Jorge Videla in Argentina e rinchiusa nel carcere dell’Escuela de mecánica de la armada (Esma).

Labayru era una leader dei montoneros, un gruppo di estrema sinistra che si opponeva al regime anche con la lotta armata. E quando fu rapita era incinta di cinque mesi. All’Esma fu torturata e costretta a partorire in prigione. Poi rilasciata un anno e mezzo dopo. D0po la sua liberazione, però, non fu accolta dai suoi compagni, ma isolata e circondata da sospetti.

I compagni di lotta non si capacitavano del fatto che fosse tra i pochi sopravvissuti e l’accusarono di complicità con i suoi aguzzini. La sua storia è raccontata dalla giornalista argentina Leila Guerriero nel libro La chiamata (Sur 2025), che ha ricevuto il Premio strega europeo il 17 maggio al Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino, insieme alla traduttrice del libro dallo spagnolo, Maria Nicola.

La vittoria non era scontata, innanzitutto perché Guerriero non ha un passaporto europeo. È un’argentina di origine italiana, nipote di emigranti lucani arrivati in Sudamerica all’inizio del novecento. Ha potuto partecipare al premio solo perché il suo libro è uscito in prima edizione in Spagna, dove l’autrice vive.

Ma la vittoria di questo testo è ancora più sorprendente, perché si tratta di un’opera di non fiction.

Guerriero, che è una delle principali esponenti della scuola del giornalismo narrativo latinoamericano, ha incontrato Silvia Labayru per due anni, registrando delle lunghissime interviste a volte in casa, a volte al bar. “Sono riuscita a scrivere questa storia perché avevo lo spazio di un libro intero e cioè il necessario per rappresentare le contraddizioni e la complessità di Labayru, che altrimenti rischiava di diventare un personaggio sclerotizzato e macchiettistico”, ha detto Guerriero durante la presentazione del suo libro allo stand di Internazionale al Salone del libro.

“Il vero rischio di raccontare questa storia era che ci fosse un tentativo di appropriazione dell’estrema destra che governa in questo momento l’Argentina. Il pericolo era che si dicesse: ‘C’è una militante pentita’. Invece c’è stato modo di attraversare le zone grigie e lo sguardo critico di Labayru senza semplificazioni o strumentalizzazioni”, ha spiegato Guerriero, che ha detto di aver lavorato su un testo e un materiale così complesso “mantenendo una distanza emotiva”.

La vicenda di una generazione

Attingendo alla tradizione che va da Rodolfo Walsh a Julio Cortázar, Guerriero è riuscita a scrivere un libro quasi impossibile, come a suo tempo fu A sangue freddo di Truman Capote. Un libro che mischia i generi per rappresentare attraverso la storia di una donna in carne e ossa e tuttora in vita, la vicenda di una generazione: è un ritratto, un reportage narrativo, un saggio sul giornalismo, un romanzo storico su un’epoca centrale della storia recente dell’Argentina.

È soprattutto un libro che riesce attraverso le vicende di una sola persona a costruire un ritratto corale. Quindi a rappresentare la storia di tanti. “Era una storia talmente tragica, che non c’era bisogno di calcare la mano”, ha detto Guerriero, che aveva nove anni all’epoca dei fatti.

Silvia Labayru, una ragazza di buona famiglia, figlia di un militare è una donna molto bella, colta, istruita. A vent’anni entra nei montoneros, diventando una delle responsabili dell’intelligence del gruppo di guerriglieri peronisti, nato alla fine degli anni sessanta e che è stato uno dei principali gruppi di contrasto armato alla dittatura militare, al centro della violenta repressione messa in piedi dai militari tra il 1976 e il 1983.

Labayru è incinta di cinque mesi della sua prima figlia Vera ed è sposata con un leader dei montoneros, Alberto Lennie, quando è sequestrata a Buenos Aires e portata alla Escuela de mecánica de la armada.

Nei sotterranei dell’edificio di Buenos Aires viene torturata, poi rimane reclusa fino alla nascita della figlia, che pochi giorni dopo è portata fuori dalla prigione e affidata ai nonni. Labayru rimane in carcere per un anno e mezzo, mentre tutti i principali leader dell’organizzazione sono sequestrati, torturati e nella maggior parte dei casi uccisi. Lei invece entra in un particolare programma di “rieducazione”, le viene permesso di uscire dalla prigione per vedere la figlia o in alcune occasioni per incontrare il marito, che nel frattempo ha lasciato il paese ed è in esilio.

Come altre ragazze prigioniere all’Esma, Labayru è violentata da uno degli ufficiali, Alberto Edoardo Gonzales, detto El Gato. Gonzales abusa di lei sistematicamente, addirittura la violenta insieme alla moglie. Labayru è corteggiata anche da un altro ufficiale dell’Esma, Alfredo Astiz. Astiz è il protagonista di uno degli episodi più controversi perché si infiltra in una delle prime riunioni delle Madri di plaza de Mayo, fingendosi un familiare di un desaparecidos, ma costringe Labayru ad accompagnarlo in quella riunione.

Questo episodio costerà alla militante l’accusa di essere una traditrice e una collaborazionista, accuse che si acuiranno quando sarà rilasciata e si trasferirà in Spagna in esilio con la figlia e il marito, dopo un anno e mezzo di prigionia.

“Erano metodi usati abitualmente dai militari per screditare i prigionieri, li portavano fuori, alle riunioni o anche in discoteca. Per colpirne la credibilità”, spiega Guerriero. Per il resto della sua vita, Labayru è stata trattata come un appestata dalla comunità degli esuli argentini in Europa, isolata e screditata. Ma saranno le sue testimonianze, insieme a quelle di altre donne, a permettere di incriminare Gonzales per le violenze sessuali compiute. L’ufficiale infatti sarà il primo a essere condannato per questo tipo di reato il 15 agosto del 2021.

Sopravvissuta

Il libro di Guerriero con un’impressionante capacità documentaria e narrativa ricostruisce quale fosse la condizione delle donne nell’Esma e quale sia stata la sorte riservata ai pochissimi sopravvissuti del principale campo di concentramento argentino negli anni della dittatura.

Silvia Laybaru ha subìto violenze e abusi indicibili, ma non vuole essere rappresentata come una vittima: è una donna che ha scelto in un determinato momento storico di entrare nella lotta armata e in clandestinità, mettendo in pericolo la sua famiglia, altre persone e la sua stessa figlia per ideali rivoluzionari in cui all’epoca credeva come a una religione. Lo ha fatto per una serie di motivi che racconta nel libro.

Sono scelte con cui ha dovuto fare i conti per il resto della sua vita e che non si sono cristallizzate. Hanno continuato a interrogarla. Così come ha dovuto fare i conti con i giudizi e le condanne dei suoi compagni e delle sue compagne, della parte politica da cui proveniva. Molti hanno chiesto a Sylvia Labayru nel corso degli anni: “Perché non sei morta?”

Leila Guerriero decide di intervistare Laybaru e di scrivere questo libro quando legge una sua intervista sul giornale argentino Página12 in cui denuncia le violenze sessuali vissute all’Esma. Le violenze sessuali e gli stupri sono stati considerati “armi di guerra” solo negli anni novanta nei processi internazionali sulla guerra nella ex Jugoslavia e in Ruanda.

Questo cambiamento culturale è stato il frutto del lungo lavoro delle corti e degli organismi internazionali, delle operatrici e degli operatori coinvolti, ma soprattutto delle tante donne vittime di violenze che hanno rotto il silenzio, raccontando la loro storia pubblicamente e dei movimenti femministi globali che hanno disvelato i meccanismi di dominio più generali in cui questo tipo di violenza deve essere inquadrata.

Per i militari dell’Esma sottoporre Laybaru a violenze sessuali continue ha significato annientarla come persona. Lei dice “sono stata spezzata” per sempre. “Essere spezzati”, significa anche colpire la sua credibilità agli occhi della sua parte, fare intervenire il sospetto che la sua bellezza, la sua intelligenza, la sua capacità politica potessero essere una colpa.

Questa violenza scava in maniera irrimediabile anche il rapporto di Laybaru con il marito Alberto Lennie, che è costretto a incontrarla spesso alla presenza di Gonzales, il militare che la stuprava. Un’altra forma di tortura. “Perché non ti sei rifiutata?”, le hanno chiesto quando è uscita di prigione. Guerriero mostra con ineccepibile lucidità che non esiste consenso in un campo di concentramento.

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