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Alla scoperta di una sconosciuta antichissima Arabia

Tombe nabatee, AlUla, Arabia Saudita. (Yann Arthus-Bertrand, Hope Production 2019)

Dal settembre del 2019, il regno dell’Arabia Saudita si è aperto al turismo internazionale: ha concesso visti a cittadini di 49 nazionalità e in questi giorni i musei occidentali accolgono alcuni tesori del tutto sconosciuti dell’Arabia. Per un paese chiuso ai visitatori non musulmani da quasi novant’anni, si tratta di un cambiamento epocale.

A Parigi la mostra evento AlUla, merveille d’Arabie all’Istituto del mondo arabo, e a Roma la mostra itinerante Roads of Arabia, tesori dell’Arabia Saudita, che dopo 16 tappe internazionali si è fermata alle Terme di Diocleziano, testimoniano di una volontà – attivata dall’alto – di cambiare drasticamente l’immagine del paese.

La sfida è colossale sia a livello culturale sia religioso. I fondi per l’archeologia e lo sviluppo del turismo culturale sono da capogiro, ma le conseguenze politiche di tale cambiamento per una popolazione che conta il 20 per cento di giovani su 31 milioni di abitanti sono ancora difficili da interpretare: sicuramente saranno decisive.

Il tassello mancante: i nabatei
L’iconografia antica della Mesopotamia o dell’Egitto ci è familiare. Le civiltà che hanno vissuto nella penisola arabica sono invece rimaste praticamente sconosciute a causa della chiusura del paese. Le due mostre di Parigi e Roma svelano una serie di misteriose tracce di civiltà che forniscono anche il tassello mancante per molte ricerche in Medio Oriente. Entrambe le mostre hanno anche saputo restituire l’entusiasmante e febbrile lavoro degli archeologi sauditi e di tutto il mondo davanti a un terreno di scavi ancora in gran parte inesplorato che copre 23mila chilometri quadrati, quasi quanto la superficie del Belgio.

La mostra all’Istituto del mondo arabo di Parigi porta alla luce il lavoro di un’équipe franco-saudita guidata dagli archeologi Laila Nehmé e Abdulrahman Alsuhaibani, che ha cominciato gli scavi nella regione dell’Hijaz nel 2003. I reperti sono eccezionali. Il sito di Hegra (Maidan Saleh) nella valle di AlUla è testimone di un’Arabia crocevia tra oriente e occidente. La città di Maidan Saleh, primo sito saudita patrimonio mondiale dell’Unesco, è stata costruita duemila anni fa dai nabatei e può essere considerata come “la sorella minore” di Petra, dice Laila Nehmé durante un’appassionante visita della mostra di Parigi di cui è co-curatrice. Fondata nel sesto secolo avanti Cristo, la città rappresentava una tappa importante sulla via dell’incenso, costituita da una rete di vie dove si scambiavano spezie, seta e altri beni di lusso tra Arabia, Egitto e India.

Nei secoli è poi rimasta un importante luogo di passaggio delle carovane che legavano l’Arabia Felix – lo Yemen attuale – alle grandi città del Medio Oriente come Damasco o Gerusalemme. Lo stesso tracciato era percorso dalla mitica ferrovia dell’Hijaz, costruita dagli ottomani tra il 1900 e il 1908 e boicottata da Lawrence d’Arabia per conto della corona inglese.

Oasi, AlUla, Arabia Saudita.

La bellezza paesaggistica della valle sembra non avere nulla da invidiare a Petra, la sorella giordana: le 132 tombe scolpite sulle enormi rocce rosse sono evocate meravigliosamente dal video del fotografo francese Yann Arthus-Bertrand che ha sorvolato l’oasi dall’alto. L’esperienza museale è coinvolgente: le straordinarie immagini sono accompagnate dagli odori dell’incenso, dei datteri e dai rumori delicati dell’acqua e degli insetti dell’oasi.

Se oggi AlUla è un’oasi in mezzo al deserto, era, all’epoca, una terra verde e molto fertile: “L’Arabia Saudita”, spiega l’archeologo e studioso Abdullah al Zaharani, direttore del museo di Riyadh da cui vengono molte delle opere esposte a Roma, “è uno stato ricco di vita da più un milione di anni, ospita tanti fiumi, laghi e superfici verdi che l’hanno reso un punto d’incontro cruciale”.

Venti miliardi d’investimento
AlUla rappresenta il fulcro della strategia di apertura al turismo culturale promosso dalla commissione reale appositamente formata, e proprio per questo ha a disposizione fondi ingenti. Il piano d’investimento è stimato a 20 miliardi di dollari fino al 2035. Quest’investimento contribuisce a fare della regione dell’Hijaz il più grande parco giochi per archeologi del mondo: possono usare i mezzi tecnologici più all’avanguardia per la ricerca, come sottolinea Jamie Quartermaine, senior project manager di Oxford Archaeology, che produce mappe 3d e indagini territoriali; sono gli stessi esperti che hanno dovuto lasciare i cantieri archeologici dell’Iraq o della Siria a causa della guerra e ora si trovano a disposizione una terra immensa quasi mai scavata. Significa infine che i giovani archeologi formati oggi in Arabia Saudita avranno la possibilità di fare scoperte fantastiche nel futuro prossimo.

Laila Nehmé è una delle responsabili della mostra parigina. Esplora nella regione dal 2003 e il suo entusiasmo è contagioso. Già specialista di Petra, Nehmé ha davanti a sé un’infinità di referti mai scoperti della sorella minore AlUla, in particolare molte iscrizioni nabatee. I suoi occhi vivaci e appassionati dovevano essere quelli di Jean-François Champollion quando scoprì sulla stele di Rosetta una traduzione in tre lingue che gli permise di decifrare l’alfabeto egizio.

A sinistra: figurina femminile risalente al I-II secolo d.C., osso. A destra: statuetta di Arpocrate con nome del proprietario o dell’artista risalente al I-III secolo d.C., bronzo.

Nehmé ha scoperto un’iscrizione che menziona Al-Ilah (Allah/Dio) datata 548 avanti Cristo che testimonia di una comunità cristiana nel nord dell’Arabia, e che potrebbe documentare anche la nascita della scrittura araba come derivato dall’aramaico nabateo. Le sue scoperte potrebbero così avere delle ripercussioni religiose e culturali immense, sottolinea lo storico americano Juan Cole: “Permette di capire meglio l’emergenza del Corano nel 600 e potrebbe risolvere alcuni dei dibattiti accademici sugli inizi dell’islam”. Come Champollion, Nehmé cerca in particolare i nomi stranieri sulle tavolette: “Sono quelli che ci permettono meglio di capire come scrivevano il nabateo”, spiega l’archeologa con emozione.

Scontro tra titani
A Roma, la mostra Roads of Arabia spazia dalla preistoria alla creazione del regno saudita nel 1932. Anche per Alessandra Capodiferro, direttrice del Museo nazionale romano e co-curatrice del catalogo della mostra, l’incontro con questi oggetti è stato inaspettato: “Mi hanno colpito in particolare gli oggetti dal quarto all’ottavo millennio avanti Cristo. Sono in uno stato di conservazione eccezionale dato che non c’è mai stata un’urbanizzazione successiva a questo periodo, diversamente da Roma. Mi ha anche colpito il fatto che siano in tutto e per tutto uguali ai nostri, ci fa sentire una vicinanza con le culture arabe difficile da provare con oggetti cinesi della stessa epoca. Questa vicinanza mi ha commossa”. Le Terme di Diocleziano sono le più grandi terme pubbliche dell’antichità, spiega ancora Alessandra Capodiferro: “Possiamo immaginare il miscuglio di persone e culture che avveniva anche lì durante la Roma imperiale. Questo contesto dialoga perfettamente con la storia delle vie carovaniere, ed entrambi i casi permettevano la mescolanza di persone, religioni e cultura lontane tra loro”.

In mostra ci sono molte rappresentazioni di figure umane, torsi nudi, statue con fallo in evidenza. La sfida è rilevante per l’identità saudita, concentrata da quasi novant’anni – dalla fondazione di una teocrazia da parte del re Al Saud, nel 1932 – sulla sua identità strettamente musulmana. La rappresentazione delle figure umane è tuttora vietata dalla dottrina wahabita seguita nel regno.

Da un lato, il wahabismo, dottrina religiosa ufficiale dell’Arabia Saudita, è il credo più conservatore dell’islam sunnita e vieta la rappresentazione umana, l’arte e la musica, non considera l’arte o il passato preislamico della penisola araba e vieta ai non musulmani l’ingresso nella città santa di Mecca. Dall’altro, il programma Vision 2030 portato avanti dal principe ereditario Mohamed bin Salman, è un programma economico che prepara l’Arabia Saudita all’era del dopo petrolio e punta su una modernizzazione velocissima e all’apertura del paese al mondo, pur senza cedere sull’apertura politica o sulla libertà di espressione. Uno scontro tra titani insomma. Il turismo religioso rappresenta uno dei fondamenti economici e culturali del paese – il re è il custode dei luoghi sacri di Mecca e Medina – e con più di due milioni di pellegrini all’anno rappresenta un’importante fonte di entrata.

Ora le autorità saudite intendono raggiungere i cento milioni di visite annuali tra viaggiatori interni e internazionali e far salire il contributo del settore turistico al prodotto interno lordo dal 3 al 10 per cento. Questo tentativo di uscire dalla dipendenza delle rendite petrolifere con il soft power (l’influenza internazionale attraverso l’attrattiva culturale) va seguita attentamente. Potrebbe anche portare a conseguenze politiche del tutto insospettate per il regno.

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