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Guida ai libri per capire Roma e il prossimo voto comunale

Prima Porta, Roma, aprile 2020. (Luca Santini, Contrasto)

Le elezioni per il nuovo sindaco e per i nuovi presidenti dei municipi di Roma si terranno tra la primavera e l’estate 2021, perciò la questione romana è tornata al centro del dibattito pubblico.

La gara elettorale è entrata nel vivo, almeno stando alle diverse autocandidature. Quella dell’ex ministro e leader di Azione Carlo Calenda ha suscitato reazioni contrastanti nel campo del centrosinistra; il Partito democratico non ha un suo candidato ufficiale, non si sa se ci saranno delle primarie di partito o di coalizione, se si svolgeranno in presenza o in remoto; gli altri candidati non riescono ad avere l’attenzione che meriterebbero.

Inoltre si parla poco di programmi, i complessi e noti problemi romani – dalla gestione dei rifiuti a quella degli spazi sociali, dal tema delle case popolari alla mobilità – sono affrontati spesso con superficialità, retoriche contrapposte, inutili a farsi un’idea.

Per questo chi nei prossimi mesi non vuole limitarsi a seguire la gara tra i candidati, potrebbe sfruttare l’occasione per approfondire la questione romana usando i tanti libri interessanti che sulla città sono stati pubblicati anche negli ultimi anni.

Il sacrificio della città pubblica
Un classico da cui partire è sicuramente Roma moderna di Italo Insolera, un saggio di storia dell’urbanistica, che ha avuto la sua prima edizione nel 1962 e l’ultima nel 2011, arricchito da una postfazione firmata da Paolo Berdini. Il sottotitolo è diventato Da Napoleone I al XXI secolo. Insolera scrive il libro quando ha trent’anni, lo fa con uno spirito civile che è quello di chi sa che nel racconto dei fatti ci possono essere già degli elementi per trasformare la realtà e le idee per intervenire politicamente. Roma moderna è gramsciano più che marxista, ossia rileva come non solo i cambiamenti materiali ma quelli ideologici abbiano influito sulla storia urbanistica di Roma; ed è soprattutto un saggio che ha fatto scuola. Tra le molte cose belle del libro c’è il valore riconosciuto alle esperienze di quattro sindaci – Luigi Pianciani (dal 1872 al 1874), Ernesto Nathan (dal 1907 al 1913), Giulio Carlo Argan (dall’agosto del 1976 al settembre del 1979), Luigi Petroselli (dal 1979 al 1981) – esempi positivi soprattutto rispetto alle molte speculazioni che sono avvenute a Roma dall’ottocento a oggi.

Un’espressione che usano sia Italo Insolera sia Leonardo Benevolo – autore di Tracollo dell’urbanistica italiana – per sottolineare l’evoluzione troppo rapida, accelerata, non pianificata, senza sedimentazione delle capitali dei paesi in via di sviluppo è “città coloniale”. Da quest’ispirazione nasce un saggio più breve di Walter Tocci, vicesindaco di Roma ai tempi della prima giunta Rutelli (1993-1998), dal titolo Non si piange su una città coloniale, pubblicato nel 2015. Tocci sembra proseguire dove Insolera e Berdini si fermano: dalle giunte di centrosinistra tra la fine degli anni novanta e i duemila, e dal loro fallimento nel correggere il declino di una città che non è riuscita a riformarsi nel corso del novecento.

Un’importante sezione è dedicata al tema della mobilità, un aggiornamento del libro che lo stesso Tocci aveva pubblicato insieme a Insolera e Domitilla Morandi , Avanti c’è posto (2008). Non si piange su una città coloniale è un libro molto diretto, perfino duro, con tanti dati e una pars construens piena di proposte, spesso di largo respiro, di cui dovrebbe fare tesoro chiunque vuole occuparsi di politica a Roma.

Dai testi di Tocci e di Insolera si ricava soprattutto una convinzione: Roma è stata sacrificata a favore di chi ha sfruttato e saccheggiato la ricchezza sociale, economica, simbolica e materiale della città. Palazzinari, politici incompetenti o avidi, una borghesia vile.

Un’introduzione molto chiara nel ricostruire le condizioni deprimenti e faticose della vita reale a Roma e dell’inadeguatezza delle risposte politiche è nel libro di Francesco Erbani, Il tramonto della città pubblica. Il saggio ha qualche anno, è del 2012, quindi non tutti i numerosi dati e non tutte le interessanti analisi sono aggiornate, ma restano attuali alcune considerazioni. Com’è stato evidente nella vicenda degli ultimi sindaci (Veltroni ha interrotto il mandato, Alemanno è stato condannato, Marino è stato cacciato, Raggi ha deluso perfino il suo elettorato), la crisi della rappresentanza è stata risolta con il feticcio della disintermediazione. Il risultato è che non è cresciuta una nuova classe politica. E l’esternalizzazione del governo pubblico, con municipalizzate e cooperative sociali che invece di assumere il meglio del pubblico e del privato ne hanno incarnato il peggio, ha reso possibile il mostro dello sfruttamento del disagio sociale.

Disuguaglianze e periferie
Se vogliamo davvero orientarci tra i dati, un libro che è diventato indispensabile negli ultimi anni è il frutto del lavoro che hanno messo insieme Salvatore Monni, Keti Lelo, Federico Tomassi, Le mappe delle disuguaglianze. Nel libro sono contenute 26 di mappe (sul loro blog Mapparoma ne aggiungono spesso di nuove) che mostrano in maniera eclatante come non abbiamo a che fare con una città ma con due, a volte distanti a volte perfino antagoniste.

Le disuguaglianze tra queste due città sono drammatiche: veniamo a sapere per esempio che nel quartiere dei Parioli i laureati sono otto volte più che a Tor Cervara, che vivere in centro costa troppo e così le famiglie numerose si spostano fuori del grande raccordo anulare, che nel centro vivono molti più pensionati mentre le donne casalinghe vivono in periferia. Si capisce bene che queste contraddizioni non interessano solo Roma, che oggi le città si comportano molto spesso come strumenti di esclusione. Ma Roma ha delle specificità strutturali, legate alla complessa crescita urbana e demografica, e non affrontate dalle classi dirigenti. Questo ha peggiorato disuguaglianze e polarizzazioni tra centro e periferia in varie direzioni: condizioni socioeconomiche, sviluppo edilizio, disponibilità di servizi. E consenso politico. Al centro vince il centrosinistra, in periferia il centrodestra.

La questione abitativa è una chiave fondamentale per capire come ripensare la politica

Per chi volesse indagare quel fenomeno quasi mitico chiamato “periferie romane” è appena uscito uno studio coordinato da Carlo Cellamare e Francesco Montillo intitolato Periferia e dedicato a Tor Bella Monaca. È un lavoro eccezionale, come inchiesta sociale e come riflessione sulla città. Capace di rovesciare completamente quell’idea platonica per cui le periferie sono tutte uguali e tutte sinonimo di degrado, dando voce alle centinaia di persone che sono attive sul territorio, raccontando come tanta di questa politica dal basso riprenda movimenti e saperi dal novecento e da altri paesi.

Nell’ultima parte, intitolata “Nuovi sguardi sulle periferie”, troviamo strumenti utili per uscire dai cliché del disagio e del degrado, e riconoscere quali sono i conflitti sociali principali che attraversano le periferie: conflitti che chiedono intervento e riflessione politica, ascolto e attenzione alle sperimentazioni. L’urbanistica sempre di più deve togliersi i panni della disciplina tecnica e sposarsi con l’antropologia, l’etnologia, trasformarsi in scienza umana.

Un altro volume interessante da leggere – e che si può scaricare online – raccoglie gli atti del convegno Roma in transizione. Se Periferia è il risultato soprattutto di ricercatori della Sapienza, Roma in transizione deve molto al lavoro dell’università Roma Tre e a quello delle facoltà di altri paesi. Roma è oggetto dello studio di ricercatori di tutto il mondo, ed è abbastanza incredibile che questa conoscenza sia così poco valorizzata dai politici che governano la città. Una delle informazioni più importanti che si ricava da Roma in transizione è che quando parliamo della capitale dobbiamo aver presente un’area vastissima, sempre più urbanizzata e antropizzata. C’è una Roma oltre Roma:

L’abitare non è più quello del novecento. Dal modo in cui la crescita urbana della capitale ha cancellato l’agro romano prende forma la città di oggi, quella oltre il grande raccordo anulare, ma non solo. Un territorio esteso almeno 50 chilometri per 50 chilometri, 2.500 chilometri quadrati, il doppio dell’estensione del comune di Roma. C’è una Roma fuori di Roma, è lì dove la campagna è diventata metropoli senza mai essere stata città.

Se il rapporto con la campagna può essere una lente formidabile attraverso cui guardare lo sviluppo critico di Roma, la questione abitativa è una chiave fondamentale per capire come ripensare la politica romana. Una voce instancabile e illuminante su questo tema è quella di Enrico Puccini. Da qualche anno cura un blog fatto benissimo che si chiama Osservatorio casa Roma, e nel 2016 ha pubblicato un testo che accompagna la grandissima mole di dati che in questi anni ha raccolto. Il libro si intitola Verso una politica della casa e riflette su quello che dovrebbe essere il centro dell’azione di un sindaco, ovvero affrontare la crisi abitativa, che è spesso il riflesso e la causa di molte altre crisi sociali ed economiche. Cominciando per esempio a costruire meno, molto meno:

Considerato che invece la crisi abitativa che attanaglia la Capitale è ben lontana dall’essere risolta, questi dati ci rivelano che molto può essere fatto per l’ottimizzazione del patrimonio esistente prima di intraprendere nuovi e costosi programmi edificatori.

È chiaro a chiunque faccia politica a Roma come le mobilitazioni politiche, l’impegno sociale e la riflessione sulle trasformazioni urbane siano spesso intrecciate. Ci sono figure che sono state esemplari nel novecento: intellettuali che hanno messo al centro la lettura del proprio territorio, attivisti che hanno contribuito al ragionamento su come la città soffre, cambia e può sperare di evolversi. Da Antonio Cederna – di cui vanno recuperate le inchieste degli anni sessanta e settanta – a don Roberto Sardelli – di cui Donzelli ha ripubblicato da poco Dalla parte degli ultimi. Una scuola popolare a Roma – a Dino Frisullo che è stato un pioniere delle battaglie sui diritti dei migranti a Roma. Un libro che è al tempo stesso un viaggio nei quartieri di Roma e una convincente ricostruzione del cattivo governo di questa città è Roma, alla conquista del West di Antonello Sotgia e Rossella Marchini.

Per finire può essere appassionante leggere due testi più brevi pubblicati negli ultimi mesi. Uno è di Marco Simoni, si intitola La questione romana, è edito dal Mulino ed è scaricabile online. L’altro è di Federico Bonadonna, s’intitola Asy(s)lum, l’ha pubblicato online la cooperativa 21 luglio ed è un saggio notevole proprio perché mostra come il dispositivo dei campi rom romani, istituito dalle giunte di centrosinistra, sia un paradigma di segregazione e ghettizzazione.

Per gli aggiornamenti sui libri interessanti che escono su Roma, il consiglio è quello di seguire il blog di Filippo Celata che ospita approfondimenti e recensioni a saggi ma non solo.

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