La Norvegia ha terre rare a sufficienza per l’Europa
Circa cento chilometri a sudovest di Oslo, vicino alla cittadina di Ulefoss, c’è un’area verde con boschi e terreni agricoli. Negli ultimi tempi quest’area, apparentemente simile a tante altre, ha suscitato un’enorme attenzione non solo in Norvegia ma anche nel resto del mondo.
In questo territorio, sull’antico complesso vulcanico di Fen, che risale a circa 580 milioni di anni fa, c’è infatti il giacimento di terre rare di Fensfeltet.
Dalle analisi condotte due anni fa era emerso che il giacimento conteneva 8,8 milioni di tonnellate di terre rare, ed era quindi il più grande d’Europa.
A marzo l’azienda mineraria norvegese Rare Earths Norway, che detiene i diritti per lo sfruttamento della quasi totalità del giacimento, ha pubblicato una nuova analisi che ha dato risultati ancora più impressionanti. La quantità di terre rare presente nel giacimento supererebbe infatti dell’80 per cento le stime iniziali, raggiungendo le 15,9 milioni di tonnellate.
“A quanto pare il giacimento di Fensfeltet è uno dei più grandi del mondo, e potrebbe quindi avere un’enorme rilevanza strategica per l’Europa”, ha dichiarato Alf Reistad, il direttore della Rare Earths Norway.
Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici metallici essenziali per le nuove tecnologie che saranno al centro delle attività umane nel prossimo futuro. Questi metalli, che in realtà non sono così rari in natura, sono usati tra le altre cose per produrre auto elettriche, pale eoliche, aerei da combattimento e sistemi di difesa.
Finora la Cina ha avuto un quasi monopolio nell’estrazione e nell’esportazione di questi metalli, mettendo l’Europa in una posizione di dipendenza strategicamente scomoda. La questione dell’approvvigionamento delle terre rare è quindi da tempo una delle priorità dell’Unione europea.
In questo contesto, il giacimento di Fensfeltet potrebbe avere un’importanza cruciale per il futuro del continente.
La Rare Earths Norway sperava inizialmente d’inaugurare l’attività di estrazione nel 2030, ma è ormai evidente che i tempi saranno più lunghi.
Il progetto prevede la costruzione di una miniera sotterranea, da cui i minerali estratti saranno convogliati attraverso un tunnel fino a una zona di lavorazione dove le terre rare saranno separate dal resto. Questo sarà poi ripristinato per prevenire crolli, e sarà realizzato anche un deposito per i prodotti di scarto.
Al momento, però, non sono ancora stati identificati i luoghi idonei per la zona di lavorazione e per il deposito, anche per considerazioni ambientali. L’area sopra l’antico complesso vulcanico è infatti ricca di fauna, tra cui coleotteri, farfalle, molluschi e larve.
Preoccupazioni ambientali
Ad aprile il comune di Ulefoss ha rinunciato a occuparsi del progetto, lasciando il compito al governo. Secondo Truls Gulowsen, che dirige il gruppo ambientalista norvegese Naturvernforbundet, il comune non poteva fare altro perché non ha le competenze necessarie per un compito così difficile.
“Ma sono preoccupato”, spiega. “Temo che, vista l’importanza di avviare l’estrazione il più presto possibile, il governo possa accelerare il procedimento senza tenere in adeguata considerazione il valore naturale nell’area”.
Gulowsen sottolinea di non essere contrario alla costruzione della miniera perché l’Europa ha effettivamente bisogno delle terre rare. “Ma questo non deve andare a scapito dell’ambiente”, dice.
Sembra esserne consapevole anche Reistad. “Bisogna trovare un equilibrio tra la tutela dell’ambiente e l’estrazione di minerali critici fondamentali per l’Europa”, ha dichiarato, aggiungendo: “La tutela dell’ambiente non dev’essere considerata però solo in senso stretto, ma anche in riferimento al cambiamento climatico. Le terre rare estratte permetteranno infatti di produrre auto elettriche e pale eoliche, contribuendo alla transizione energetica”.
Per quanto riguarda invece gli aspetti economici del progetto, e dato che la Cina taglia i prezzi per rafforzare la sua leadership, l’apertura della miniera sarebbe economicamente sostenibile per la Rare Earths Norway solo se Oslo, possibilmente in collaborazione con l’Unione europea, garantisse un prezzo minimo fisso per l’acquisto delle terre rare.
Reistad sarebbe quindi favorevole alla partecipazione del governo al progetto attraverso una società statale ad hoc. Il governo si è detto interessato, ma non ha ancora preso una decisione.
“Chiaramente, se lo stato entrasse nel progetto con una propria società e contribuisse al finanziamento della miniera, avrebbe diritto a una quota degli utili”, ha sottolineato. “Ma per quanto ci riguarda è importante che lo stato si assuma una parte del rischio economico di un progetto per il quale non valgono le normali leggi del mercato, considerando la concorrenza della Cina”.
(Traduzione di Luca Vaccari)