All’inizio del 2025 Sian si è inoltrato sulle montagne dello stato Shan, al confine della Birmania con la Cina, in cerca di lavoro. Aveva saputo da un amico che alcune aziende cinesi stavano reclutando manodopera in nuovi siti di estrazione delle terre rare nel territorio amministrato dall’Esercito unito dello stato Wa, il più potente gruppo etnico armato della Birmania, e che si poteva guadagnare l’equivalente di più di 1.400 dollari al mese.
In un paese dove dopo il golpe militare del 2021 l’economia formale è crollata e quasi metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, quella era un’occasione troppo preziosa per lasciarsela scappare. Così Sian ha raggiunto in auto la cittadina di Mong Pawk, e poi ha proseguito in moto per ore attraverso la foresta. Assunto con una paga giornaliera di una ventina di dollari, ora scava pozzi e installa tubi. È il primo passo di un processo chiamato lisciviazione in situ, che consiste nell’iniettare soluzioni acide nel fianco della montagna per poi raccogliere la soluzione drenata in vasche rivestite di plastica dove si depositano i solidi come disprosio e terbio, due dei metalli di terre rare pesanti più ricercati al mondo. Il fango sedimentato che se ne ricava viene poi trasportato ai forni e bruciato per produrre ossidi di terre rare ridotti in polvere.
Con la geopolitica che sconvolge le catene di approvvigionamento e l’esplosione della domanda globale di terre rare, l’estrazione di questi materiali è in forte aumento in Birmania, dove migliaia di lavoratori come Sian si riversano nelle miniere lungo il confine orientale con la Cina. Ma l’estrazione e la lavorazione delle terre rare hanno ripercussioni sempre più gravi sui minatori, le comunità circostanti e l’ambiente. “Gli effetti tossici sono devastanti, con fiumi avvelenati, suolo contaminato, malattie e sfollamenti”, dice Jasnea Sarma, etnografa e geografa politica dell’Università di Zurigo.
La Cina possiede il maggior numero di impianti di lavorazione delle terre rare al mondo, ma dai primi anni dieci di questo secolo ha aumentato i vincoli sulle estrazioni interne perché il loro impatto nocivo è diventato evidente. Da allora l’attività estrattiva si è spostata poco oltre la frontiera sudoccidentale della Cina, in Birmania, dove la forza lavoro è a buon mercato e le norme ambientali deboli. L’industria opera nella massima segretezza. Ma nel settembre scorso un giornalista birmano – che preferisce restare anonimo – ha visitato i siti di estrazione nel territorio Wa vicino a Mong Pawk, confermando che l’attività estrattiva gestita da aziende cinesi è in rapida espansione, e fornendo dettagli di prima mano sui tanti modi in cui queste operazioni contaminano le risorse idriche, contribuiscono alla deforestazione, fanno male alla salute e provocano la perdita dei mezzi di sussistenza.
Le aziende impegnate nell’estrazione di terre rare in Birmania fanno uso di un’ampia gamma di agenti chimici classificati come pericolosi
Zone di sacrificio
I 17 elementi conosciuti come terre rare sono distribuiti ampiamente in tutta la crosta terrestre, ma sono estratti solo in pochi luoghi a causa di vincoli ecologici, geopolitici ed economici. Usate nei veicoli elettrici e nelle turbine eoliche, le terre rare sono necessarie anche per la produzione di equipaggiamenti militari e altre tecnologie avanzate.
Le superpotenze mondiali le hanno classificate come “minerali critici”: vitali per le economie e per la sicurezza nazionale, ma vulnerabili a interruzioni nella catena di approvvigionamento. Sono anche un bene centrale nella guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina, che nell’ultimo anno ha inasprito le restrizioni sulle esportazioni di terre rare in risposta all’aumento dei dazi imposti dal presidente Donald Trump. La Cina continua a lavorare la maggior parte delle terre rare mondiali, ma i dati delle importazioni mostrano che una percentuale significativa della materia prima viene estratta in Birmania. Per questo la Birmania è una delle più vaste “zone di sacrificio” del boom globale delle terre rare – i luoghi che, secondo la definizione di ricercatori e attivisti per la giustizia ambientale, pagano il prezzo maggiore per gli effetti nocivi dell’estrazione perché altri possano beneficiarne. Le autorizzazioni per le attività di estrazione di terre rare non sono accessibili pubblicamente, ma secondo una ricerca dell’Institute for strategy and policy –Myanmar, un centro studi con sede in Thailandia, i dati doganali della Cina indicano che tra il 2017 e il 2024 circa due terzi delle sue importazioni di terre rare sono arrivati dal paese del sudest asiatico.
L’analisi delle immagini satellitari condotta dall’organizzazione non profit Myanmar witness, in collaborazione con la testata birmana Mizzima, rivela inoltre centinaia di siti minerari di terre rare lungo il confine orientale del paese. L’area è abitata da comunità indigene in conflitto con le autorità militari centrali fin dall’indipendenza del paese dal Regno Unito, nel 1948. Da decenni i militari negoziano dei cessate il fuoco con gli eserciti dei gruppi etnici, consentendogli di impegnarsi in varie attività transfrontaliere e a volte incamerando una fetta dei profitti. “In questa terra di frontiera le ondate estrattive si sono susseguite una dopo l’altra: teak, oppio, giada, ambra, banane e ora questi cosiddetti minerali verdi”, afferma Sarma. “Gli eserciti etnici devono fare affari con la Cina per sopravvivere. La Cina ha bisogno delle risorse, e la vita delle comunità locali, dopo decenni di conflitto, dipende da questo”.
Con il deteriorarsi dello stato di diritto dopo il golpe militare del 2021, il saccheggio delle risorse naturali birmane ha subìto un’accelerazione. Nell’ottobre 2024 un esercito etnico in lotta con i militari birmani ha conquistato l’hub minerario di terre rare di Pangwa, nello stato Kachin, strappandolo a un signore della guerra alleato con l’esercito, e la Cina – che arma e sostiene i militari birmani – ha chiuso il suo valico verso la città. Più di un anno dopo, l’estrazione di terre rare nel Kachin non è ancora ripresa completamente, mentre alcune aree dello stato Shan – controllate dall’Esercito unito dello stato Wa e da un altro esercito etnico con forti legami con la Cina – sembrano destinate a emergere come nuove frontiere dell’estrazione di terre rare.
“Quella che era cominciata come una scoperta si è trasformata in estrazione vera e propria, trainata dalla vicinanza con la Cina”, spiega Xu Peng, ricercatore al Centre for the study of illicit economies, violence and development della Scuola di studi orientali e africani (Soas) dell’Università di Londra. All’inizio di quest’anno, la Shan human rights foundation, un’ong locale, ha usato immagini satellitari per denunciare per la prima volta l’estrazione di terre rare nello stato Shan. Questa ricerca, insieme a ulteriori analisi satellitari condotte dallo Stimson center, un centro studi con sede a Washington, ha rilevato 63 siti di terre rare vicino al confine cinese e due siti al confine con la Thailandia. Alcuni di questi siti risalgono al 2015 e potrebbero non essere più operativi, ma la maggioranza è apparsa dopo il colpo di stato. La notizia della presenza di queste miniere nello stato Shan ha suscitato un’ondata d’indignazione in Thailandia, dove le sostanze associate all’estrazione delle terre rare hanno contaminato fiumi usati per l’acqua potabile, l’agricoltura e la pesca. Al contrario, nessuna reazione del genere si è verificata nello stato Shan, dove le aziende minerarie e le autorità armate mantengono un rigoroso controllo sulle informazioni, compresi i nomi delle aziende cinesi attive nella zona.
Incidenti e malattie
Le imprese coinvolte nell’industria delle terre rare in Birmania hanno i loro motivi per operare in segreto. “Quest’anno, durante gli scavi, c’è stato un incidente e un lavoratore è rimasto sepolto”, dice Sian. “Il suo corpo è stato recuperato solo più tardi, quando la terra è stata trascinata via dalle piogge e dalle frane”. Nel 2023 e nel 2024 alcune testate locali hanno documentato la morte o la scomparsa di decine di lavoratori in tre frane avvenute nello stato Kachin.
Una ricerca pubblicata a marzo da studiosi dell’Università di Warwick e del Kachinland research center, con sede nel Kachin, ha attribuito queste frane alla “deforestazione su vasta scala”, avviata sia per fare spazio alle miniere sia per procurare la legna necessaria ai forni che trasformano i fanghi sedimentati in ossidi di terre rare secchi, un processo che può richiedere dalle 48 alle 72 ore. Un altro fattore che contribuisce alle frane è l’iniezione di acqua e agenti liscivianti nei fianchi delle colline. I lavoratori dello Shan descrivono paesaggi fragili. “Il territorio vicino al sito presenta problemi costanti come frane, crolli di montagne e inondazioni, soprattutto durante la stagione delle piogge”, dice un cuoco del campo, che ha parlato a condizione di restare anonimo. “I camion più grandi spesso sprofondano nelle voragini. Il terreno è morbido, e questo a volte provoca incidenti mortali”. Anche l’esposizione a sostanze chimiche e l’inalazione di particelle tossiche sono fattori di grande preoccupazione. “Molti lavoratori hanno problemi ai polmoni”, dice Sian. “E a contatto con l’acido, alcuni sviluppano eruzioni cutanee, arrossamenti, prurito o ustioni”.
Anche le comunità vicine subiscono le conseguenze della contaminazione. “Molte famiglie hanno segnalato un aumento delle malattie respiratorie, problemi dermatologici ed emicranie, che ritengono legati all’inquinamento dovuto alle attività estrattive della zona e alla polvere causata dalla deforestazione”, dice il giornalista che ha visitato la regione dei Wa. “In alcuni villaggi, le famiglie dicono che i bambini e gli anziani sono particolarmente colpiti. Temono che le fonti di acqua contaminate stiano danneggiando la loro salute e i loro mezzi di sostentamento”.
◆ Dopo la Cina e gli Stati Uniti, la Birmania è il terzo produttore mondiale di terre rare, e Pechino controlla gran parte dell’estrazione, della lavorazione e delle rotte di esportazione delle sue riserve. I recenti successi di alcuni gruppi etnici armati in guerra contro la giunta militare, però, hanno interrotto la cooperazione con le aziende cinesi, aprendo uno spazio – seppur limitato – ad altri soggetti. Gli Stati Uniti, scrive Asia Times, “stanno rivedendo i loro rapporti con la Birmania adottando una linea che combina pressione diplomatica, allentamento selettivo delle sanzioni e maggiore presenza d’intelligence nella regione. Ma Washington deve fare i conti con vincoli significativi, tra cui la radicata influenza cinese, l’instabilità del paese e la mancanza di infrastrutture sicure. In questo contesto potrebbe avere un ruolo l’India, che vuole ridurre la sua dipendenza dalle terre rare cinesi. Con il sostegno di paesi come Giappone e Australia, New Delhi potrebbe essere un polo alternativo per la lavorazione dei minerali basata su standard ambientali e di gestione più elevati”. Il 28 dicembre si è tenuta in Birmania la prima fase delle elezioni politiche, le prime dopo il golpe del 2021, scrive la Reuters. L’affluenza è stata bassa e, come previsto, il Partito dell’unione per la solidarietà e lo sviluppo, appoggiato dalla giunta, è in vantaggio. L’11 e il 25 gennaio si terranno la seconda e la terza fase.
Una ricerca condotta dall’ong Myanmar resource watch ha riscontrato che le aziende impegnate nell’estrazione di terre rare in Birmania fanno uso di un’ampia gamma di agenti chimici classificati come pericolosi – tra cui acido solforico, nitrico e cloridrico – e violano sistematicamente le norme in materia di importazione, trasporto, stoccaggio, uso e smaltimento di queste sostanze. L’acido cloridrico non solo può uccidere la vita acquatica, ma scioglie anche metalli pesanti come cadmio, piombo, arsenico e mercurio, oltre a materiali radioattivi come torio e uranio, presenti nel suolo e nelle rocce.
Minerali critici
Non sono stati pubblicati studi quantitativi sull’impatto ambientale dell’estrazione di terre rare nello Shan, ma le ricerche condotte nel Kachin offrono un’indicazione dei possibili rischi. Ad aprile Tanapon Phenrat dell’Università Naresuan, in Thailandia, ha pubblicato uno studio basato sull’analisi di campioni di acqua superficiale e terriccio prelevati nei pressi o a valle di siti minerari nello stato Kachin. Ha rilevato “una grave contaminazione” dell’acqua, “livelli di pH estremamente acidi” e “concentrazioni allarmanti” di ammoniaca, cloruro, elementi radioattivi e metalli pesanti tossici. Ha anche riscontrato che i metalli e i metalloidi presenti nei campioni d’acqua rappresentavano un “rischio significativo” per gli ecosistemi acquatici, e che l’acqua di alcuni siti testati era “del tutto inadatta al consumo umano, all’irrigazione o all’itticoltura senza un trattamento di bonifica estensivo”.
Secondo una ricerca pubblicata nel 2024 sulla rivista Toxics le stesse terre rare possono incidere negativamente sulla salute umana. La ricerca ha evidenziato che l’esposizione ai loro elementi tramite inalazione, ingestione o contatto cutaneo può distruggere la struttura e la funzionalità degli organi, colpendo i sistemi respiratorio, nervoso, cardiovascolare, riproduttivo e immunitario.
“Oggi la gestione di questi minerali spesso trascura un problema fondamentale”, dice Thaw Htoo, dottoranda in geografia e sostenibilità all’Università di Losanna, che conduce la sua ricerca usando uno pseudonimo per motivi di sicurezza. “Sono essenziali per la transizione verde globale, ma la loro estrazione avviene quasi senza regole. Il caso della Birmania mostra perché dobbiamo ripensare il vero significato dell’espressione “minerali critici” e assicurarci di considerare non solo la sicurezza dell’approvvigionamento, ma anche la salute e il benessere delle comunità e dell’ambiente coinvolti”. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati