Sono rimasti in pochi, ma non mollano: il 16 febbraio in Russia c’è stato chi ha deciso di commemorare Aleksej Navalnyj, l’oppositore ucciso in carcere due anni fa. Farlo significa correre dei rischi: nel peggiore dei casi chi depone un mazzo di fiori può finire in prigione, da dove non è detto che faccia ritorno. E chi torna, rimane segnato per sempre. Il 16 febbraio le persone arrestate sono state almeno 19: il regime sembra aver paura di un uomo morto, come se fosse un pericolo dall’aldilà. Eppure, le autorità insistono nel dire che nella politica e nella società russe Navalnyj non ha avuto nessun peso.

Sono rivelatrici anche le dichiarazioni di Dimitri Peskov. Il portavoce di Vladimir Putin ha respinto le accuse secondo cui l’oppositore russo sarebbe stato avvelenato in carcere, definendole infondate. Difficile mentire in maniera più stupida e sfacciata, anche se non è la prima volta. In parte grazie ai risultati di vari laboratori specializzati indipendenti e resi pubblici di recente, sembra ormai certo che Navalnyj non sia morto per cause naturali. Oltretutto, sotto Vladimir Putin si è registrato un uso sistematico del veleno per mettere a tacere per sempre personalità scomode, anche all’estero. La lista delle vittime è lunga e probabilmente Navalnyj − che era sopravvissuto a un tentativo di avvelenamento nel 2020 – non è stato l’ultimo caso di questo tipo. Cinque paesi dell’Europa occidentale, tra cui la Germania, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando che Navalnyj è stato avvelenato con una tossina mortale. Tra i paesi mancano gli Stati Uniti: un’assenza che dà la misura dell’abisso in cui stiamo sprofondando. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati