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Perché l’Oms non dichiara una pandemia di coronavirus

Wuhan, Cina, 24 febbraio 2020. (Reuters/Contrasto)

Prepariamoci a una potenziale pandemia, dice l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), mentre aumenta la diffusione nel mondo del Covid-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus. La questione non è se ma quando, dicono le autorità sanitarie degli Stati Uniti. Eppure finora l’Oms ha evitato di definire quella del Covid-19 una pandemia. Perché?

La risposta potrebbe avere a che fare con le reazioni che si scatenano quando cominciamo, appunto, a usare il termine pandemia. I paesi hanno i loro piani per le pandemie che sono attivati quando ne viene dichiarata una. Ma questi piani potrebbero non essere adatti a combattere il Covid-19, e l’Oms non vuole che i singoli stati adottino risposte sbagliate.

I Centri statunitensi per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cdc) affermano che il Covid-19 presenta già due dei tre criteri necessari a definire una pandemia: si diffonde tra le persone e può essere mortale. Il terzo criterio è che la diffusione abbia luogo su scala mondiale. Il virus è presente in circa 40 paesi – e il numero è destinato a salire – in quasi tutti i continenti, per parlare solo di quelli di cui siamo a conoscenza. Quanto mondiale deve ancora essere la diffusione?

Si può solo rallentare l’epidemia in modo che non s’impenni sovraccaricando le strutture sanitarie

Gli esperti di epidemie sostengono che non esistano criteri globali. Esistevano per le pandemie d’influenza, ma l’Oms ha smesso di usarli dopo aver dichiarato una pandemia nel 2009, portando a costose contromisure in diversi paesi, che alcuni hanno ritenuto non necessarie.

Contenimento e mitigazione
Questa recente ferita potrebbe essere uno dei motivi della cautela attuale dell’Oms. Ma ce n’è uno più importante. Esistono due tipi di risposta a una pandemia crescente. La prima è il contenimento: quando emergono dei casi, si può isolare ogni persona colpita e poi tracciare e mettere in quarantena i suoi contatti. Ha funzionato per la sars e per l’ondata di ebola tra il 2014 e il 2016.

Il secondo è la mitigazione o attenuazione. Se il contenimento si limita a rallentare il virus, alla fine si verificherà una “diffusione di comunità”: le persone finiscono infettate senza sapere come sono state esposte al virus, e diventa quindi impossibile mettere in quarantena i contatti. L’unica cosa che si può fare è rallentare l’epidemia in modo che non s’impenni in maniera rapida, sovraccaricando le strutture sanitarie. Vengono chiuse le scuole, cancellati gli eventi di massa o, come ha fatto la Cina e sta facendo l’Italia, vengono chiuse intere città quando si verificano diffusioni di comunità.

Misure onnicomprensive
Ma l’influenza si diffonde tra le persone così velocemente che il contenimento è destinato fin dall’inizio all’insuccesso. I piani antipandemia sono concepiti perlopiù per l’influenza, compresi quelli di Stati Uniti e Regno Unito, e portano dritti alla mitigazione. Il piano del Regno Unito suggerisce il contenimento solo se una nuova pandemia d’influenza non ha ancora cominciato a diffondersi velocemente come una normale influenza.

Alla luce di tutto questo, le dichiarazioni dell’Oms cominciano ad apparire più chiare. “Una soluzione non esclude l’altra”, ha dichiarato il direttore dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, questa settimana. “Dobbiamo concentrarci sul contenimento e al contempo fare tutto quel che possiamo per prepararci a una potenziale pandemia”. David Heymann, che è stato a capo della battaglia dell’Oms contro la sars, sostiene che “servano sia il contenimento sia la mitigazione”.

In Cina la chiave è stata adattare le misure alle diverse situazioni locali

Bruce Aylward dell’Oms, appena tornato da una missione internazionale in Cina di cui era direttore, racconta che sono state messe in campo misure di mitigazione onnicomprensive – vietando i viaggi, mantenendo le persone in casa, chiudendo l’enorme città di Wuhan – nella provincia di Hubei, dove si è verificata una diffusione di comunità prima ancora che cominciassero i tentativi di controllo. In tutte le altre aree, la Cina ha evitato l’allargamento della diffusione di comunità, usando tracciatura e quarantena, e ricordando a tutti di lavarsi le mani e di controllare la propria temperatura corporea. In alcune zone sono state adottate anche misure di mitigazione, per esempio cancellando i raduni pubblici di persone, o chiudendo scuole e posti di lavoro. La chiave, spiega Aylward, è stata adattare le misure alle diverse situazioni locali.

Questa sembra essere la preoccupazione dell’Oms: se sarà dichiarata una pandemia, i paesi applicheranno a tappeto misure generiche concepite per l’influenza. “Le persone pensano che sia come per la sars e agiscono di conseguenza, oppure che sia una pandemia e allora si affrettano ad applicare misure di mitigazione”, ha dichiarato Aylward durante una conferenza stampa a Pechino. “Se il nostro approccio si limita ad adottare un’impostazione binaria Sars- influenza, non avremo l’agilità di approccio che abbiamo visto in Cina, fondamentale per sconfiggere la cosa su scala globale”.

Eppure sembra che i ragionamenti siano proprio di tipo binario. Nancy Messonier, capo del centro malattie respiratorie dei Cdc, afferma che gli Stati Uniti useranno il contenimento finché non ci saranno segni di diffusione di comunità: solo allora la strategia cambierà.

Nel frattempo l’Oms sembra avere un terzo problema nel ricorrere al termine di pandemia. “Usare la parola pandemia oggi non descrive accuratamente la situazione, ma può sicuramente provocare paure”, ha dichiarato Tedros. Quando è stato chiesto a Tarik Jasarevic, portavoce dell’Oms, perché l’organizzazione è riluttante a parlare di pandemia, ha risposto: “È importante concentrarsi sulle azioni, non sulle parole”.

Ma le parole sono importanti. La reticenza nel dire alle persone la verità per paura di creare il panico ha indebolito la risposta ad altre emergenze sanitarie, in particolare quella relativa all’encefalopatia spongiforme bovina (bse) nel Regno Unito. Gli esperti di comunicazione del rischio temono che non dire alle persone che il contenimento non preverrà una pandemia, anche se potrebbe comunque rallentarla, potrebbe provocare un panico maggiore in futuro.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico New Scientist.

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