I bambini Al Abbasi e la giustizia in Siria
Dima aveva 14 anni, Entisar 13, Najah 11, Alaa 8, Ahmed sei e Layan appena due. Vivevano in un sobborgo di Damasco insieme ai loro genitori: il padre Abdul Rahman Yasin e la madre Rania al Abbasi, una dentista ed ex campionessa di scacchi che aveva rappresentato la Siria in diversi tornei arabi e regionali. Il 9 marzo 2013 alcuni agenti dei servizi segreti militari fecero irruzione in casa loro e arrestarono Rahman Yasin. Il giorno dopo tornarono per rubare gioielli, le auto di famiglia e alcuni documenti. Infine il giorno successivo portarono via anche Rania e i suoi sei figli.
Da allora non si è saputo più nulla di loro. Per tredici anni i familiari li hanno cercati senza sosta e i sei bambini scomparsi di Rania al Abbasi sono diventati il simbolo della crudeltà e della disumanità del regime di Bashar al Assad.
Secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, Abdul Rahman Yasin e Rania al Abbasi sono stati puniti per avere fornito assistenza agli oppositori del regime. Il cadavere del padre è stato identificato tra i circa cinquantamila che compaiono nelle immagini che il fotografo della polizia militare siriana conosciuto con il nome in codice Caesar riuscì a portare di nascosto fuori dal paese nel 2014, rendendo note al mondo le terribili violenze compiute nelle carceri siriane. Secondo le ricostruzioni, Rahman Yasin è stato torturato e ucciso nel giro di un mese. Il destino della madre resta ancora oggi sconosciuto.
I familiari hanno setacciato per anni, e soprattutto dopo la caduta di Assad nel dicembre del 2024, gli orfanotrofi dove era risaputo che finivano i figli dei dissidenti, a cui erano cambiati i nomi e alterati i ricordi, e le prigioni dove erano rinchiusi anche i minorenni. Poi, il 30 maggio, la commissione nazionale siriana per le persone scomparse, istituita un anno fa, ha fatto sapere di poter concludere con “un alto grado di certezza” che i figli di Rania al Abbasi sono morti.
La conferma è arrivata da Hassan al Abbasi, il fratello di Rania, che in un video su Facebook ha raccontato di aver visto delle immagini recuperate nell’ambito delle ricerche sul massacro di Tadamon, uno dei più atroci compiuti dal regime nell’aprile del 2013 in un quartiere a sud di Damasco, nel quale quasi trecento persone, tra cui donne e bambini, furono uccise e seppellite in una fossa comune.
Gli autori della strage – tra cui Amjad Youssef, ex funzionario dell’intelligence militare, considerato il principale responsabile e arrestato ad aprile – hanno filmato le esecuzioni. Nei video, resi pubblici nel 2022, si riconoscono alcuni di loro in uniforme mentre sparano e poi danno fuoco ai cadaveri. Tra i filmati legati alle indagini su Youssef ce n’è uno in cui si vedono alcuni bambini in una stanza buia. Un uomo, probabilmente Youssef, li accusa di essere “grandi finanziatori del terrorismo”. Poi partono i colpi. Hassan al Abbasi ha riconosciuto i corpi coperti di sangue dei suoi nipoti.
Ferite riaperte
La tragedia ha riaperto le ferite della società siriana, segnata dalle sparizioni forzate durante i decenni di dittatura della famiglia Assad: secondo la commissione nazionale siriana per le persone scomparse sono almeno 300mila. E ha spinto molti siriani a chiedere con insistenza alle autorità di Damasco di puntare sulla giustizia di transizione e perseguire con più severità le persone legate all’ex regime.
Su New Lines Magazine il giornalista australiano Morgan Laffer, che vive in Siria e si occupa delle conseguenze del conflitto, scrive che la storia dei bambini Al Abbasi mette in luce i meccanismi perversi della dittatura.
Come ha potuto verificare studiando alcuni documenti per un’altra indagine sulla sparizione di migliaia di bambini negli anni della guerra civile, pubblicata su New Lines Magazine a marzo, non si trattava di incidenti isolati o del risultato della confusione dovuta al conflitto.
Era una strategia decisa dai vertici del regime e che coinvolgeva vari organismi, dai servizi segreti al ministero degli affari sociali fino ai funzionari degli orfanotrofi o delle strutture dove erano portati i bambini, tutti ingranaggi di un meccanismo pensato per inghiottire i figli e le figlie dei detenuti e degli oppositori, usati come strumento di ricatto, merce di scambio e come un altro modo per torturare i loro genitori.
“Era questa la genialità della violenza del regime”, commenta Laffer. “Non era concepita solo per uccidere. Con precisione burocratica classificava, trasferiva, nascondeva e rinominava i figli dei presunti dissidenti con l’obiettivo di farli sparire prima ancora che il mondo sapesse dove cercarli”.
Secondo Fadel Abdulghany, direttore del Syrian network for human rights, i bambini fatti sparire dal regime di Assad potrebbero essere 5.300. La conferma dell’uccisione dei bambini Al Abbasi deve essere solo l’inizio, esorta Laffer: “La dichiarazione di una commissione può anche confermare quello che è successo a una famiglia, ma non può sostituire la piena trasparenza sui meccanismi che l’hanno reso possibile”.
Lo ribadisce anche un articolo di The Syrian Observer: “La rivelazione, per quanto dolorosa e tardiva, non chiude il caso. Lo sposta a un livello più difficile: il passaggio dalla documentazione alla verità istituzionale, dall’indignazione simbolica alla responsabilità giuridica, dal lutto individuale a un regolamento dei conti nazionale con la sparizione forzata”.
Doppio standard
Eppure, secondo molti osservatori, la giustizia di transizione va ancora troppo a rilento in Siria. La stessa commissione nazionale siriana per le persone scomparse è ritenuta in fase sperimentale, poco strutturata e con una squadra investigativa e un programma non ben definiti. Inoltre il governo non ha ancora adottato una strategia che vada al di là dei processi ai singoli individui né una legge che determini le procedure, gli standard giuridici, i meccanismi per accertare la verità, le riparazioni o il ruolo delle vittime.
In un articolo su Al Jumhuriya, il sito da lui fondato, l’intellettuale e dissidente Yassin al Haj Saleh sottolinea anche la parzialità della giustizia siriana sotto l’autorità di Ahmad al Sharaa. Il presidente è stato fotografato a braccetto con Samir Kaakeh, autorità religiosa di Jaysh al islam, un gruppo islamista con cui condivide l’ideologia, accusato di essere responsabile della scomparsa, e della probabile uccisione, degli attivisti per i diritti umani Samira al Khalil (moglie di Al Haj Saleh), Razan Zaitouneh, Wael Hamada e Nazem Hammadi nel 2013.
Al Haj Saleh denuncia il “doppio standard” rispetto alle indagini per ricostruire il massacro di Tadamon e punire i colpevoli, e il rischio che la giustizia non riesca a rendersi indipendente dall’ideologia e dal potere.
Secondo The Syrian observer il caso dei bambini Al Abbasi è importante al di là dei terribili fatti che racconta, perché “mette alla prova le nascenti istituzioni della Siria” per capire se sono in grado di essere “rigorose dal punto di vista giuridico e responsabili dal punto di vista umano”. Per capire se si fermeranno una volta individuati i primi responsabili o se saranno capaci di portare alla luce i meccanismi della dittatura e guidare un processo di guarigione collettivo basato sull’attuazione della legge e il perseguimento della giustizia.
L’obiettivo, conclude The Syrian Observer, non dovrebbe essere punire i colpevoli, per quanto importante sia: “Dovrebbe essere creare un registro pubblico di quello che è successo, ripristinare la dignità delle vittime, dare alle famiglie risposte credibili, riformare le istituzioni che hanno reso possibili questi crimini e fare in modo che non si possano ripetere”.
Il giornale si augura che la scoperta della morte dei figli di Rania al Abbasi possa essere non solo la fine di una delle vicende più orribili della dittatura che ha devastato la Siria per decenni, ma anche l’inizio di una nuova epoca basata sulla verità e sulla giustizia.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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