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Pechino senza macchia e senza storia

Sanlitun, Pechino, il 13 settembre 2014. (Brent Lewin, Bloomberg/Getty Images)

Ma Wenjie mi avvicina mentre sono seduto al tavolo di un caffè all’aperto, al primo piano del Village di Sanlitun: “Parli cinese? Posso sedermi un attimo? Sono uno studente”.

Lo studente cerca in realtà di vendermi uno smacchiatore a secco, di quelli universali che vanno bene per “vestiti, capi in pelle e scarpe”, come recita l’etichetta sul flaconcino. Per dimostrarmelo, tira fuori dalla tasca un pennarello e si pasticcia la maglietta, poi spruzza accuratamente lo spray, sfrega et voilà, la macchia non c’è più. Pechino è la capitale della macchia, oltre che della Cina: appena ti muovi ti sporchi.

Ci faccio un pensierino, sullo smacchiatore di Ma Wenjie.

Mentre avviene la dimostrazione, scopro che lui ha 23 anni e viene dall’Anhui. Per darmi un punto di riferimento, dice “Huangshan”, nota località di monti a strapiombo puntualmente trasformata in mingsheng, termine ufficiale che designa una bellezza storica o naturale modificata in attrattiva per fiumane di turisti. Un posto dove sono stato ormai cinque anni fa.

Una scena grottesca
Il venditore ambulante è un ragazzo abbronzato e sorridente, intraprendente. Lo smacchiatore costa una bella cifra, 80 renminbi – più di dieci euro – ma se ne compro due lui mi regala il terzo.

“Che me ne faccio di tre smacchiatori spray?”, gli chiedo.

“Uno lo regali a un amico”, risponde risoluto.

E per dimostrarmi quanto sia universale il suo prodotto, si tuffa sulle mie scarpe da ginnastica un tempo bianche, spruzza e si mette a sfregarle. Una scena grottesca: io sto seduto imbambolato al tavolino di un caffè e un ragazzotto cinese con i capelli sparati per aria mi sfrega le scarpe. Che effettivamente diventano quasi nuove.

Gli domando perché se ne sia andato dall’Anhui, forse non c’è lavoro? “No, è che volevo venire a Pechino”. Per ogni flacone da 80 renminbi, lui ne intasca cinque, cioè poco più di 60 centesimi di euro. Così almeno dice, non ho modo di verificarlo, e non so se mi trovo di fronte all’ennesima storia di sfruttamento o se anche questo fa parte della sua strategia di marketing.

Lui è il tuo intermediario con un dorato mondo di detersivi, puliscitutto e lucidi da scarpe

Qualche anno fa, nei luoghi più turistici di Pechino, non era raro imbattersi in qualche giovane che si presentava come “studente d’arte” e cercava di impietosire il laowai, lo straniero di turno, per poi trascinarlo in un’improbabile galleria nel tentativo di vendergli delle croste memorabili. Lo smacchiatore almeno sembra utile.

Il giovane Ma ha trovato questo lavoro online: l’impresa dello Zhejiang che l’ha assunto spedisce in giro venditori ambulanti come lui che, oltre a cercare clienti, ti chiedono se vuoi scansionare un codice qr via WeChat, l’immancabile servizio di messaggistica con cui ormai fai tutto, dal pagare le bollette al prenotare biglietti d’aereo e del treno.

Se fai la scansione, sulla tua applicazione compare una scritta di ringraziamento con il nome e il numero di telefono del venditore. Lui è il tuo intermediario con un dorato mondo di detersivi, puliscitutto e lucidi da scarpe. È proprio quest’ultimo prodotto che adesso tira fuori dallo zaino e cerca di vendermi, ma c’è scritto sopra “made in Italy”, e gli spiego che piuttosto me lo compro a casa mia. Alla fine acquisto solo un flaconcino di smacchiatore, Ma è contento e per dimostrarlo mi regala quello già cominciato che usa per le dimostrazioni.

Dal pittoresco al compulsivo
Nel ragazzo intraprendente che sbianca le scarpe di un decadente straniero c’è un po’ la Pechino che fu e che molti “expat” rimpiangono: com’era bello incrociare questa vitalità sottoproletaria. Com’era pittoresco. Com’era “wow”. Sono gli stessi, probabilmente, che oggi si lagnano per l’ennesima demolizione, quella della Sanlitun houjie, la stradina piena di venditori di dvd e xiaomaibu, “bettole” dove compravi una birra a buon mercato o le sigarette Zhongnanhai, mentre qualche mendicante esibiva la propria deformità per raccogliere un po’ di spiccioli. Era dietro al Village dove ho incontrato Ma e dove pullulano ristorantini, techno bar e perfino l’Apple Store. Un centro commerciale a cielo aperto. Ma lì a due passi c’era la houjie, dovei potevi fare un rassicurante tuffo nel “pittoresco”, per poi tornare all’altrettanto rassicurante shopping compulsivo.

Adesso invece le autorità hanno deciso di radere al suolo lo scampolo di Cina “che ci piaceva”, presumibilmente per ripulirla, piastrellarla a nuovo e farne una propaggine del Village. È un processo pervasivo, quello della distruzione-ricostruzione in stile, ne abbiamo già parlato almeno un paio di volte. Serve a espellere i migranti spedendoli sempre più in periferia, a costruire una Pechino-vetrina dove i prezzi immobiliari crescono vertiginosamente. Ma questo piace tanto anche a parecchi cinesi, anche giovani, che scrivono sui social media. Su Weibo molti applaudono la futura houjie che diventerà “più bella di prima”. In Italia lo chiameremmo “decoro”: non abbiamo forse gentrificato così anche i tuguri delle nostre città?

Dimentichiamoci quindi il nostro irrilevante sguardo da stranieri e facciamo lo sforzo di comprendere che nella demolizione delle mille houjie di Pechino non si gioca la nostra altrettanto irrilevante ricerca di una birra Tsingtao a soli 30 renminbi, ma un conflitto ben più grande: quello tra la Cina della classe media che persegue consumo e decoro e la Cina spinta verso la periferia metropolitana e culturale delle opportunità. La società a due velocità. Chissà se il migrante-venditore Ma Wenjie continuerà a frequentare Sanlitun.

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