×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Il trattato sull’alto mare da solo non basta

Il 17 gennaio è entrato in vigore il trattato delle Nazioni Unite sull’alto mare, il primo tentativo di introdurre un sistema condiviso di regole per lo sfruttamento sostenibile delle risorse e la protezione degli ecosistemi nelle acque internazionali.

In questa categoria ricadono tutte le aree marine al di fuori delle zone economiche esclusive degli stati, che si estendono fino a 370 chilometri dalle loro coste.

Le acque internazionali coprono più della metà della superficie del pianeta, ma finora sono state libere da qualunque tipo di vincolo legale, un vuoto di cui negli ultimi hanno approfittato le gigantesche flotte di pescherecci che hanno gravemente intaccato più della metà degli stock ittici oceanici e che presto potrebbe essere sfruttato anche dalle aziende interessate a estrarre minerali dai fondali.

Il trattato introduce la possibilità di istituire aree protette nelle acque internazionali, anche se per farlo bisognerà attendere che la prima conferenza delle parti, prevista per la fine del 2026, stabilisca le regole e le istituzioni di controllo.

Tra il dire e il fare

Tra le zone che sono state proposte finora ci sono il mar dei Sargassi, nell’Atlantico settentrionale; la cosiddetta Città perduta, un’area ricca di sorgenti idrotermali lungo la dorsale medioatlantica; e le dorsali di Nazca e Salas y Gómez, al largo della costa occidentale del Sudamerica.

Oltre a ridurre gli effetti negativi di tecniche distruttive come la pesca a strascico, la creazione di queste riserve offrirebbe anche vantaggi economici, perché favorirebbe la ripresa degli stock ittici e migliorerebbe la produttività delle aree vicine, e limiterebbe la riduzione della capacità degli ecosistemi oceanici di assorbire anidride carbonica, essenziale per il contrasto al cambiamento climatico.

Ma istituire le aree protette sarà solo l’inizio. Gran parte delle riserve marine esistenti nelle acque nazionali esistono solo sulla carta, perché i governi non hanno i mezzi o la volontà di far rispettare i divieti.

Anche se oggi gli strumenti satellitari sono in grado di monitorare quasi tutte le attività illegali in mare aperto, la responsabilità di applicare le regole e punire i trasgressori spetterà ai singoli stati, e sarà vincolante solo per quelli che hanno ratificato il trattato, che finora sono solo 83 e non comprendono grandi paesi costieri come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia.

Questo testo è tratto dalla newsletter Pianeta

Iscriviti a
Pianeta
Ogni giovedì le notizie più importanti sulla crisi climatica e ambientale. A cura di Gabriele Crescente.
Iscriviti
Iscriviti a
Pianeta
Ogni giovedì le notizie più importanti sulla crisi climatica e ambientale. A cura di Gabriele Crescente.
Iscriviti
pubblicità