Kanye West ci riprova
Cos’è diventato Kanye West? Ha ancora senso considerarlo un musicista rilevante? Me lo sono chiesto diverse volte mentre ascoltavo Bully, il nuovo disco del rapper statunitense pubblicato il 28 marzo dopo vari rinvii. Di Bully si parlava da un paio d’anni, ma come sempre West ha la tendenza a rimettere mano più volte ai suoi progetti. Ora la versione definitiva dell’album è arrivata, tuttavia si fa fatica ad ascoltare la musica di West senza farsi influenzare dalla sue ingombranti vicende personali.
Negli ultimi anni West è finito al centro dei riflettori più per il suo sostegno a Donald Trump, le sue dichiarazioni razziste e misogine e le accuse di stupro che per le canzoni. Da qualche mese, invece, sta provando a rimettersi in carreggiata, o perlomeno vuole dare quell’impressione. È tornato a prendere farmaci per tenere sotto controllo la sindrome bipolare, ha comprato una pagina sul Wall Street Journal per chiedere scusa alla comunità ebraica e non definisce più la schiavitù “una scelta”. Ha annunciato un tour in cui si esibirà dal vivo dopo tanto tempo, e passerà anche dall’Italia. Questa nuova dimensione più controllata, in un certo senso, sembra riflettersi anche sulla musica.
Bully, al netto del titolo, è un disco meno aggressivo dei precedenti. West è tornato a un vecchio amore, cioè i campionamenti della musica afroamericana, e in diversi passaggi omaggia la cultura nera. Il primo brano, King, si apre con un campionamento di Duke Edwards, jazzista sperimentale che negli anni sessanta circolò nell’orbita della Sun Ra Arkestra. Nel testo West ammette che i problemi di salute hanno fatto deragliare la sua mente (“The pain was truly blurrin’ my thoughts up”) e rende omaggio a Martin Luther King.
Il singolo Father, accompagnato da un video diretto dalla moglie Bianca Censori, riporta in vita la voce dell’oscuro cantante gospel Johnnie Frierson e mette nello stesso frullatore James Brown, un Travis Scott in grande forma e altri proclami di avvenuta guarigione (“Bye-bye to my old self / Wake up to the new me”) da parte di West, o Ye, come preferisce farsi chiamare oggi.
In Bully c’è spazio anche per melodie smaccatamente pop, come quella della riuscita All the love, che gioca con il vocoder omaggiando gli ex collaboratori Daft Punk (in passato produttori di Stronger e di alcuni brani di Yeezus). E poi ancora gospel, come in Punch drunk (costruita su un campionamento delle Clark Sisters). In generale il musicista, un po’ come succedeva in 808s & heartbreak, si lascia andare al canto più spesso del solito, e costruisce i pezzi sull’intreccio delle voci, privilegiando arrangiamenti minimalisti. Succede anche nel brano che dà il titolo all’album, arricchito da una chitarra western.
In Preacher man West ha un guizzo dei suoi, e indovina tutto: arrangiamento, atmosfera e melodrammaticità. Sembra quasi di tornare ai fasti di The life of Pablo. In Last breath, dov’è ospite il rapper messicano Peso Pluma, si diletta invece con lo spagnolo, e forse se lo poteva evitare. La conclusione, che forse poteva essere più efficace, è affidata a This one here, che ancora una volta vira verso il gospel.
Bully è un disco vero, con una sua logica e coerenza. Non succedeva dai tempi di Jesus is king del 2019. Siamo lontanissimi dai picchi di Kanye West, irraggiungibili per la stragrande maggioranza degli artisti viventi, e come spesso gli capita ultimamente l’artista si è fissato troppo su un suono molto compresso che non lascia respirare abbastanza i brani. Ma quantomeno stavolta s’intravede una luce in fondo al tunnel, un punto da cui ripartire. Sperando che la mente di Kanye West regga, e che nel frattempo non vengano fuori altre storie inquietanti sulla sua vita personale. Quando si tratta di Ye tutto è molto, troppo precario per concentrarsi solo sulla sua musica.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.
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